Dio non gioca a dadi – #SurrealityShow

Un vecchio prete genovese tempo fa cacciò dal paesino di Sant’Ilario i giocatori professionisti e le prostitute che non volevano essere salvate. Solo le prostitute che venivano da Via del Campo scalze e pentite venivano accolte nella sua casa. Il parroco con l’aiuto dei suoi discepoli vendeva la sua retorica salvifica fuori dalle bische. La sicurezza cacciava i mercanti dal casinò e scaraventava a terra libri e volantini in un ripetitivo gioco delle parti.
Una donna sfigurata da acido e botulino rapata a zero è legata mani e piedi ad una roulette. Un croupier con il colletto bianco gira la roulette, asseconda ed incita le giocate della gente. I giocatori invasati lanciano le pietre alla donna e fanno le loro giocate:
- Giocami Siracide 22, 26 sul rosso: “La donna pagata vale uno sputo, se è sposata è torre di morte per quanti la usano”.
Un altro scaglia la sua pietra contro la colpevole:
- Cagna! Io mi gioco il 9 e 10 dello stesso Libro: “Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via!”
Il prete rivoluzionario smorza l’entusiasmo dei presenti:
- “Si getta la sorte nel grembo, ma ogni decisione viene dal Signore”, proverbi 16, 33.
Detto ciò tira i sassi e vince. La donna è pentita, è salva!
Le donne croupier che sono rimaste incinta sono state costrette ad abortire dalla direzione. I feti abortiti sono stati murati dentro il Casinò. Solo uno dei preti lo sa. Sente suonare le campane a morto da dentro la parete. Il rimorso della coscienza è insostenibile. Butta i dadi a terra ed esplode:
- Sì, siamo stati noi! Ma ora basta con le campane, ti prego mio Dio!
La sicurezza lo porta fuori tra l’indifferenza generale. Il Casinò lo rimbrotta ma non lo espelle mai perché è funzionale e folkloristico con i suoi sermoni del tipo:
- Le vostre altissime torri di fiches crolleranno come la torre di Babele. Dio punirà la vostra avidità!
Gli astronomi bari invece vengono cacciati senza tanti complimenti. Il portavoce della casa da gioco ricorda:
- Le pietre sono immobili. È la roulette a girare.
L’esorcista Padre Merrin e Regan giocano a black jack con dei santini. La bimba posseduta dal demonio conta i santini con la voce di Dustin Hoffman in Rain Man, gira la testa come una roulette colpendosi la fronte ossessivamente e poi vomita verde sul tavolo.
Intanto Ernest Von Freyberg il nuovo presidente dello IOR pulisce il denaro in fiches.
Lo hanno visto al Casinò mentre infilava indulgenze nelle scollature delle ballerine, sniffava le ceneri di Cristo e sorseggiava Bloody Mary alla faccia del Levitico 15, 19.
Dal Vaticano osservano tutto. Ci sono telecamere collegate ovunque. Sul balcone vacante di piazza San Pietro ora c’è una slot machine che sgancia l’otto per mille ininterrottamente.

Benvenuti all’inferno. E ora signori, un po’ di silenzio: ecco a voi mister Frank Sinatra.

Vota Zombie! – #SurrealityShow

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.

Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.

Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.

Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.

Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.

A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.

Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui. Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.

Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella.

Surreality Show, su Scrittori Precari

Il processo a Joseph R. – #SurrealityShow

Una bambina con la maschera di Marcinkus è in piedi in un campo da golf. È lì da quaranta giorni e quaranta notti; il campo da golf è un deserto senza tentazioni.
Il caddy, stratega e supporto morale è Tarcisio Bertone: nella sacca nasconde uno scettro per ogni occasione, inediti vangeli apocrifi, il testamento biologico di Wojtyła, i documenti del Concilio Vaticano II e i baffi di Calvi.
La bimba colpisce con lo scettro fondi neri, indulgenze, debiti, preti pedofili, seminaristi omosessuali e feti abortiti murati nei conventi. Uno dopo l’altro, ognuno di questi scandali, finisce dentro una buca. È infallibile, non sbaglia un colpo. “Ci vuole tecnica e allenamento, non si va in buca con le Ave Maria”. Più che buche di un campo da golf sono fosse comuni. All’interno di ogni glory hole c’è un distruggi documenti che trita carte e persone.
La bambina attraversa il campo a bordo di una piccola papa-mobile, saluta dei broker, bacia dei piccoli derivati, ma all’improvviso uno sparo.
È stata colpita. La maschera è caduta. La piccola alza il capo e sorride, la chiave della cassetta di sicurezza che tiene al collo le ha salvato la vita.

