The Holy Bile

Il libro del Bile.it, acquistabile qui.
A questo link una recensione di un redattore di Avvenire.

Il mio racconto si chiama  “L’Aperitivo della scimmia“.
Un breve passaggio:

Prima parte: In viaggio verso il castello.

Sono ore che nuoto in questo mare di Campari.
Galleggio, sono sfinito, forse mi lascio annegare. Per fare bella figura in società ho citazioni e frasi argute nella fondina ma pesano troppo e mi tirano giù. Sarebbe una morte terribile. Questo Campari è troppo annacquato per farmi perdere i sensi.
Se mi fermo sono perduto. Devo resistere, ma non vedo la riva. Senza un obiettivo è difficile, non so se sono vicino, forse è meglio rinunciare. Mi riposo un attimo ad un tavolo.
Sono fortunato, finora nessun segno dei camerieri armati che pattugliano le coste: è un locale molto esclusivo.
Sugli scogli vedo tv sintonizzate su canali all news. Alcuni viaggiatori sono fermi lì da secoli.
Fortunatamente resisto al loro canto.

Una volta qua c’era Atlantide, il locale del primo aperitivo.
Una scimmia imbecille preparò il primo cocktail: brodo primordiale, Campari e Martini alla mela del peccato originale. La scimmia barman acrobatica lanciò in aria lo shaker facendolo roteare lentamente nell’aria, in sottofondo “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss. Poi accese il cocktail con due pietre focaie e fu il big bang. Cubetti di ghiaccio si sciolsero e il grande locale fu sommerso. I clienti si aggrapparono alle sedie, ma la corrente con bollicine fu implacabile.
Ci volle un Dio con una cannuccia per bere tutto e rendere di nuovo agibile il grande locale.
Il Dio barcollante presentò il conto, solo una coppia di scimmie scappò dal locale senza pagare.
Da quel giorno tutte le scimmie neonate vennero battezzate con il Campari.
A quei tempi il Dio annoiato, con uno zapping compulsivo cambiava tipo di clima, flora e fauna come sfondi del desktop.
Oggi il locale va benissimo. Quando qualcuno fa troppe domande Dio prende il mondo a due mani, lo capovolge come un souvenir, e dal cielo cadono psicofarmaci come fiocchi di neve. Le scimmie con le facce all’insù e le bocche aperte ritrovano la serenità.

Continua qui.

Ora e sempre Resistenza

“Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull’ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte. Ecco l’importante: che ne rimanesse sempre uno” (Beppe Fenoglio)

Alba (Piemonte), 8 Febbraio 2012.
«Capo, faccio passà er cavo qua sotto, te rompe er cazzo?»
«None, va tranquillo.»
Giovanni ascoltava frammenti di discorsi da dietro un cespuglio.
A parlare erano due operatori di una troupe borgatara.
Stavano girando la fiction “Johnny, il partigiano”, per la Rai.
Era una fiction scivolosa. Gli sceneggiatori avevano dovuto sudare parecchio: un colpo al cerchio, uno alla botte, uno alla falcemartello, l’altro al fascio, un colpo ai partigiani rossi, l’altro ai partigiani cattolici, senza dimenticare i liberali, gli azionisti, i socialdemocratici, i filo monarchici, eccetera, e un colpo pure agli eccetera.
«Stop, pausa! Staccàmo, sò arrivati i cestini», l’individualità di un operatore emergeva momentaneamente dalla massa. Le maestranze erano un corpo unico.
Un unico, grande uomo romano, di quarant’anni, con un unico, grande giubbotto con milioni di tasche. Milioni di tasche contenenti milioni di bestemmie.

Giovanni aveva ottantasette anni. Se ne stava nascosto sulle colline di Alba dal 1945.
Dopo l’otto settembre aveva abbandonato l’esercito e si era unito ai partigiani.
Indossava un’uniforme logora e sudicia e un fazzoletto al collo, un tempo di colore rosso.
Giovanni aveva ancora vent’anni. Pareva che al posto suo invecchiasse l’Italia nascosta in soffitta.
Fissava la troupe. «Chi diavolo sono?», pensò. «Il cinegiornale, la propaganda? Non sono fascisti, non sono tedeschi, non sono della Garibaldi. Dalla mostruosa modernità dell’armamentario si direbbero inglesi. Inglesi che parlano romano!»
Il partigiano stava nascosto.
Quando capì di cosa si trattava prese a sgattaiolare giù. Rubava qualche cestino e del tabacco, anche se non si poteva parlare di veri e propri furti. Il partigiano quando notava errori nella sceneggiatura o imprecisioni storiche lasciava dei bigliettini nella sedia del regista.
Quindi, a conti fatti, era un do ut des.

Giovanni decise di presentarsi al regista come reduce.
«Ah sei dell’ANPI?! Che onore!»
In realtà il regista pensò: «Che palle, questi son permalosi. Se nun je fai l’apologia te danno del revisionista.»
Il vecchio partigiano si unì alla troupe.
Lo tennero con loro con il vago incarico di “consulente storico”. Consulenze in cambio di tabacco, era questo il tacito patto.
Durante le pause Giovanni raccontava alle disincantate maestranze storie di battaglie, solitudine, speranza e riscatto.
Tutti lo ascoltavano affascinati.
Si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara alla faccia della cirrosi epatica.
Perché lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato e gli elettricisti sono gente simpatica.
Gli urlavano infatti: «Anvedi che forte ‘sto Giovanni!», bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma.

L’ultimo giorno delle riprese venne il produttore con l’impellicciata, truccatissima e ingioiellata consorte. Il produttore era solito visitare la troupe l’ultimo giorno con gentile consorte al seguito.
Quel giorno la matrona non era lì per assecondare le sciocche superstizioni del marito.
Il film le interessava davvero.
Quando il film non le interessava stava a casa. Il marito si scusava con la troupe e si presentava sul set con una pelliccia, una manciata di rumorosi gioielli, collane, rossetti e smalti e diceva:
«Mia moglie è qui con lo spirito», gettava tutto a terra e diceva:
«Eccolo qui!»

La moglie si intrattenne con il vecchio dell’ANPI.
Lui le confidò che non sapeva dove andare ora che la guerra, si corresse, che la fiction era finita.
La moglie del produttore era conosciuta in tutta Roma per le sue feste in terrazza, ma soprattutto proverbiale era la sua stravaganza.

25 Aprile 2012. La liberazione di Johnny.

Giovanni si confidò con la donna, le disse la verità:
«Sono stato per 67 anni nascosto tra le colline di Alba.
Gli abitanti e i contadini mi hanno dato rifugio e da mangiare.
Per me la Resistenza non è mai finita.
Ma non mi fraintenda, non sono un ultimo giapponese, non è mica la vergogna di ritornare vivo.
Sapevo della fine della guerra. Ho perso tutti i miei compagni, sono l’ultimo rimasto della brigata.
Semplicemente, io sono un partigiano, non saprei vivere altimenti. Ho già avuto un otto settembre e ho avuto fortuna: ho trovato i partigiani.
Non potrei sopportare un altro otto settembre.»
La donna era così abituata alle stranezze che non gli diede la soddisfazione di stupirsi.
Quella donna era perennemente annoiata. Se un giorno in un dizionario avesse visto la sua foto sotto la voce atarassia, non si sarebbe stupita per nulla.
La signora si limitò a dire: «Giovanni, verrai a vivere con me. A casa mia avrai tutto il tabacco che desideri. Da oggi ti chiamerò Johnny il partigiano, è molto vintage. Giovanni è così provinciale!»

