L’isola Clichè. Shot for shot

L’isola Clichè. Shot-for-shot.

I giornali di sinistra hanno deciso di celebrare la loro esistenza con una “Crociera progressista” aperta ai lettori. La nave è stata ironicamente battezzata: La Potëmkin. I giornalisti hanno reclutato un vecchio caratterista con barba e forte accento sardo scoperto da Giangiacomo Feltrinelli nel 1968 durante la sua spedizione sarda.
La macchietta tira la molotov contro la nave: il varo è eseguito.

Si parte immediatamente. I noti giornalisti progressisti salgono per primi seguiti dai lettori educati.
Il personale, camerieri e marinai, è composto da ragazzini, tutti figli dei lettori. “A servire è il popolo”. I giovani al contrario dei genitori sono violenti e pianificano gli omicidi dei padri senza mai concretizzare.
L’unico che apprezza il loro impulso distruttivo è il grande timoniere dell’imbarcazione.

A bordo un’orchestrina suona “Titanic” di De Gregori.
Un signore rispettoso dell’autorità intellettuale dei linotipisti brizzolati e delle giornaliste tabagiste cammina sulla prua con la figlia. La ragazza si pavoneggia con il suo cappello parigino. L’onesto signore avvicina un caporedattore con la soggezione tipica dell’ignorante e gli presenta la primogenita: “Studia scienze della comunicazione” dice con orgoglio. “Oh, bene, che brava” risponde il giornalista non senza ironia.
Intanto dei bambini sporchi di grasso usciti da un sogno di Sam Peckinpah tirano fuori delle formiche rosse e si divertono a vederle divorare il terzo cane di paglia.
L’uomo rispettoso sbircia nella cabina socchiusa del giornalista (chi si fida del popolo non chiude le porte) e vede il cappello parigino della figlia poggiato sul letto. Il suo cuore si riempie d’orgoglio.

In una cabina due ragazzini tengono in ostaggio un cantautore, la moglie produttrice e il figlio di otto anni (futuro cantautore). I due poveri legano i tre a delle sedie. Prendono a schiaffi l’artista, gli spengono una sigaretta nel braccio, lo colpiscono sulle ginocchia con una spranga e gli rasano i lunghi capelli e la barba. Il poveraccio sanguinante prima di perdere i sensi riesce a dire: “Capisco la vostra rabbia sociale, il vostro disagio”.
I due lo schiaffeggiano, gli gettano alcol sulle ferite. Il “menestrello degli ultimi” come lo definisce la stampa si risveglia. “Abbiamo il diritto di essere dei cani, i poveri buoni e dignitosi li lasciamo alle tue canzoni” dice uno di loro, l’altro aggiunge: “La storia si ripete: prima tragedia, poi farsa.
E la terza volta?” detto questo imbavagliano il bambino, si avvicinano alla moglie e uno le sussurra: “Questo è il terzo remake di Funny Games, possiamo iniziare?”

Nella sala svago i camerieri porgono vassoi d’argento colmi di vermi. I genitori e i giornalisti li assecondano, mangiano con gusto negando l’evidenza.
Un giornalista tenta di ingoiarne uno, comincia a tossire e a lacrimare, chiede scusa e si getta dal ponte per insubordinazione. “Che arguta provocazione della borghesia” commenta uno scrittore. “No, smettetela di assecondarci. E’ tutto fine a sè stesso, come la violenza. Siamo degli arrivisti disposti a morire per la scalata sociale. Se ci fosse un Apple store ad Odessa getteremmo giù tutti i passeggini del mondo per un I-Phone 5.”

Due ragazzini con la faccia sporca, conciati come fuochisti di inizio secolo uccidono il grande timoniere. Citando Mao “l’ordine è relativo, il disordine è assoluto.”
Il transatlantico perde il controllo, sta per sbattere contro nove colonne di carta: “La fine del mondo conosciuto!”

Dalla radio di bordo risuona “La mela di Odessa”, degli Area:
“Se pensi che il mondo sia piatto,
allora sei arrivata alla fine del mondo.
Se credi che il mondo sia tondo allora sali,
e incomincia il giro tondo!”