Joseph R. si sveglia. Si infila le babbucce rosse come il cappottino della bambina di Schindler’s List, va in bagno e nota un brufolo sul naso. “Io, infallibile, vicario di Cristo, Successore di Pietro, Vescovo di Roma, Sommo Pontefice, Maestro di Verità, cum omnium Christianorum pastoris et doctoris munere fungens, sfigurato da un brufolo! Sono umanamente fallibile, è minata la sicurezza del mio dogma, il mio derma è vulnerabile, il mio ph è minacciato dal relativismo seborroico e dal pus laicista! Sono unto dalla Corruzione! Non posso nulla, sono impotente di fronte al male.”
Quel brufolo è la goccia d’acqua empia e frizzante che fa traboccare l’acqua santiera, è la scintilla che mette al rogo le sue sicurezze, lo coglie come l’outing del suo scrittore preferito in adolescenza: Herman Hesse.

Il Pontefice si affaccia al balcone, saluta i fedeli visibilmente commosso come Freddy Mercury durante il suo ultimo concerto al parco di Knebworth. “Il vero discepolo non serve se stesso o il pubblico ma il suo Signore”. Può iniziare il processo, l’Autodafé dei fan.
Irrompe un disturbatore: “No religione, no religione in Vaticano!” Joseph attende l’intervento di Dio, ma nulla. Con l’ultimo residuo di autorevolezza pontifica: “Molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta”.

Le femen in delirio per l’ultimo show, lo prendono in parola, si stracciano le vesti e lanciano i reggiseni sul balcone. Si amputano il seno destro come le amazzoni per meglio imbracciare l’arco e scoccare dei dildo sulla folla, per poi gettarsi da sole nei fuochi fatui del più grande cimitero del mondo: il Vaticano.
“Dicevano tutti che l’infinto e sfarzoso funerale di Woytila sarebbe rimasto nella storia, provate a superarmi ora!” Detto questo Joseph R. si tuffa dal balcone, la gente lo sorregge in un amorevole stage diving e così scompare a vita privata.

Prima puntata di Surreality Show, su www.scrittoriprecari.wordpress.com

Giovanardi

Giovanardi è in ginocchio davanti a San Patrignano.
La statua del santo è un water colmo d’acqua santa.
Muccioli preme la testa di Giovanardi dentro il water.
Il pertugio è troppo piccolo, potrebbe entrarci interamente solo il corpo di uno Stefano Cucchi.
Muccioli spinge più forte, il corpo di Giovanardi entra a fatica: è dentro.
Strana versione di Born slippy degli Underworld. Improbabile cover di Vasco Rossi.
Davanti ai suoi occhi un’Atlantide di tossici:cristi crocefissi a letto, legati con lacci emostatici, sulle braccia segni di stigmate.
Nel soffitto un Gesù bambino rotea la testa.
I tossici costretti a letto hanno gli occhi aperti con degli artigli metallici tipo riabilitazione Arancia Meccanica.
Sono costretti a guardare tutto il giorno spot ministeriali e fiction antidroga con Beppe Fiorello.
Il Pio Muccioli immerge la mano nel water dell’acqua santa, poi saluta i finanziatori con strette di mano segrete.

