One Direction go to Congo

Goma, Congo. Cinque bambini soldato con le divise sgualcite attraversano la città su un bus scoperto sparando sulle case, sulla cattedrale di San Giuseppe e sulla sede della missione ONU. Dall’impianto del bus esplode fragorosa “One thing” (That I need you here with me now. Cause you’ve got that one thing: the coltan)”. I cinque continuano a sparacchiare improvvisando un balletto free style, alienati e coordinati come degli operai alla pressa. Le ragazzine costrette a casa dai vecchi genitori urlano in trans da idolatria. La boy band dei ragazzini ribelli sta imperversando in tv con l’ultimo spettacolare videoclip della canzone “Escape from Goma”. Nel video il vulcano Nyiragongo vomita una colata di lava e i cinque ci fanno surf su degli enormi iPhone. Il loro agente, il Colonnello Bill Kilgor, li ha obbligati a girare senza stuntmen perché, testuale, “il coltan è vita e morte! Resiste pure alla lava!” Negli extra del dvd il Colonnello afferma: “Il vulcano è come il libero mercato, non è il Belgio colonizzatore. Il vulcano non fa differenze tra hutu e tutsi, ribelli e governo. Devi solo prendere l’onda giusta”.

La band durante le incursioni nei villaggi indossa un paio di occhiali 1D (a una dimensione) forniti dall’etichetta discografica. Gli occhiali permettono alla baby milizia di vedere il peccato nelle vittime. Tutti sono colpevoli e tutti meritano di morire: adulteri, ladri, assassini, pigri, atei, asociali, parassiti e improduttivi. Questi idoli, votati al martirio, sacrifici umani del villaggio globale, sono preparati sin dalla culla alla prevedibile parabola: ascesa, decadenza, resurrezione o morte rituale. I gruppi dei teen-soldiers sono creati a tavolino, combattono una guerra non loro. La musica e i testi sono scritti da altri , le rivalità con le altre band sono solo un pretesto e l’unico fine è il profitto. Anni fa Save the Children ha messo su un team di ragazzetti dalle facce pulite, denti bianchi e golfini annodati sul collo per salvarli, ma inutilmente. Le fan dei cinque perquisiscono l’es dei beniamini, fanno l’antidoping alla loro coscienza come rabdomanti con crocefissi alla ricerca di tracce di alcol. Il Gossip Inquisitore controlla che le star rispettino i due precetti: la castità e l’idiosincrasia per la droga. Per evitare che gli scandali sessuali minino la credibilità e la coerenza della loro missione le case produttrici delle boy band e le ONG sottopongono i loro adepti ad una pratica comune: la castrazione chimica.

Le imprese sanguinarie dei minorenni hanno milioni di visualizzazioni su youtube. La loro ultima hit “One way or another (Teenage Kicks)” ospita perfino un cameo del premier Cameron. Con i proventi della vendita del dvd la casa discografica si occuperà della distruzione di centinaia di campi profughi e dell’uccisione di Giobbe Covatta. Una ragazza ha vinto la possibilità che i suoi idoli mettano a ferro e fuoco proprio il suo villaggio! Lo squadrone pop ha sterminato la sua famiglia, incendiato la sua casa e l’ha rapita. Le altre fan ingelosite l’hanno minacciata su twitter: “Bastarda fortunella, te ne faremo pentire!” La poveretta è odiata perché al momento del saccheggio e del rapimento non ha reagito istericamente. “Non li ama, non merita tanta fortuna”, le rimproverano alcune coetanee. Le ragazzine impazziscono per le profumate ed efebiche macchine dispensatrici di morte. Il branco di bimbette in preda agli ormoni e all’acne prende d’assalto i distributori automatici delle uniformi pregne di sangue e sudore. Si litigano quegli stracci logori come una mandria di zitelle un bouquet ad un matrimonio o come cantautori anni ’60 si contendevano le metafore sui fiori. I ragazzini soldato che rapiscono le bambine dai campi profughi le consegnano ai produttori. Così le piccole vanno a ingrossare gli harem dei discografici. L’esercito di groupies riempie gli stadi per seguire gli spettacoli della baby-milizia. Vengono torturate per ore, urlano come ossesse condividendo la passione, perdendo l’identità nel sentimento collettivo, sentendosi finalmente parte di qualcosa di grande e vero che gli altri non possono capire. Quando si chiede alle madri cosa pensino delle figlie, di come vengano plagiate e rapite, minimizzano: “Succede a tutte le bambine; alla loro età è normale. Come crede abbia conosciuto il padre? Mi ha strappato dalla mia famiglia dopo aver dato fuoco alla mia casa. Mi ha preso in braccio con in sottofondo la canzone di “Ufficiale gentiluomo”. Tra le grida lancinanti, l’odore del fumo e della paglia bruciata si è inginocchiato e mi ha donato un anello che simboleggiava il voto di castità. Meglio che vadano dietro a questi adorabili strumenti del castigo divino che dietro a quei cantanti di musica rock, satanica, edonistica ed individualista. Preferisco valori come l’obbedienza, la religiosità, l’avversione alla promiscuità e la fedeltà ad un progetto. Quand’eravamo giovani anche noi piangevamo isteriche di fronte ai nostri idoli, ma ai miei tempi, se devo dirla tutta, le divise erano nettamente più eleganti!”