Nella città le scritte sui muri dei fascisti in vernice nera erano coperte da manifesti elettorali.
Non sapeva che cosa lo disgustasse maggiormente.
Giunti alla casa, per prima cosa la matrona ordinò alla governante di preparare un bel bagno per il partigiano.
Giovanni uscì dalla vasca impigrito ed urbano. Vide la sua uniforme logora, appesa a testa in giù e si sentì male.
La governante profanava e violava l’uniforme con secchiate d’acqua e sapone.
Poi se ne andò lasciando l’uniforme fradicia e umiliata appesa ad asciugare.
La ras della casa buttò il fazzoletto un tempo di colore rosso e gliene regalò uno nuovo, di un rosso violento e luccicante. Inutile dire che al vecchio, un tempo partigiano, quel nuovo pezzo di stoffa immacolato sembrò sbiadito e riformista.

Johnny era letteralmente al guinzaglio della padrona. La mistress amava torturarlo con pratiche sadomaso come costringerlo alla lettura dei libri di Giampaolo Pansa.
Giovanni avrebbe tenuto testa al più crudele dei tedeschi, al più sanguinario dei repubblichini, ma con questa donna non sapeva che fare. Era in balia. La sua dignità non usciva, rispettava un coprifuoco totale come un vecchio paesano terrorizzato dai fascisti.
La matrona era fiera del suo trofeo partigiano. L’avrebbe volentieri appeso al posto dell’alce o imbalsamato come Lenin. Quando dava le sue famose feste in terrazza teneva il partigiano al guinzaglio con la museruola. Gli ospiti lo accarezzavano, lui sembrava apprezzare con espressione anestetizzata, sedata, rassegnata e borghese.

Nella casa vivevano pure i due figli adolescenti della matrona: Lorenzo e Greta.
Da quando Giovanni si era trasferito nella casa i giovani si comportavano in maniera strana.
Per la prima volta disobbedivano agli ordini della madre, contestavano la sua autorità.
Perfino la governante cominciò a chiedere un contratto regolare e un periodo di vacanza dopo vent’anni ininterrotti di servizio.
Johnny non aveva detto o fatto nulla di particolare, non aveva lasciato volantini, non aveva obbligato i giovani a combattere.
Sembrava che più il partigiano perdesse dignità più ne acquistassero i giovani e la governante.

Johnny guardava molta televisione. Ormai pure i suoi ricordi della guerra erano a colori e gli incubi intervallati da consigli per gli acquisti.
Un giorno vide un talk show pomeridiano in tv.
Lì, solitamente, ci andavano le mogli per lamentarsi dei mariti, o le madri per lamentarsi dei figli.
Il vecchio combattente pensò che quella fosse l’unica via d’uscita onorevole.
Telefonò alla trasmissione, espose il suo caso, e vinse una rapida prima selezione.
La sera dopo andò nello studio televisivo.
Gli autori gli fecero leggere un copione, gli dissero che l’avrebbe dovuto imparare in dieci giorni.
Johnny, battagliero, si infuriò: «Questa è una truffa! Noi partigiani mica sapevamo in anticipo di battere i nazifascisti! Non era mica un incontro di wrestling, per Dio!»
Energumeni con magliette con la scritta “staff” lo sbatterono fuori senza tanti complimenti.
«Staff, che strane uniformi. Americani?», pensò Johnny.

Giovanni non tornò più a casa dalla Matrona. Sparì.

25 Aprile 2013. La liberazione, un anno dopo.

Giovanni in realtà morì a vent’anni. Il suo spirito giaceva sepolto in collina.
Johnny invece era un remix dance di “Fischia il vento, infuria la bufera”.
Era diventato il buttafuori della discoteca “Rappresaglia”.
Le luci rosse della discoteca erano mille sigarette di partigiani nella notte.

Johnny si trovava ad Alba, non in collina bensì in città.
Stava dentro un gazebo e da dietro un banchetto raccoglieva firme per una riforma costituzionale:
“Semipresidenzialismo, doppio turno alla francese e separazione delle carriere.”
Un vecchio contadino che lo aveva aiutato negli anni di solitudine in collina, lo vide al banchetto delle firme e senza tradire alcuna emozione osservò: «Alla fine lo ha avuto un altro otto settembre.»

La cosa positiva è che aveva smesso di fumare.

(Grazie a Francesco Guccini e Claudio Lolli per “Keaton” e scuse infinite a Beppe Fenoglio)

Sul Bile.it

Snoopy al parco.

Maurizio dormiva beato sulla solita panchina.
Un vecchio lercio e barbuto gli si avvicinò e cominciò a leccargli la faccia.
Maurizio aprì gli occhi come una bella addormentata baciata dal principe azzurro, ebbe un sussulto e cadde dalla panchina.
Si ricordò di trovarsi in un parco, non si era ancora abituato, ad ogni risveglio un rinnovato stupore.
Si accorse di essere senza scarpe.
Il vecchio era fuggito via con il sonno, il sapore e le scarpe di Maurizio.
Maurizio aveva una trentina d’anni e nonostante vestiti logori, barba e capelli lunghi conservava un aspetto borghesemente passabile.
C’era gente che per avere un look finto trasandato come quello rimaneva ore in bagno ad arruffarsi i capelli e a provare delle smorfie.
Maurizio era solito girare con un telecomando senza pile salvato da un cassonetto e divertirsi a regolare la temperatura di casa puntandolo al cielo.
Il parco era enorme e densamente abitato. Sotto ogni panchina c’era uno zerbino con una scritta simpatica e una chiave nascosta sotto un vaso.
Intanto l’altra vegetazione ricopriva il parco libera e selvaggia senza essere costretta dentro vasi.
Persone trasandate con la barba lunga reggevano disperati fogli di cartone che recitavano:
“Vi prego, se serve aiuto non esitate a chiedere. Vi prego, per qualunque cosa sono qui”.
Erano le undici del mattino, gli abitanti delle panchine dormivano ancora, anche perchè era domenica mattina.
Aveva la schiena a pezzi, non si era ancora abituato a dormire sulle panchine.
Faceva freddo, lo spettacolo floreale del parco lo consolava, ma non abbastanza. Come se tutti i condannati a morte venissero giustiziati in una stupenda isola caraibica.
Gli indigeni che ti danno il benvenuto mettendoti al collo mortuarie corone di fiori.
Cocktail sulla spiaggia con siringhe dell’iniezione letale come ombrellini.
Plotoni d’esecuzione che ti sventolano sulla faccia fucili come palme.
No, stava esagerando la natura era rigogliosa, gli alberi in fiore, stava bene.

Da qualche settimana non vedeva Marinella.
Marinella aveva gli occhi di un piccione malato, conoscerla era stato come trovare un inatteso tesoro, metà pizza, o un fiore, dentro un cassonetto.
Ci si perdeva tra la natura rigogliosa dei suoi peli pubici.
Ci si perdeva come nel labirinto di siepi di Shining.
L’ultima notte avevano dormito insieme abbracciati sulla panchina per difendersi dal freddo e dai ladri di scarpe.
Quella notte chiusero gli occhi insieme sussurrando Piazza Grande: “A modo mio, avrei bisogno di carezze anch’io”.
Dormirono insieme senza fare l’amore.
Era una cara ragazza.
Il beagle di Marinella stava sdraiato in equilibrio su una cuccia di cartone, proprio come Snoopy.
Giaceva  morto in quella posizione da qualche giorno. Cominciava a puzzare.