Settembre 2011

Progetto Evasione

(Articolo pubblicato sulla rivista Mamma! Giugno 2012)

Dall’inizio dell’anno sono morti 61 detenuti, 21 di questi sono suicidi.
Un cartello luminoso posto sul tetto della sede del Ministero della Giustizia aggiorna il conteggio in tempo reale.
D’Estate la situazione si complica.
Nella sauna del sovraffollamento l’umanità detenuta non espia la colpa, la suda
E gli impiccati se ne stanno come d’estate, sugli alberi, le foglie.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti.
Lo chiamano “Progetto Evasione”.
Grazie a questa multinazionale onirica specializzata in deliri personalizzati ogni detenuto potrà vivere la sua esperienza lisergica. Un’evasione dalla realtà per combattere la depressione, gli episodi di violenza e, soprattutto, limitare i suicidi.
Questa pratica è ancora in via sperimentale.
Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.
“Poco male, mi rimane la fantasia” dice.
Il nuovo arrivato vede il bando del “Progetto Evasione” sulla bacheca della segreteria, entusiasta si propone come volontario.

L’iter metafisico.

Il detenuto ora è uno scarafaggio.
Ricorda di essere in attesa di un processo ma non sa di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.
Capisce di aver superato il provino. E’ lui la cavia.
Ma perché nessuno gliel’ha detto? Certo, non si aspettava che venisse l’Arcangelo Gabriele ad avvisarlo, ma per la Madonna, almeno un biglietto!
Il detenuto è in tribunale. Vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù. “Condannato!” Tra tutti spicca Pilato, P.M. o Magistrato, non ricordo, nell’antica Roma non c’era la separazione delle carriere. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale fino ad averle pulite.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
Un professore indignato con La Repubblica sotto braccio, si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.
La ditta che ha vinto il subappalto per le sceneggiature delle evasioni sta lavorando anche a storie personalizzate per detenuti musulmani.
Il profeta Mohammed non può essere raffigurato. E’ già stato contattato un team di mosaicisti specializzati in sfocati mosaici di pixel.
Presto sarà accontentato anche quel target di detenuti.
Gli atei o agnostici non sono tenuti in considerazione, stiamo parlando di carcerati, di gente disperata, non di gente atea e tranquilla come P. Odifreddi.

Il talk show solitario.
Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Il detenuto canticchia una sigletta inventata sul momento, un grande poster di una modella mezza nuda sta alla sua destra.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto, il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che ho visto il mio primo giorno di galera, Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non è reale, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

Reinserimento.
Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, un signore con metà faccia di Fini e l’altra metà di Giovanardi gli dice:
“Detenuto, la sperimentazione è finita, può uscire”.

Vorticelle, che bontà!

(Video)

Tommaso Salvatori è un nome che ai più non dirà nulla.
Forse Tommy Brambilla suonerà più familiare: era uno dei protagonisti della sit-com Fininvest “I quattro del quarto piano”. Interpretava il figlio più piccolo della famiglia Brambilla, un vero peperino! Verso la metà degli anni ottanta ebbe un gran successo con lo spot delle spinacine “Vorticelle”. Era il bimbo che non riusciva a dire “Vorticelle, che bontà!”, prima diceva “Torvicelle”, poi “Votricelle”. Ora Tommaso ha quarant’anni, è alto 1 e 60, pesa 110 kg e ha ancora la stessa voce di quando aveva cinque anni.

Tommaso vive di rendita e sta tutto il giorno in vestaglia al buio senza mai aprire le finestre a rivedere vecchie puntate de “I quattro del quarto piano” abbuffandosi di Vorticelle. Passa le sue giornate su facebook a chattare con ragazzini e masturbarsi in web cam con la pancia appiccicosa di sperma e briciole di Vorticelle.
E’ un gran frequentatore di siti sulla Teoria della Cospirazione. E’ convinto che la setta dei Rosacroce stia dietro ogni mistero italiano rimasto insoluto.
Dalla morte di Pantani al disastro della Moby Prince, dalla strage della scuola di Brindisi all’incidente della Concordia, dal delitto di Cogne al fallimento dell’azienda produttrice delle Vorticelle, dalla scomparsa di Emanuela Orlandi alla sospensione della serie “I quattro del quarto piano”. Ogni settimana spedisce la stessa mail al Corriere della Sera in cui tra le altre cose sostiene di essere in possesso dei capitoli mancanti di Petrolio di Pasolini. Il titolo della mail è eloquente: “La pagherete “.