Le fette di mercato vanno conquistate con la giusta attitude e il mood adatto. I biglietti per assistere alle razzie, i saccheggi e gli stupri sono molto cari. La banda dei cinque si esibisce nella sua solita entrata. Esplosioni, spari e grida delle fanciulle ad accoglierli. L’anziano del villaggio prega loro di andarsene e per tutta risposta si becca una piroetta, un pliè, un falsetto fuori dal contesto e un calcio nelle palle. Ma il coreografo si indigna: “No! Passo, passo, punta, tacco! Non passo, tacco, punta, passo!” Il ragazzino rimarrà senza rancio macrobiotico stasera. La loro generazione è una gioventù bruciata ma buonista, dopo aver messo a ferro e fuoco le città fuggono via sul pulmino senza superare i limiti di velocità consentiti.

Si apre un pop-up dal racconto per reclamizzare l’eyeliner preferito dai baby soldato più cool. Migliaia di giovani mani unisex si allungano verso il prodotto. Ma la vetrina anti-proiettile separa le mani dall’eyeliner e il racconto dalla realtà.

Zayn Malik , un muezzin con la voce suadente, ricorda che è giunto il momento di ballare a ritmo della sua seducente jihad. A Muthaho–Kibati, capoluogo della provincia del Nord Kivu, i ribelli del M23 e le truppe governative del FARDC si sfidano a colpi di danza. Il pubblico da casa televota con gli sms nonostante gli osservatori internazionali abbiano dichiarato il voto non libero e trasparente. I ribelli sono concorrenti scartati al talent show che denunciano le irregolarità delle votazioni. Soldati che volteggiano in aria a tempo di “Live while we’re young” si fronteggiano in una gara di ballo all’ultimo sangue. Un giovane lealista si arrotola il pantalone fino al ginocchio, si cosparge di borotalco i piedi e saltella su un campo minato tenendo il pubblico col fiato sospeso. Sopravvive all’esibizione. Il terreno ora è segnato dalle sue impronte che evidenziano i punti sicuri. La sua impresa danzerina da kamikaze viene molto apprezzata dalle giovani fanatiche. Un vecchio ballerino senza una gamba scuote la testa in segno di disapprovazione. Mentre infuria la battaglia ragazzini stonati e dall’aspetto sgradevole si spaccano la schiena nelle miniere alla ricerca di vecchie melodie da campionare per nuove boy band. Intanto l’FMI ha sospeso i prestiti al Congo e la comunità internazionale ha voltato loro le spalle come i giudici di The Voice. La Syco- Sony-BMG che detiene i diritti di sfruttamento delle miniere per i prossimi anni ha deciso di accantonare i cinque bimbi prodigio perché la loro voce sta cambiando e la peluria volgarizza e corrompe la loro apparente ingenuità.

I corpi della ex baby band vengono portati in un magazzino di Chelsea. Ogni scatolone ha una stella con il nome delle band cadute in disgrazia. Più in vista ci sono i New kids on the block, gli East 17, i Backstreet Boys, i Five, gli Ultra, i Blue, i Boyzone e gli Westlife. Nell’ossario ci sono i camerini di ciò che resta dei cadaveri. Groupies ostinate pettinano i lunghi capelli biondi che scendono dal cranio dello scheletro di Nick Carter. In una pozza di urina, fanghiglia, bigliettini con numeri di telefono e vecchi reggiseni delle fan ci sono gli scheletri dei Ragazzi Italiani. Una croce è conficcata sopra i loro umidi rimasugli come una stella polverosa in un vecchio camerino. Nello stesso istante cinque reduci, ex bambini soldato più sfatti di Gary Barlow, salgono sul tetto del palazzo della Samsung a Seoul. Intonano a cappella Youth of the Nation dei P.O.D. e tirano del coltan sui passanti che, divertiti, filmano tutto coi telefonini. Uno dei passanti alza lo sguardo al cielo: “Noi l’abbiamo già fatto nel ’98 ad Imola con i tamagotchi. Fu una vecchia trovata situazionista”. Il passante è Manolo. Ora vive a Seoul, fa l’imprenditore ed indossa solo t-shirt del suo vecchio gruppo: i Ragazzi Italiani.

Seconda puntata della rubrica “Marasma” su LOOP. (www.looponline.info/)