Con tutto il rispetto per Marinella e per l’amore in generale adesso provava sensazioni più intense e ugualmente primitive: aveva fame e soprattutto sentiva molto freddo.
Maurizio fece qualche metro ed entrò in casa.
Indossò le pantofole pelose, la vestaglia con le iniziali del padre e corse diritto in cucina dove lo aspettava una tavola imbandita per la prima colazione. Con la bocca piena,  sputacchiando pezzi di croissant farfugliò:
“Damiano, ho detto ai barboni del parco di spaventarmi, ma senza toccarmi.
Uno è uscito di testa e mi ha leccato la faccia. Esigo che lo redarguisca”.
“Sarà fatto, signorino”, rispose il maggiordomo.

Maurizio prese una scala, salì sul tetto della sua villa e si stese a pancia in su, proprio come Snoopy.
Con gli occhi chiusi per la vergogna bisbigliò: “Il cielo stellato sopra di me, la noia dentro di me” e rise con disperazione.

Su Lunedì partiamo, blog collettivo di racconti surreali, assurdi e mentecatti.
Chi siamo. Ma soprattutto perché

Giù, nello scarico.

Sono in un bar. Un improvviso bisogno fisiologico mi distoglie dai miei pensieri: Mi sto pisciando. Ho assunto una posizione da deficiente, mi contorco, cammino a fatica, sudo, mi faccio largo tra la gente a gomitate. Sto per straripare, la mia vescica sarà il Vajont ma senza uno spettacolo di Paolini. Non trovo il bagno. Gli argini stanno per cedere. Nel locale risuona incurante musica jazz. “Bene, questa è New Orleans prima di Katrina” penso. Trovato. Manca poco. Eccomi dentro. Sono in una strana posizione, mezzo accovacciato, sembro un marine mentre fa irruzione nel bagno di Bin Laden. Il bagno degli uomini è occupato, quello degli handiccapati no. O meglio, un tizio in sedia a rotelle sta per entrare.
In questo momento me ne fotto di tutta la sensibilizzazione sorbita ai tempi della scuola elementare, di sicuro piscerò pure il senso di colpa. Cammino come un Jerry Lewis politicamente scorretto, sono ridicolo, supero il malcapitato che accenna una protesta, poi mi vede e ha compassione. Posso passare. Sono dentro. Piscio così tanto che dopo pochi secondi non c’è più traccia di peli pubici nel fondo del water, piscio come se fossi un nuovo idrante della thyssen, piscio come se stessi battezzando milioni di Magdi Allam, un’arca di Noè di peli pubici, carta igienica e mosche non resiste al mio piscio universale. Piscio per un sacco di tempo, alla fine non ricordo neanche per quale motivo mi trovo nel bar. La pancia non mi fa più male, sono libero; ora so cosa prova una donna che partorisce, un libico che si libera di Gheddafi, so cosa prova Adriano Sofri che esce di galera. Quando tiro l’acqua mi sembra di scaricare persino il senso di colpa
Sono libero!
Esco dal bagno. Il tizio sulla sedie a rotelle mi vede sereno, non sembra più che io sia affetto da distrofia muscolare. Mi aggredisce convinto che fingessi per fottergli il bagno.
Sbraita contro di me, inveisce sempre più violentemente. “Prima di pisciare ero tecnicamente handiccapato, ora sono a posto” cerco di spiegargli. Evidentemente lo scarico si è otturato con il mio senso di colpa. Fuggo senza nemmeno lavarmi le mani prima che il tizio improvvisi un Telethon per uccidermi. “Forza, donate quanto potete, ho bisogno di un fucile per uccidere questo insensibile”. In questo momento il mio cruccio più grande è non essermi lavato le mani.

Torno a casa e vado subito a farmi una doccia perchè fuori ho toccato maniglie, rubinetto del bagno e ho tirato l’acqua. Sull’autobus una prostituta nigeriana mi ha contagiato uno sbadiglio, devo ricordarmi di farmi il test dell’hiv. Ho una concezione un po’ nazista dell’igiene. Ma un nazismo isolazionista senza invasioni di sorta che comportino contatto fisico. Sono sotto la doccia e penso a Janet Leigh in Psycho mentre viene assalita alle spalle da Anthony Perkins. Ho letto che l’attrice era ossessionata da questa scena, anche dopo le riprese le rimase la fobia delle docce, quasi come un ebreo sopravvissuto alle docce dei lager.

Mi lavo i denti, sputo l’acqua in direzione di qualche capello nel lavandino per farlo finire nello scarico e provo lo stesso senso di pulizia e liberazione che può provare una tizia che getta un feto nello scarico del water.

E dopo questa metafora idiota nello scarico ci finisco pure io.

Mi guardo intorno, comincio a canticchiare Born Slippy degli Underworld.
Nella fogna un coccodrillo sta masticando un feto, sopra il tombino, nella realtà, un tizio
con una lacoste urla contro la ragazza perché vuole abortire.
Tra i liquami vedo Michele Misseri con un cappello da pescatore che traghetta come Caronte: i piccoli Samuele e Tommy, Meredith Kercher, Melania Rea, Chiara Poggi e Sarah Scazzi.
Il comandante Schettino è in un’altra zattera e traghetta Erika e Omar, Anna Maria Franzoni, Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Alberto Stasi e Sabrina Misseri.
Nella zattera c’è pure una ragazza moldava, ma non verrà registrata in questo racconto.
Sono come un turista giapponese che visita le fogne.
Sto per fare una foto ma me lo proibiscono, ogni personaggio ha i diritti di immagine riservati, e ora non ho tempo per accordarmi con i loro agenti. Le due zattere si incrociano, Schettino accenna un inchino, cade in acqua e tutti scoppiano a ridere.
Il comandante mentre si tiene ad una scialuppa vede galleggiare il corpo di Alfredo Rampi, la lapide di Mauro De Mauro, tre false sculture di Modigliani e una telecamera sfasciata.
Le due zattere si muovono, una alla mia destra, l’altra alla mia sinistra, io sono fermo, ma ho come l’illusione di muovermi. Invece sono fermo, non ho il permesso di recitare nello spettacolo del dolore. Al massimo posso stare tra il pubblico, ma sono rimasti solo posti in piedi.
Dalla superficie si sentono i cittadini urlare: i due minuti d’odio del Grande Fratello di Orwell. Sbraitano contro i peggiori assassini. Intanto io penso che potrei arricchirmi organizzando dei viaggi guidati nelle fogne. Interi weekend dell’odio. In superficie si vendono souvenir dei disastri, vanno a ruba le parti originali della Concordia dentro bottiglie di vetro.