Le Vorticelle non sono più in commercio da circa vent’anni ma lui ha ancora le scorte omaggio.
Ha calcolato che mangiandone nove al giorno glie ne rimangono ancora per dieci giorni. E proprio tra dieci giorni, a scorte esaurite, ha deciso che si ucciderà.
Coincidenza: proprio tra dieci giorni si recherà a Roma, negli studi di Saxa Rubra per il programma di Rai Uno “Ve li ricordate?”. Frizzi gli farà qualche domanda e dopo tre minuti esatti lo liquiderà. Viaggio pagato dalla RAI più mille euro di gettone di presenza.
Tommaso Salvatori ha programmato tutto: strapperà il microfono dalle mani di Frizzi leggerà il suo comunicato contro I Rosacroce e poi si farà esplodere. Su internet si può facilmente scoprire come si assembli una cintura esplosiva e come si resista dal dare un pugno in faccia a Frizzi.

E’ la mattina del suo ultimo giorno e Tommaso è raggiante. Esce di casa, una macchina messa a disposizione della RAI lo aspetta. Entra nell’auto, a sorpresa c’è pure un famoso capo struttura RAI. “Ciao, Tommy, come va? Mi dici ‘Vorticelle, che bontà’?” L’ex Tommy finge di sorridere ed educatamente scuote la testa. “E Bilderberg, riesci a pronunciarlo? Che è tutta ‘sta fissazione per i complotti?” “Non so di cosa parla, mi faccia scendere”. Il dirigente RAI lo trattiene con una mano sulla spalla e gi dice:”Ascolta, io pensavo a te per una nuova serie tv ‘Bentornati Brambilla’: sarebbe la storia del piccolo Tommy ai giorni nostri. Sai quanti italiani si domandano che fine hai fatto? Abbiamo già scritturato il bimbo che farà la parte di tuo figlio Tommy Junior. Allora che ne pensi?” Tommy Salvatori trema e scoppia a piangere. La sua vocina rotta dal pianto è ancora più infantile. Continua a ringraziare, abbraccia il dirigente. “Grazie, grazie, lei mi ha salvato la vita!” La cordicella della cintura si impiglia, Tommy se ne accorge, con uno scossone si ritrae indietro ma è troppo tardi, la bomba si aziona e saltano tutti per aria.

L’isola Clichè. Shot for shot

L’isola Clichè. Shot-for-shot.

I giornali di sinistra hanno deciso di celebrare la loro esistenza con una “Crociera progressista” aperta ai lettori. La nave è stata ironicamente battezzata: La Potëmkin. I giornalisti hanno reclutato un vecchio caratterista con barba e forte accento sardo scoperto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1968 durante la sua spedizione sarda.
La macchietta tira la molotov contro la nave: il varo è eseguito.

Si parte immediatamente. I noti giornalisti progressisti salgono per primi seguiti dai lettori educati.
Il personale, camerieri e marinai, è composto da ragazzini, tutti figli dei lettori. “A servire è il popolo”. I giovani al contrario dei genitori sono violenti e pianificano gli omicidi dei padri senza mai concretizzare.
L’unico che apprezza il loro impulso distruttivo è il grande timoniere dell’imbarcazione.

A bordo un’orchestrina suona “Titanic” di De Gregori.
Un signore rispettoso dell’autorità intellettuale dei linotipisti brizzolati e delle giornaliste tabagiste cammina sulla prua con la figlia. La ragazza si pavoneggia con il suo cappello parigino. L’onesto signore avvicina un caporedattore con la soggezione tipica dell’ignorante e gli presenta la primogenita: “Studia scienze della comunicazione” dice con orgoglio. “Oh, bene, che brava” risponde il giornalista non senza ironia.
Intanto dei bambini sporchi di grasso usciti da un sogno di Sam Peckinpah tirano fuori delle formiche rosse e si divertono a vederle divorare il terzo cane di paglia.
L’uomo rispettoso sbircia nella cabina socchiusa del giornalista (chi si fida del popolo non chiude le porte) e vede il cappello parigino della figlia poggiato sul letto. Il suo cuore si riempie d’orgoglio.