Concita De Gregorio si ritrova in una scialuppa con un minatore sardo, fortunatamente sono vicini alla riva, c’è un’isola. Si preannuncia un altro “Travolti da un insolito destino”.
Sarà un remake peggiore di quello con Madonna. La prima volta tragedia, la seconda farsa, la terza Concita De Gregorio. L’ex direttrice de L’Unità in un impeto oratorio si alza in piedi e difende tutte le vittime del mondo ma lo fa con una retorica talmente banale e conformista che le vittime del mondo sono tentate dal difendere i loro carnefici.

“Siamo ad Atlantide! No, è la Sardegna, la terra della rivoluzione!” dice C. De Gregorio.
Qui appena finita una rivoluzione ne comincia subito un’altra. “Siamo nel nuovo mondo e non abbiamo avuto bisogno delle tre caravelle” nota un semplice cronista.
“Compagni illuministi, osserviamo gli indigeni!” dice un freelance con lo stessa curiosità di un operatore di Cannibal Holocaust.

Il popolo macchietta insorge meccanicamente con la stessa passione della prima volta.
Giangiacomo Feltrinelli guida gli insorti sardi con piglio da regista, come Sergio Leone in Giù la testa. Ma i figuranti della rivoluzione paiono il pubblico del televoto; le comparse muoiono fuori campo dimenticate dalla storia. Ogni rivoluzione finisce con il ritrovamento del corpo di Feltrinelli ai piedi del traliccio e poi ricomincia con la sua resurrezione. Si ripete tutto ciclicamente da sempre e per sempre. Vengono turisti progressisti da tutto il mondo per assistere allo spettacolo. Ricordano certi artisti francesi che assistevano romanticamente agli omicidi delle BR.

“Ma dove sono capitata?” commenta Concita De Gregorio. Pensavo fosse un pranzo di gala, una festa letteraria, un disegno o un ricamo”.
Volano pallottole come se fosse un saloon di un western, il vignettista Sergio Staino disegna freneticamente e supplica: “non sparate al pianista!”
La giornalista scrive su un foglietto ‘Aiuto!’, lo infila in una bottiglia che lancia in mare a mò di molotov. Staino, ossequioso la omaggia con una vignetta citando Bansky.
“Questa non è la Sardegna” spiega un indigeno. “Questa è l’isola Clichè, un grande luogo comune, qui va tutto come deve andare. I disegni di Staino qua sono anticonformisti!”
Staino è di Scandicci, paese che conosco per i delitti del mostro di Firenze. Per lo “Scandicci Post” invece delle pecore ha disegnato uteri asportati. Non è colpa di nessuno, siamo nell’isola Clichè, l’ospitale, permalosa ed orgogliosa isola Clichè!

Il mio augurio a  www.sardiniapost.it, direttore: Giovanni Maria Bellu. Prima condirettore de L’Unità, poi direttore di Sardegna 24, ora direttore di Sardinia Post.

“Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione! Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: “Qui ci vuole un cambiamento!” e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente… tutto torna come prima!” (Juan, da Giù la testa, Sergio Leone)

Di seguito il vero augurio di C.De Gregorio:
“Un sito sardo? Ma non è una notizia magnifica? Non un sito americano che apre in Sardegna: no, no. Un sito sardo da esportare in America. Tutto fatto in casa, coi sassi e col mare di qui, che profuma di isola si veste pesante quando fa freddo e non ha paura di niente. Un sito sardo che dice le cose. Perche come le dicono i sardi, le cose, quando decidono di dirle…beh, venite a prendere lezioni. Se lo sa Arianna Huffington ci fa la summer school. Trattatela bene pero’, non me la spaventate subito, datele un elmetto per scendere in miniera e non glielo vendete per nessuna ragione, il sito. Almeno non i primi cinque anni, ché è nostro, d’accordo? “

La vignetta-logo di Staino:

Su Citizen Post, Helter Skelter!

3 thoughts on “L’isola Clichè. Shot for shot

  1. “L’ex direttrice de L’Unità in un impeto oratorio si alza in piedi e difende tutte le vittime del mondo ma lo fa con una retorica talmente banale e conformista che le vittime del mondo sono tentate dal difendere i loro carnefici.”

    E’ proprio così! :D Me gusta, assaje!

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