La realtà sovrastante è un’immensa bottiglia molotov con dentro omini neri che sfasciano vetrine e incendiano auto. Lo Stato garantisce un reddito minimo e un’educazione ai poveracci ma più che dal Welfare State di Beveridge, sembra ispirato dal musical “My fair Lady”, in cui un professore scommette di trasformare una ragazza povera ed ignorante in una donna borghese, colta e civile.
La città molotov è morta ma un eterno fuoco fatuo la incendia. I governanti sono asserragliati nel palazzo del governo vicino al monumento dello straccio
imbevuto di benzina. I contestatori sono stati infilati con precisione dentro la molotov come un criceto su per il culo di un ricco borghese annoiato. Sono stati minuziosamente infilati uno ad uno con la pazienza di un giapponese decoratore di chicchi di riso, o nel caso di Fukushima, chicchi di riso decoratori di minuti giapponesi.
I giornalisti raccontano tutto ben protetti dietro a sacchi di sabbia. Gli omini neri stanno devastando la città, politici agonizzano al suolo. Si lamentano: “Ah, che dolore!” dice uno. “La mia gamba…” dice un altro, “Ahi, non mi interrompa, io non l’ho interrotta!” ribatte il primo. Se solo alzassero gli occhi, questi omini, figuranti violenti, scimmiette di giornalisti e politici, si renderebbero conto di vivere dentro una grande bottiglia. Io dal canale di scolo me ne rendo conto, a volte si ha un prospettiva completa osservando tutto dal
basso, non solo dall’alto. E’ quando uno sta dentro, in mezzo a tutto, che la percezione dell’insieme va a farsi fottere. Ecco, sale l’inquadratura, la città è una molotov di plastica nell’ufficio del Ministro degli interni e un cane ci sta pisciando sopra.

Proseguo il viaggio giù nel canale di scolo.
Mi ritrovo in un’asettica piattaforma. Stranamente c’è un buon profumo. Un reduce in sedia a rotelle appena tornato dall’Afganistan intrattiene dei vecchi autori satirici in cerca di ispirazione. La loro scimmietta ammaestrata muove la sedia a rotelle a ritmo di musica, veloce, sempre più veloce. I comici professionisti dell’empatia battono le mani a tempo, ossessivi e meccanici come un attore porno che penetra la collega.
Il reduce si dimena al ritmo dei loro applausi sempre più veloci come un Bob Hope ubriaco, poi stremato cade a terra. Le notizie al neon incuranti scorrono nel sottopancia del reduce: “In Libia 2, 3, 4 morti…” Il reduce è a terra, cerca di risalire sulla sedia, nessuno dei comici lo aiuta, “vorrà farcela da solo” pensano.
I comici con il senso civile scrivono fluviali, ispirati, le loro argute metafore con la cavia ancora a terra: “Nelle strade della Libia il sangue sta cessando di scorrere, gli imprenditori occidentali non aspettano che il flusso finisca definitivamente e penetrano famelici.
Se la Libia fosse una vagina durante il ciclo, agli imprenditori almeno brucerebbe un po’ la coscienza”.

Gli autori non sono abituati a portare la cravatta, soffocano. Si complimentano tra loro, si masturbano a vicenda. Alcuni muoiono per asfissia autoerotica come David Carradine.

Uno degli autori si ferma per un attimo e pensa: “Vorrei scrivere mentre Dio in persona balla sul palco”. Si rende conto che in quel caso non saprebbe che scrivere.
Come un cane al cospetto di Dio, non troverebbe di meglio che odororarGli il buco del culo. OdorarGli, non adorarGli: il suo ego non glielo permetterebbe. Il buco del culo di Dio è immacolato, come quello di un’attrice porno dopo cento sedute di sbiancamento anale.

Le cavie si susseguono sul palco una dopo l’altra: reduci di guerra, malati di cancro, celebrità morte, politici corrotti, puttane di regime, giornalisti prezzolati, vittime di terremoti, preti pedofili, coloni israeliani, kamikaze.
La vita, la sofferenza umana è il loro circo. La donna vittima di violenza domestica è la loro donna barbuta, il bambino vittima di pedofilia è il loro nano superdotato, il kamikaze disperato è il loro nano sparato da un cannone, il magistrato ucciso dalla mafia è il loro clown con il naso rosso. In sottofondo “Ai si te pego” cantata da De Andrade, cugino portoghese di De Andrè. Mentre tutto brucia, loro si godono lo spettacolo e dalle loro trincee di lusso sgranocchiano pop corn.

Sul palco della piattaforma viene proiettato un filmato: Un giudice percorre l’autostrada a bordo della sua auto. Un tizio non lontano, seduto in una poltrona sopra l’Etna sta per premere il pulsante rosso di un telecomando. Preme il pulsante rosso. Ora nel filmato ci sono io che guardo la tv. Nella tv appare il naso rosso di un clown, prendo il telecomando e cambio canale. In un dibattito televisivo Cuffaro inveisce contro Falcone, politici che non conosco litigano tra loro su un ring, dopo ogni round sale una bionda sculettante che regge un cartello con il numero dei morti aggiornato.
Durante le due ore della trasmissione la gente a casa partecipa allo sdegno, all’indignazione civile, sfoga la rabbia, poi si rammenta della propria impotenza e come nel finale del Truman Show dice: “Che danno adesso?” “Non so, dov’è la guida tv?”
Su un altro canale danno un film di Francesco Rosi con Beluschi, riconosco che è ambientato in Sicilia, premo di nuovo il telecomando e sento un’esplosione, non capisco, cambio di nuovo canale, danno “La vita secondo Jim” sempre con Beluschi.
Mi affaccio dalla finestra e vedo un cratere nell’autostrada. Il cratere è pieno di palline colorate. I bambini che passano di lì prendono una pallina a caso, la aprono e leggono il bigliettino. In ogni biglietto c’è una frase contro la mafia: “La mafia fa schifo”, “La mafia è una montagna di merda”, “Adesso ammazzateci tutti”, eccetera, un bigliettino dice davvero “Eccetera”. Un blogger nota che il cratere sembra lunare. Dubita che un uomo sia mai morto in quel cratere. Un altro blogger dice che un volontario venne fatto esplodere con la sua navicella per vedere l’effetto che faceva. Era solo una cavia, grazie alla quale iniziò l’esplorazione della seconda Repubblica.

Continuo a camminare nei bordi della fogna. Mi sento come Pasolini in uno zoo di notte mentre osserva dei ragazzi di vita dentro le gabbie. Ma mi ricordo chi sono, al massimo potrei insultare quei ragazzi da dentro una macchina con degli amici sbronzi.
Finalmente vedo lo sbocco al mare. “Dannazione, queste fogne sono un labirinto! Al confronto il labirinto del minotauro, o quello del giardino di Shining sono i labirinti che trovi nelle scatole dei cereali.” C’è un cartello con su scritto “Uscita”, la freccia indica un ascensore circondato da un’aura luminosa. L’addetto all’ascensore mi dice che peso troppo, devo lasciare qualcosa. “Lo so bene”, rispondo. Mi dirigo verso la rupe e lancio nel vuoto quel masso pesante che è la mia coscienza. In quel masso c’è tutto: libri letti, esperienze profonde e fugaci, sensi di colpa, tutta la mia idiozia, praticamente ci sono io.
Entro nell’ascensore, un tizio in sedia a rotelle vuole salire, le portine si stanno chiudendo,
fingo di premere un pulsante per bloccarlo, guardo il tizio con espressione fintamente desolata mentre l’ascensore si chiude. Ho sempre detestato condividere gli ascensori. “Ehi, qualcosa di me è rimasto!”