In una cabina due ragazzini tengono in ostaggio un cantautore, la moglie produttrice e il figlio di otto anni (futuro cantautore). I due poveri legano i tre a delle sedie. Prendono a schiaffi l’artista, gli spengono una sigaretta nel braccio, lo colpiscono sulle ginocchia con una spranga e gli rasano i lunghi capelli e la barba. Il poveraccio sanguinante prima di perdere i sensi riesce a dire: “Capisco la vostra rabbia sociale, il vostro disagio”.
I due lo schiaffeggiano, gli gettano alcol sulle ferite. Il “menestrello degli ultimi” come lo definisce la stampa si risveglia. “Abbiamo il diritto di essere dei cani, i poveri buoni e dignitosi li lasciamo alle tue canzoni” dice uno di loro, l’altro aggiunge: “La storia si ripete: prima tragedia, poi farsa.
E la terza volta?” detto questo imbavagliano il bambino, si avvicinano alla moglie e uno le sussurra: “Questo è il terzo remake di Funny Games, possiamo iniziare?”

Nella sala svago i camerieri porgono vassoi d’argento colmi di vermi. I genitori e i giornalisti li assecondano, mangiano con gusto negando l’evidenza.
Un giornalista tenta di ingoiarne uno, comincia a tossire e a lacrimare, chiede scusa e si getta dal ponte per insubordinazione. “Che arguta provocazione della borghesia” commenta uno scrittore. “No, smettetela di assecondarci. E’ tutto fine a sè stesso, come la violenza. Siamo degli arrivisti disposti a morire per la scalata sociale. Se ci fosse un Apple store ad Odessa getteremmo giù tutti i passeggini del mondo per un I-Phone 5.”

Due ragazzini con la faccia sporca, conciati come fuochisti di inizio secolo uccidono il grande timoniere. Citando Mao “l’ordine è relativo, il disordine è assoluto.”
Il transatlantico perde il controllo, sta per sbattere contro nove colonne di carta: “La fine del mondo conosciuto!”

Dalla radio di bordo risuona “La mela di Odessa”, degli Area:
“Se pensi che il mondo sia piatto,
allora sei arrivata alla fine del mondo.
Se credi che il mondo sia tondo allora sali,
e incomincia il giro tondo!”

Concita De Gregorio si ritrova in una scialuppa con un minatore sardo, fortunatamente sono vicini alla riva, c’è un’isola. Si preannuncia un altro “Travolti da un insolito destino”.
Sarà un remake peggiore di quello con Madonna. La prima volta tragedia, la seconda farsa, la terza Concita De Gregorio. L’ex direttrice de L’Unità in un impeto oratorio si alza in piedi e difende tutte le vittime del mondo ma lo fa con una retorica talmente banale e conformista che le vittime del mondo sono tentate dal difendere i loro carnefici.

“Siamo ad Atlantide! No, è la Sardegna, la terra della rivoluzione!” dice C. De Gregorio.
Qui appena finita una rivoluzione ne comincia subito un’altra. “Siamo nel nuovo mondo e non abbiamo avuto bisogno delle tre caravelle” nota un semplice cronista.
“Compagni illuministi, osserviamo gli indigeni!” dice un freelance con lo stessa curiosità di un operatore di Cannibal Holocaust.

Il popolo macchietta insorge meccanicamente con la stessa passione della prima volta.
Giangiacomo Feltrinelli guida gli insorti sardi con piglio da regista, come Sergio Leone in Giù la testa. Ma i figuranti della rivoluzione paiono il pubblico del televoto; le comparse muoiono fuori campo dimenticate dalla storia. Ogni rivoluzione finisce con il ritrovamento del corpo di Feltrinelli ai piedi del traliccio e poi ricomincia con la sua resurrezione. Si ripete tutto ciclicamente da sempre e per sempre. Vengono turisti progressisti da tutto il mondo per assistere allo spettacolo. Ricordano certi artisti francesi che assistevano romanticamente agli omicidi delle BR.