Sono nel bar.
Sento i soliti discorsi assurdi: “Una mia amica sordomuta ha letto il labiale dell’urlo di Tardelli durante i mondiali dell’82. Mi ha assicurato che Tardelli urlò: Negli elenchi della p2 c’era pure un comunista”; “Un mio amico che lavora a La Stampa mi ha detto che quando Paolo Calabresi ha saputo della liberazione di Sofri, ha preso la velina dell’Ansa, l’ha accortocciata e l’ha buttata dalla finestra”; “La moviola in campo e il suo mettere in discussione la parola dell’arbitro è figlia della cultura protestante”.
Penso: “Lo sbocco naturale della fogna non è il mare, ma questo bar”. Dico a voce alta: “Ma perché cazzo abbiamo dovuto comprare Palombo?”
E comincia la discussione.

Su www.Mamma.am con illustrazione di Mauro Biani. (Clicca sul titolo giù)
Giù nello scarico

L’anima con gli addominali scolpiti.

Un divertissiment teo-ginnico mentre tutto brucia.

Su Il manifesto sardo.
L’anima con gli addominali scolpiti.

Lo spread tra religione e realtà è ai massimi storici.
Dopo attente ricerche di marketing la direzione del Vaticano ha deciso di fondare delle palestre cattoliche.
La prima palestra cattolica è subito strapiena.
Preti pregano di fronte a bilanceri:
“Con il tuo aiuto, o Signore, posso sollevare il mondo!”
Ogni lunedì gli iscritti alla palestra confessano i loro peccati di gola del fine settimana.
Quattro serie di Ave Maria, tre di Padre Nostro, trenta addominali e la coscienza è a posto.
Preti in sauna, nudi, con solo un colletto bianco, sfogliano riviste con foto osè di embrioni.
Il demonio sta in un angolo, ha un banchetto in cui vende steroidi.
Qualche prete cade in tentazione e rafforza le sue preghiere chimicamente.

Un personal trainer incita un flaccido frequentatore della palestra.
“Vuoi dimagrire?” “Non so, si, certo.” “La tua risposta deve essere sicura! Che i tuoi sì siano sì, che i tuoi no siano no” “Allora, vuoi dimagrire?” “Si, signore!”
I palestrati cattolici dicono cose del tipo:
“Il grasso è immorale”, “Darwin era un obeso, Marx e Nietzsche erano degli obesi, Satana è un obeso!” “Noi soldati di Cristo dobbiamo essere in forma per lo scontro finale con le forze del male!”

Dei preti sono disposti ordinatamente in fila. Un culturista con vestito da vescovo porge loro barrette energetiche come ostie.”Il corpo perfetto di Cristo”. “Amen”.
I preti ingurgitano energy drink contenenti il sudore di Cristo.
La sofferenza, lo sforzo fisico in palestra gli avvicina al sacrificio di Gesù.
Cristo è morto in una panca piana per i nostri peccati di gola e accidia.
E’ risorto dopo tre giorni spostando il Sepolcro con tre serie da quindici.

Una let machine rinchiusa in una teca di vetro è l’altare sacro.
Questa macchina è stata usata da Gesù in persona.
I testi sacri dicono che qua Gesù con l’aiuto di Dio e di barrette energetiche sollevò Gerusalemme.
Sulla panca è steso il vecchio asciugamano di Gesù: la Sindone.
Nella palestra ci sono ovunque foto di Gesù con gli addominali scolpiti.
C’è anche la foto di un G4 religioso dove si può notare lo spread di forma fisica tra le varie figure metafisiche. Il Gesù culturista è cosparso di olio, è in posa plastica con mani giunte, vicino a lui un Buddha grasso, sudato, con etichetta Made in China, mangia patatine,
Vishnù , in pessima forma, è in versione multitasking, con portatile, joypad, telecomandi vari, ipad e iphone, Allah, un arabo comune ma con faccia piena di pixel per non rischiare l’iconoclastia tiene una cintura esplosiva vibrante per smaltire il grasso.

Questa palestra cattolica si trova in aperta campagna.
Sul tetto c’è un Cristo in croce al neon che solleva dei pesi.
Un giorno avevo finito la benzina e mi sono ritrovato lì per puro caso.
Ho parlato con il padrone della palestra. Abbiamo avuto una lunga discussione ginnica-teologica che potrei intitolare:
“La forma fisica è frutto del libero arbitrio o è determinata da Dio?”
“Tutto ciò che siamo e abbiamo è merito di Dio e della preghiera” mi ha detto il padrone della baracca.
Io razionalmente ho fatto notare: “Tu non solo preghi di fronte agli attrezzi, ma li usi pure! Ciò che siamo è merito della nostra costituzione, dell’alimentazione e del movimento fisico”
“La nostra costituzione è un disegno intelligente di Dio, non è frutto del caso” ha ribattuto il padrone.
“Non credo di essere un suo disegno intelligente. Guardami: sono miope, debole e non so nuotare”
“Tu hai deciso di essere così, ma inizialmente siamo tutti uguali, potenzialmente siamo tutti dei palestrati”
“Macchè eguaglianza dei punti di partenza! Ti sfido a trovare una palestra iper-accessoriata in un villaggio del Niger”
“Rimedieremo. Porteremo anche in quei luoghi remoti la parola di Gesù palestrato, saremo missionari di fitness”
“Ascoltami: Se decidessi di diventare obeso o palestrato potrei farlo, è tutta questione di volontà. Dio non può nulla, perché non esiste”
“Dio è il mio personal trainer mi incita e motiva continuamente” ha risposto il palestrato cattolico.
“Ci troviamo in un cul de sac”, ho salutato e sono andato via.

Ma non è finita. L’ho presa sul piano personale.
Ho aperto un ristorante di fronte alla palestra cattolica:
un ristorante con le pareti trasparenti.
La gente della palestra mentre fatica vede i miei clienti strafogarsi di cibo fritto, grasso e unto dal signore che lavora in cucina.
La palestra sta fallendo, ora è vuota come una chiesa di città in un giorno feriale.
Faccio un sacco di soldi, ma non mi interessa lo sterco dei miei avventori cattolici.
Non sarò contento finchè i frequentatori della palestra non saranno tutti morti di diabete e affogheranno in un Diluvio Universale di colesterolo.
Perché non ci sono prove dell’esistenza di Dio, ma del colesterolo sì.

E ora proibite lo spazio!

Margherita Hack con il suo grazioso cappellino nucleare a forma di Odifreddi è la guida antispirituale della Società della Temperanza Materialista.
Oggi ha convocato una conferenza stampa in un chiesa sconsacarata, adibita ad osservatorio astronomico.
La chiesa di campagna è stata secolarizzata, dall’altare sbuca un telescopio gigante che scruta l’universo alla ricerca di Dio.
La cosa più simile a Dio trovata finora è una vecchia babbuccia sinistra di Prada appartenuta ad un suo portavoce glamour.

Le scimmie giornaliste non fanno domande, si limitano ad ascoltare, pendono dalle labbra dell’astrofisica come una radice quadra pende dal collo di un fondamentalista matematico.
M. Hack pontifica: “Oggi è un gran giorno. Da oggi è illegale vendere, fabbricare, e porco Darwin!, anche consumare la religione cattolica!
Salutiamo l’avvento di una nuova era, un’era sobria, pulita e razionale. Salutiamo l’avvento del proibizionismo!”

Cinghiali laureati in matematica pura danno fuoco a La buona novella di De Andrè e a Don Gallo,
mafiosi litigano con Don Ciotti su chi è più cristiano, ragazzine emo fissate con Twilight danno fuoco a coetanee che cantano nel coro della Chiesa,
affiliati di Medicina Atea stendono sul tavolo di Mengele medici cattolici obiettori e sezionano la loro coscienza, Lindo Ferretti va in autocombustione, gli atei-devoti vanno in crisi di dissociazione
e la loro parte atea dà fuoco alla parte devota, Giuliano Ferrara si ustiona, si cosparge di salsa barbecue e si divora.

Dalla caverna di Platone embrioni di Similaun vengono scongelati col fuoco e portati in laboratorio per sperimentazioni.
Per spegnere il fuoco non bastano mille canadair di acqua laica.
Il Vaticano sembra Venezia. Cinici Noè in gondole improvvisate fuggono con quadri di inestimabile valore.
Vecchi balconi ospitano nuovi tribuni.

Atlantide city:
“Quando la religione cattolica fu messa fuorilegge, i fuorilegge divennero i re”

La malavita non aspettava altro. Preti gangster gestiscono il contrabbando di bibbie e croci.
Osservatore Romano e Avvenire ora all’indice, circolano come fogli clandestini.
Le chiese sono diventate dei saloon, papamobili con vetri oscurati sfrecciano impunemente.
Le donne, i negri della chiesa, intonano gospel, spiritual, e jazz sacro con organi a canne.
I locali di preghiera sono chiassosi, altro che speakeasy!
Si invoca allegramente il nome di Dio, giovani discutono morbosamente della loro castità ingurgitando ostie psichedeliche, scambisti si scambiano i rispettivi peccati nel buio dei confessionali e i più trasgressivi provano per qualche minuto il protestantesimo.
Gangster con colletti bianchi, completi di seta e scarpe lucide giocano d’azzardo con i santini, con chierichetti portafortuna seduti sulle ginocchia.
Nei privè ci si autopercuote con delle fruste: “Si, signore, ho peccato, merito di soffrire! Il dolore mi avvicina a te”
“Anche disfarti del tuo macchinone e delle scarpe da migliaia di euro aiuterebbe” sussurra la tizia che pulisce i cessi.
“Come ha detto?” chiede il sadomasochista distratto dal suo sogno erotico.
“No, nulla, dicevo che spero di sgrassare quest’incrostazione dal cesso con l’aiuto del Signore”
“Ben detto sorella, la preghiera è quel che ci vuole, la preghiera.Tutto il resto, compresi quegli intrugli chimici, son del maligno”

Oh when the saints go marching in!
Oh, quando i santi marceranno!
Oh, quando i santi marceranno!

Scarface è il prete gangster italoamericano con le stigmate in faccia. Con la strage di San Valentino ha fatto fuori la concorrenza dei cattolici irlandesi. Ora è il padrone incontrastato del contrabbando e rilascia dichiarazioni alla stampa con disinvoltura: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto alla gente. Finchè ci sarà paura, insicurezza e morte ci sarà domanda di religione. Il mio Impero scomparirà dal mercato quando scomparirà l’uomo!

Questa mafia ha un suo codice morale. Si limita a contrabbandare la fede ma non vuole aver nulla a che fare con droga e prostituzione.
Le religioni di contrabbando fabbricate dalle sette criminali sono perfino più dannose delle vecchie credenze. Queste sono improvvisate, il trascendente non è fermentato correttamente e la metafisica è di pessima qualità.
I cittadini sono inermi e si limitano a delegare il potere a sbirri corrotti da bustarelle di fede.
La polizia si fa riprendere mentre spara su botti piene di vin santo.
Ma il sangue di Cristo non è l’unico sangue a scorrere nelle strade.

Ground Control to Major Tom.
Ten, Nine, Eight, Seven, Six, Five, Four, Three, Two, One, Liftoff.

I dirigenti delle società offshore riconducibili a Dio e rispettivi prestanome sono stati scovati e internati in campi di rieducazione gestiti da Stephen Hawking.
Hawking, con la testa inclinata a destra come Cristo sulla croce, esclama:
“Se Dio esistesse ora starei gareggiando contro Pistorius canticchiando in falsetto Starman di David Bowie! E ricordate, sostenete il proibizionismo perché:
Se la religione, come l’alcol, è  una stampella, la scienza è come una sedia a rotelle elettrica, con vocoder incorporato”

Astronauti cattolici scampati alla rieducazione partono con la Mayflower II alla ricerca di pianeti ospitali in cui poter liberamente professare ed imporre il loro credo.
Nel tetto dell’astronave campeggia un Gesù aerografato con casco da astronauta e corona di spine.
Un cane pastore tedesco con una tiara di swarowski, e non di spine, viene sparato nello spazio come cavia.
Finalmente la prima colonia cattolica si insedia in un pianeta ospitale con tracce d’acqua santa.   Fosse comuni come crateri lunari sono catacombe piene di fossili di protomartiri.
Gli indigeni alieni paiono embrioni, o dei bellissimi feti malformati, figli di Dio.
Space Oddity di David Bowie è cantata nelle chiese come un coro gregoriano, e viene
intonata a cappella da bambine e bambini biondi vestiti come i primi puritani salpati in America.
Una grande croce nera scende dal cielo come il monolite di 2001 Odissea nello spazio.
Da ora può iniziare la nuova civiltà.

Probabilmente gli esuli cattolici non hanno mai viaggiato nello spazio.
Tutto questo è falso, non è mai successo ed è stato girato negli studios del Centro Televisivo Vaticano.

Sul BiLE N/2 – Non nominare il nome di Dio invano.
Clicca qui per scaricarlo
.

(Troppo Boardwalk Empire e troppo David Bowie rendono Tabagista pazzo furioso)
07/11/2011

Wall Spleen

Una notte a Wall Street un camion di debiti si scontrò con un camion di speculatori: così nacquero i derivati.

In tempi di crisi Wall Street è il muro del pianto dei broker di origini ebraiche.
Il mondo W.A.S.P. di Wall Street rischia di essere infettato da operatori di borsa giudei.
I cospirazionisti sono convinti che le twin towers siano crollate dopo un fallito tentativo di circoncisione da parte di attentatori ebraici.
Per rispetto alla comunità ebraica i dietrologi smetteranno di delirare sui complotti sionisti durante lo shabbat.

In tempi di crisi piccoli imprenditori si recano in banca con carriole piene di dipendenti con relative famiglie, come garanzia.
La garanzia è un sacrificio umano da immolare ai sacerdoti della Banca.
E’ complicato ricevere udienza in banca, i clienti fedeli prima di entrare si tolgono le scarpe, in segno di rispetto.
Stupende vestali con make up rituale lasciano opuscoli informativi all’entrata.
Strauss Khan si aggira furtivo con gli occhi da profanatore, pesante come un blogger fissato col signoraggio.

A Wall Street artisti non collocabili sul mercato hanno eretto un muro che li divide dagli operatori di borsa.
Il Wall Spleen divide questi artisti ancorati al reale da quegli inguaribili sognatori della finanza.