“Ma dove sono capitata?” commenta Concita De Gregorio. Pensavo fosse un pranzo di gala, una festa letteraria, un disegno o un ricamo”.
Volano pallottole come se fosse un saloon di un western, il vignettista Sergio Staino disegna freneticamente e supplica: “non sparate al pianista!”
La giornalista scrive su un foglietto ‘Aiuto!’, lo infila in una bottiglia che lancia in mare a mò di molotov. Staino, ossequioso la omaggia con una vignetta citando Bansky.
“Questa non è la Sardegna” spiega un indigeno. “Questa è l’isola Clichè, un grande luogo comune, qui va tutto come deve andare. I disegni di Staino qua sono anticonformisti!”
Staino è di Scandicci, paese che conosco per i delitti del mostro di Firenze. Per lo “Scandicci Post” invece delle pecore ha disegnato uteri asportati. Non è colpa di nessuno, siamo nell’isola Clichè, l’ospitale, permalosa ed orgogliosa isola Clichè!

Il mio augurio a  www.sardiniapost.it, direttore: Giovanni Maria Bellu. Prima condirettore de L’Unità, poi direttore di Sardegna 24, ora direttore di Sardinia Post.

“Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione! Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!” (Juan, da Giù la testa, Sergio Leone)

Di seguito il vero augurio di C.De Gregorio:
“Un sito sardo? Ma non è una notizia magnifica? Non un sito americano che apre in Sardegna: no, no. Un sito sardo da esportare in America. Tutto fatto in casa, coi sassi e col mare di qui, che profuma di isola si veste pesante quando fa freddo e non ha paura di niente. Un sito sardo che dice le cose. Perche come le dicono i sardi, le cose, quando decidono di dirle…beh, venite a prendere lezioni. Se lo sa Arianna Huffington ci fa la summer school. Trattatela bene pero’, non me la spaventate subito, datele un elmetto per scendere in miniera e non glielo vendete per nessuna ragione, il sito. Almeno non i primi cinque anni, ché è nostro, d’accordo? “

La vignetta-logo di Staino:

Su Citizen Post, Helter Skelter!

La giostra dei draghi d’amianto

Un drago di cartapesta entra in un campo rom sputando bottiglie molotov. I rom si svegliano per la puzza di bruciato; abbandonano baracche e roulotte in tutta fretta.
Il mostro è fasciato da pratiche burocratiche, petizioni per lo sgombero e articoli di giornalisti. San Giorgio non può difenderli, non è mica il 6 Maggio. L’imponente drago si muove agilmente nonostante la mole. L’ammasso di scartoffie è la sua forza. Un avvocato di nome Giorgio cerca di evitare lo sgombero ma il drago lo incenerisce.

Daniel è un rom di ottant’anni, Daniele è suo gemello ed è un gentiluomo borghese.
Un medico nazista li cucì insieme come dei gemelli siamesi.
Daniele il borghese dimostra quarant’anni ma le sue ossa sono quelle di un vecchio. La notte non chiude occhio a causa dei dolori.
Daniel ha il viso segnato dalle rughe, la sua faccia si può leggere come se fosse una mano. Il vecchio rom al contrario del gemello dorme serenamente; nessun dolore sembra affliggerlo. Il giovane borghese ha vinto un appalto del Comune per lo smaltimento dell’amianto. Ha pagato duemila euro a Daniel per poterlo sotterrare nel campo Rom.

E’ l’alba. I vigili urbani fanno irruzione nel campo rom. I cavalli della giostra prendono vita e fuggono via. Nel campo solo i padri e le madri hanno paura del censimento. Gli anziani hanno i numeri sul braccio. I più giovani si sono autocensiti su Facebook.
Il vecchio Daniel urla al nipote di scappare. I vigili gli intimano di fermarsi mentre il vecchio gli ordina di fuggire via senza voltarsi. Il ragazzino non resiste, si volta e si trasforma in una statua di pietra con grembiule, zaino e scarpe da tennis di marca.