Un broker romantico lavora un derivato d’argilla (suppongo che i derivati siano degli oggetti informi d’argilla), e un sacco colmo di denaro virtuale e stock options lo abbraccia da dietro.
“Unchaine Melody”. Senza catene, lacci e lacciuoli, proprio come il mercato.

Il self made man non è stato creato da un Dio. E’ una persona razionale che si è letteralmente creata da sola, tramite masturbazione.
Giornalisti economici si recano in processione a Francoforte attendendo il miracolo: l’apparizione della lettera segreta della BCE. Nell’ambiente girano molte versioni apocrife.
I giornalisti leccano cocodrilli psichedelici della Lacoste e finalmente vedono Trichet avvolto in un lenzuolo che legge le Tavole della Legge.

I film propagandistici sono affidati a Mel Gibson.
Il più famoso vede protagonista un profeta liberista ucciso da broker ebrei, morto per le nostre mancate privatizzazioni.
Durante il film scorrono velocissimi sottotitoli: nasdaq, indici mibtel, dow jones e titoli di borsa.

Piccoli azionisti si riuniscono per comprendere i misteri, le dinamiche ancestrali e le forze oscure che muovono il Mercato.
Tirano fuori la tavola Ouja e cominciano a comunicare con gli spiriti, la mano invisibile del mercato muove la tavola tra l’inquietudine degli astanti.
Una telescrivente impolverata prende vita, i fogli escono a raffica: “compra, vendi, compra, compra, Obama sarà un one-term President”
Ronald Reagan parla attraverso la tavola Ouja: “deregolarizzate il Super Bowl, levate gli arbitri.
E abbattete il muro dello Spleen! Quotate l’inquietudine, l’ispirazione, le ambizioni, l’avidità, i rancori degli artisti, quotate tutto ciò che conoscete!”
Gli artisti che si ostinano a proporre le loro cose al Mercato, senza togliersi le scarpe in segno di rispetto, vengono fucilati sul Wall Street.
I piedi dei martiri vengono amputati e posti nel museo della memoria, una specie di Hall of Fame.

Squali della finanza si aggirano in un mare di denaro liquido, si intravede la pinna della loro ventiquattrore.
Quando sentono sapore di fallimento accerchiano l’insolvente e lo scorporano, lo spappolano, lo divorano.
Ma cosa c’è dentro quelle ventiquattrore? Un broker pentito un giorno aprì la sua. Una luce accecante irradiò l’intera stanza:
era un derivato.
Il broker pentito finì in carcere per diserzione.
Oggi si è impiccato con i lacci delle scarpe. Ed è strano in un sistema contrario ai lacci e lacciuoli.

Sul numero uno del pdf del Bile. (17/10/2011)

Log-out

Fumo erba sempre più raramente. Mi stava fottendo la memoria.
L’ultima volta ho fumato un’erba strana. Ho visto la storia dell’umanità seguendo il viaggio di una mela.
Tutto ebbe inizio con il peccato originale:
“Adamo non cogliere la mela!” La mela cadde dall’albero e finì sulla testa di Newton. Guglielmo Tell lanciò una freccia e trafisse la mela. Magritte mise una bombetta sulla testa di Newton e cominciò a dipingere. La strega avvelenò la mela, un attore la prese e le diede un morso per una pubblicità di un dentifricio. Cadde in un sonno profondo, si risvegliò con una canzone dei Beatles, fondatori della casa discografica Apple. Sono a New York, nella Grande Mela, twitto sul mio iphone dell’Apple: “che botta!”
Mi sono risvegliato tre giorni dopo al funerale di Steve Jobs con un costume da bruco.

Su Il Male di Vauro e Vincino (14/10/2011)

Un Default imperfetto

Un utente Facebook ricarica ossessivamente la pagina, attende invano un segno, un poke di Dio.
Non esiste nulla. Può continuare a far coltivare il suo orto di Farmville a qualche utente  marocchino. Rinuncia a caricare la nuova applicazione “coscienza”.
E’ stanco. Esce dalla sua stanza fatta di notebook, facebook, e film in streaming.
Dopo circa un’ora, la realtà, le macchine e la gente nei bar si bloccano.
Un f16 italiano in partenza per la Libia scrive nel cielo a caratteri cubitali:
“Hai raggiunto il limite di 72 minuti fuori dalla tua stanza”.
E’ scattato il coprifuoco.
Solo chi supera una certa soglia di reddito può staccare e riattaccare il terminale e aggirare il limite.

La gente vive in palazzoni tutti uguali.
Di notte ogni compartimento è illuminato, la gente gira su se stessa.
Da fuori sembrano omini dentro forni a microonde.
Ogni tanto qualcuno si spara in bocca, da fuori sembra vedere saltare il pop corn nel microonde.
Uno spettacolo che non è più spettacolo, ma normalità, e pop corn: un bel binomio.

Ogni anno si butta tutto giù per ricostruire tutto uguale.
La gente in passato costruiva torri altissime per avvicinarsi a Dio, ora, per lo stesso motivo le butta giù. Si commemora ogni singolo mattone frantumato come farebbe un pro-life con un embrione.

La piazza borsistica della compravendita d’organi è affollata.
Broker e speculatori fissano elettroencefalogrammi piatti sperando in rialzi improvvisi.
I clandestini fanno la fila al body scanner per l’inventario del corpo
A Lampedusa c’è il discount degli organi..
Le bare sono scatolette di tonno. Le apri, fai scolare l’olio formatosi nella bara, un
guanto di plastica e ti servi.
I sacchetti però te li porti da casa. Presto la plastica sarà eliminata del tutto.
Fuori c’è una coppia di sposi. Un ricco settantenne italiano e una playmate tedesca. Il divario tra loro si chiama “spread”. Al paraurti della limousine hanno attaccato degli avvocati divorzisti molto rumorosi.
“Ho sempre desiderato andare nella romantica Venezia” dice un clandestino ispirato dalla visione.
L’impiegato del discount: “Sei fortunato. Quel milionario ha bisogno di un cuore nuovo. E indovina dove farà il viaggio di nozze?

C’è un’offerta al supermarket: dopo un certo numero di bollini vinci altri bollini.
Tra i premi c’è pure uno stock di frasi caustiche contro il consumismo.
Al gusto di limone. Il supermarket, gli scontrini, i carrelli, pure le cassiere sono al gusto di limone.
Il Dio del supermarket è un eroinomane con un limone inesauribile, la sua siringa lascia segni di codice a barrre sulle braccia.
Il limone è il frutto legalizzato di Dio. Esso è causa della stitichezza di Dio, a causa sua non crea più nulla.
La fila alla cassa è lunghissima, sembra che stiano distribuendo metadone
I clienti chiedono alle cassiere sorridenti nuove religioni in promozione, se fai convertire un amico, in omaggio indulgenze, assoluzioni plenarie e un set di pentole
La gente mette un euro per il carrello, entra nel market, ma non lo riempie.
Esce, e si riprende l’euro.
Come pagarsi per masturbarsi.
Carrelli come juxebox. Ma con la stessa eterna nenia.
Ora anche i jukebox all’idrogeno sono inoffensivi, ricevono pure aiuti dallo Stato .

Gli uomini in default sono ora manichini senza occhi, se ne stanno disposti ordinatamente in un grande campo di grano. Di fronte a loro vetrine sature di oggetti lussuosi.
Le donne insolventi sono nel reparto surgelati dei supermarket. In certi posti puoi entrarci solo da merce, ed è un sogno, un’aspirazione.
Qualche altro corpo in default è usato per la sperimentazione di cosmetici e pillole dimagranti
Manichini senza un filo di grasso con le facce imbellettate pesantemente, violentemente, da trucchi sperimentali. Fallimenti imbellettati.
“E’ sempre stato il mio sogno avere una taglia 36″ pensa una. Perché sono manichini, ma pensano ancora.
A volte si sta ore senza pensare o agire. Ed è allora che parte lo screen saver nella testa.
Vista l’impossibilità di cambiare complesse sovrastrutture un riformista decide di cambiare il suo screen saver.

Un tizio è nel limbo pre-fallimento.
E’ stato saccheggiato e devastato come la Libia, ma senza business della ricostruzione dietro.
Senza consulenti d’immagine o gente che gli rifacesse il look, senza esperti cromatici che gli consigliassero gli accessori da abbinare ai suoi occhi verdi, senza gare d’appalto falsate per la pulizia del viso.
Un burocrate lo tiene al guinzaglio, ogni tanto lo porta fuori a fare i bisogni qualunquisti, a sfogarsi, maledire il governo, i politicanti e la promiscuità sessuale.
Dietro di lui responsabili di agenzie di rating gettano dai burroni dei corpi inutili, senza più nulla da dare.
Le cimici lo seguono dappertutto. “Sono le microspie dell’FMI, mi osservano, controllano che non compri niente. Oppure sono cimici reali: anche la natura mi ha scaricato, anche per la natura sono un cadavere. La mia prossima mossa sarà chiedere un mutuo subprime sui miei cartoni da barbone. Mi formatto, mi rispedisco all’assistenza, anzi, no: mi sa che mi compro un cane”.

L’ultima cosa vera restata al mondo sono i disastri naturali: uragani, tsunami, terremoti.
Sono le ultime cose non progettate, non quotate in borsa, le ultime cose non risultate in seguito ad accurate ricerche di marketing.
Democrazia sostanziale per ogni target di consumo.
La natura: l’ultima risorsa contro il positivismo relativista.
Ecco di cosa aveva bisogno: di sovrastrutture sicure, di essere commissariato da un tutore, da un burocrate, dall’FMI!
Da qualcuno che ogni mattina gli facesse il nodo alla cravatta.
Ma non una madre, una sorella, una ragazza. No, voleva un freddo tecnocrate della banca mondiale.

Conigliette di playboy escono dal cilindro di un mago.
Paiette e lustrini  luccicanti contro il grigiore del racconto.

Tecnocrati lo scuotono a testa in giù finché non vedono cadere anche l’ultimo spicciolo, l’ultima delle sue convinzioni morali, dei suoi pregiudizi, delle sue velleità, dei suoi tabù, l’ultimo suo congiuntivo.
“Senza i miei cibi precotti, il mio microonde, i miei film in streaming e il sesso occasionale cosa sono?” pensa un manichino.
“Quando perdi tutto, e non hai più nulla, ecco che sei davvero libero. Siete liberi!”, urla e ride un burocrate rivolto ai manichini nel campo di grano.
Per lui è finita. Ma intorno a lui ragazzette continuano a riparare unghie a domicilio per 15 euro.

Su scaricabile.it (14/09/2011)

Evasione.

Uno scarafaggio è in una cella di un carcere italiano.
Si trova lì da quattro mesi in attesa del processo, non sa neanche di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.

Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.

Il detenuto viene portato dallo psicologo per il colloquio.
Lo psicologo è chiaro: “Detenuto, la sua cella è troppo piccola, dovrà lasciare qui in infermeria le foto, i libri e il suo es”.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti in isolamento.

-Decimo giorno di isolamento.

Il detenuto percorre il miglio che lo separa dall’infermeria alla cella.
Gli altri detenuti urlano: “uomo vivo che cammina!”
L’uomo vivo entra nella cella. Il ministro ha portato il lenzuolo, una guardia lo annoda a mò di cappio e lo porge al detenuto, il cappellano gli accarezza la fronte, paterno.
Il direttore del carcere posa in terra una pila di scartoffie, il detenuto ci sale su e lega il lenzuolo alle inferriate della finestra.
Senza pensarci troppo sposta con i piedi le scartoffie e rimane sospeso.
Il direttore suda, annaspa, si allenta la cravatta troppo stretta, si affatica a firmare tutte le scartoffie prima del decesso.
Il detenuto non si decide a morire, si sta strozzando ma l’osso del collo non si rompe.
Il medico del carcere è lì, il detenuto lo fissa come se invocasse un suo gesto di clemenza, un’iniezione, un qualcosa che metta fine all’agonia.
Ma il medico non può, è un obiettore di coscienza.
“Non posso intromettermi, la volontà di Dio faccia il suo corso”, il cappellano annuisce.
Dopo quindici minuti di agonia, il detenuto muore.

Il cadavere viene portato in infermeria. “Peccato, qualche minuto prima e l’avremmo potuto salvare” osserva un infermiere. L’infermeria è piena, a molti è stata diagnosticata una grave forma di Fini-Giovanardi.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.

I famigliari potranno vedere il detenuto morto negli orari di colloquio. Ma da dietro una teca, un vetro divisore.

-Trentatreesimo giorno di isolamento.

Il detenuto vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù.
“Condannato”. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
L’uomo più indignato si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Un detenuto musulmano si incazza per questa visione.
La ditta che ha vinto l’appalto dei deliri dei detenuti non rispetta le altre religioni. “Voglio una visione col profeta Mohammed!”
La ditta si scusa, comunica che sta lavorando a dei prodotti anche per quel target di detenuti.

-Ottantaseiesimo giorno di isolamento.

Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto,
il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che vidi il mio primo giorno di galera, una guardia penitenziaria che si tolse la vita due annni fa,
Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non esiste, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
Dall’inizio dell’anno ci sono stati 29 suicidi in carcere.
La guardia morta suicida non c’è, sta assistendo al plotone di suicidi. Ventinove detenuti cadono uno dopo l’altro, come un domino.
La guardia si porta il lavoro a casa, prepara il cappio, sale sul libro “Dei delitti e delle pene” di Beccaria, calcia il libro e chiude il domino.
Uccidersi a casa è gentile nei confronti dei colleghi. Il problema non è più del penitenziario, niente scartoffie.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

-Modeste proposte.

Il carcere è sovraffollato. Sembra un tetris umano. Ogni tanto qualche mattoncino del tetris scompare perché ha finito di scontare la pena, o perché è morto.
Quando succede il carcere guadagna punti e si torna a respirare.
E’ un sistema che si autoregola.
Non è mai successo che i corpi del tetris arrivassero fino in cima, il gioco non può finire.

Nel caso è previsto un Piano b contro il sovraffollamento: i detenuti saranno trasferiti fuori dalle carceri, i cittadini rispettabili si rifugeranno nei penitenziari.
Da sempre i cittadini rinunciano a un po’ di libertà per più sicurezza. Stavolta si tratterebbe di rinunciare assolutamente alla libertà, per un’assoluta sicurezza. Chi terrà una cattiva condotta all’interno del carcere sarà punito con l’ora d’aria.

-Reinserimento.

Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, sente solo:
“Detenuto, l’isolamento è finito, può uscire”.

Su www.mamma.am (30/06/2011)