Un giornalista dell’Unione Sarda è seduto sul bordo di una piscina che trabocca di melma maleodorante. Tiene una canna da pesca, come esca ha legato una banconota di 20 euro.
Un ragazzino del sottoproletariato cagliaritano galleggia nella melma, vede la banconota e abbocca. L’uomo, paterno, lo aiuta a salire e lo asciuga con una fotocopia gigante dell’articolo intitolato “Ai rom case con piscina e idromassaggio. Per un anno affitto pagato dal Comune”. Il ragazzino in ginocchio prende i venti euro, il giornalista si abbassa i pantaloni e spinge la testa del giovane in basso. Al posto del pene il giornalista ha un piccolo monitor sintonizzato sul tg di Videolina. Il ragazzino prende l’antenna in bocca e si guadagna i suoi venti euro.

Ora che la piscina di melma è vuota può iniziare la festa di redazione.
I giornalisti dell’Unione arrivano in massa, salgono sul picco delle vendite e si tuffano in piscina. Ridono e si schizzano di fango e merda per gioco.
Dei giovani sottoproletari studenti modello dell’alberghiero si inchinano sorridenti e servono i drink direttamente in piscina.

Una quarantina di Rom vengono trasferiti allo Stadio di Sant’Elia ormai inagibile.
Un centinaio di ultras del Cagliari e ragazzini appartenenti all’estrema destra aspettano gli zingari allo stadio per dare loro il benvenuto. Una gentile mediatrice culturale fresca di laurea presenta l’anziano del campo Rom ad un capo ultras. I due si stringono la mano. Nonostante l’inagibilità dello stadio gli spalti sono gremiti di giornalisti e alta borghesia cagliaritana. Il pubblico all’unisono fa il verso della scimmia. Non si capisce se rivolto agli ultras, ai ragazzini fascistelli o ai Rom.
Una voce dall’altoparlante comunica che con il ricavato della serata si troveranno delle case per tutti. Dagli spalti fischi di default.

Un rom in stazione chiede la carità. Un uomo compassionevole posa monete nella sua mano nera come la notte. L’uomo si sente come Dio che semina le stelle nel cielo notturno. Compiaciuto dalla sua bontà non vede l’ora di adoperare questa metafora alla prossima cena con i parenti.
Daniele ascolta Khorakhané di De Andrè sull’iPod in un vagone di seconda classe.
Vicino a lui c’è seduto Daniel con i piedi nudi poggiati sul sedile. I due si guardano ma non si riconoscono. Parte il finale struggente cantato in rom harvato ma l’olezzo dello zingaro è talmente forte che Daniele fatica a commuoversi. Così cambia scompartimento e può finalmente godersi lo struggimento, il magone e gli occhi lucidi.

Su Il Manifesto Sardo

La stanza dei nichilisti

La stanza dei nichilisti, un racconto che sembra scritto dal figlio ritardato di Bunuel, famoso regista di horror splatter per la tv e appassionato di macchiette televisive italiane.
John Goodman nella parte di Giuliano Ferrara.
Sul Bile.it. con illustrazioni di Ste.
Cliccate qui e buona lettura, divertimento, o buon quello che è ;)

Assalto al sole

 

Mai studiare “La dialettica dell’Illuminismo” sotto il sole.

“Ti stai spellando?”
“No papà, ti giuro”.
“Torna in terrazzo a prendere il sole!”
“Ma papà ero lì fino ad un attimo fa, mi gira la testa e ho la schiena ustionata”.
“Fammi vedere!”
“No, non voglio”.
“Allora torna su”.
La figlia si tolse la canottiera. Uno spettacolo orrendo: la pelle lacerata, piena di bolle, una schiena squamata come una bimba vietnamita colpita dal napalm.

La ragazzina si chiamava Adriana e il padre aveva ragione: quella mattina Adriana non era salita in terrazzo. Il padre sapeva sempre quando mentiva, la leggeva fin dentro la pelle.
Il suo corpo trasparente e squamato perdeva scaglie e gocciolava verità.
“Tu stamattina non sei andata a prendere il sole” le disse il padre.
Lei cercò di giustificarsi: “il sole è inafferrabile, non si lascia prendere da me, scivola via.
Mi brucio e basta, non mi abbronzo. Non sono come voi”.

Il padre le diede una leggera pacca sulla schiena e Adriana corse via urlante come una bimba vietnamita. “La mia crema, la mia crema!” urlava.
“Ho buttato tutto, non hai bisogno di questi artifizi. La mia unica figlia non sarà mai bianca e pallida”.

Il padre era un pedagogo illuminista. Era solito salire sul terrazzo per catturare il sole tenendo l’Enciclopedia di Diderot sulla faccia.

La madre e il fratello di Adriana erano perfettamente abbronzati.
Sui loro corpi non c’era una sola traccia bianca, erano neri senza bianche imperfezioni,
senza pallide incertezze e anemici dubbi. Due corpi regolari e abbronzati.
Il contrasto tra il bianco dei denti e l’abbronzatura della pelle era impressionante, era manicheo.
Era come il contrasto tra la terra e il sole, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Adriana avrebbe voluto essere come loro per accontentare il padre.
La famiglia si vergognava di lei. La tenevano relegata nella sua camera con l’obbligo di salire in terrazzo quando picchiava il sole.
Adriana invidiava chi teneva il sole in tasca, alcuni ragazzi avevano l’applicazione “Sole” nel telefonino.

La camera di Adriana era spoglia e buia.
L’unico oggetto a cui era legata era una sua foto di quand’era bambina, ancora pallida, intatta e non violata dal sole.
Ora invece com’era? Si guardò allo specchio:
il suo corpo era spellato, si poteva vedere la carne fresca, ma dell’anima nessuna traccia.
Era come una lebbrosa ma senza un profeta che la curasse.

Una sera nella sua camera cominciò a spellarsi.
Si scartava con curiosità e frenesia, come se fosse un regalo di Dio.
Partì dalle braccia e staccò l’uniforme pellicola da tutto il corpo.
Come una pin up dalla torta di compleanno di un vecchio potente uscì una nuova lei.
Una nuova lei bionda, abbronzata e con denti bianchissimi.

Scese giù senza vestiti e svegliò tutti: “Mamma, papà, fratello! Guardate, sono come voi,
come avete sempre voluto!”
La famiglia ancora assonnata la guardò senza stupore.
Solo il padre le parlò, era l’unico che ancora manifestava un certo interesse.
Lui sì che aveva fiducia nel genere umano!
Le disse: “Hai il segno degli occhiali e del costume. Domani vedremo di rimediare.”
“E se facessimo ricorso ad una lampada abbronzante?” disse Adriana.
La madre scosse la testa, il padre per la prima volta la schiaffeggiò:
“Non dire bestialità. Siamo solo noi e il sole. Non siamo come la gente pallida e ricca che pretende di comprarsi il sole.
Il sole non è un’indulgenza in saldo. E il prossimo passo quale sarebbe? Iscriverti ad una scuola privata?”

Adriana si diresse verso la sua camera come un morto verso il plotone.
Stava al buio con una sola candela.
Fece gocciolare la cera bollente sulla sua pelle, come se fosse Chanel.
Pensò: “Mi brucerò viva finchè non sarò cenere, cenere nerissima, così saranno fieri di me”.
Investita da brividi di freddo le venne un’idea:
“Mi costuirò delle ali di cera ed entrerò nel sole!”

Nessuno la vide ma Adriana quella notte volò davvero verso il sole. Urlava i peggiori insulti contro la sfera abbronzante. Rideva e si squagliava insieme alle sue ali di cera.

La mattina seguente il padre si preoccupò non vedendola a colazione.
Tutta la famiglia andò in camera sua, ma Adriana non era lì.
Nel centro della sua stanza c’era un cumulo di cenere.
Era la cenere più bianca di sempre.

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