Capitan Passato – #SurrealityShow

Domenica è successa una tragedia.
Tragedia che colpisce una società in disfacimento già duramente colpita da una sequela di disgrazie e sconfitte.
Ora, perfino l’ultimo baluardo è stato colpito. Pensavamo che le istituzioni fossero al riparo dalla follia o dalla cattiva sorte come protette da una bolla di mitologia eterna. Invece due giorni fa, alle 15:15 in un’assolata domenica il Capitano, Javier Zanetti, ha subito un tragico infortunio.
Non è colpa di nessuno, non stiliamo la solita lista dei fomentatori d’odio o dei cattivi maestri. Limitiamoci a guardare le immagini e osservare come Salvatore Aronica non abbia fatto nulla di grave. Sappiamo che sono contrasti normali durante una partita. Però, i commenti dei suoi fan, sul suo blog, sono vergognosi.

Testimoni giurano di aver visto l’Aronica scoccare una freccia avvelenata sul tendine d’Achille del Capitano. Il tendine d’Achille, unica parte vulnerabile di Zanetti. Secondo la leggenda infatti Facchetti immerse il nostro ancora in fasce in un fiume di talento, sacrificio e Gatorade. Lo tenne per un tallone così quell’unica parte non si bagnò restando pericolosamente vulnerabile.
Il bimbo argentino protesse una palla trovata per caso e partì palla al piede, corse per chilometri, poi, quando si girò si accorse che nessuno l’aveva seguito. I suoi assist sarebbero stati inutili e si vide costretto a tornare indietro. Negli anni seguenti si guadagnò il rispetto vincendo la millenaria conventio ad excludendum anti-interista.

Il giocatore del Palermo forse influenzato da cattive letture, tipo Tuttosport, si è comportato esattamente come Antonio Pallante, l’attentatore di Togliatti. Ma il nostro Capitano, dal suo letto di ospedale non ha incitato alla rivolta, bensì con grande senso di responsabilità ha intimato ai suoi di star calmi e non cedere allo sconforto e alle provocazioni. Javier, come Enrico Berlinguer, non è la Madonna. Ma quando ha pianto dal dolore a bordo campo, dei pastorelli gli hanno portato dei fiori. Stanotte l’ho sognato e mi è passato il torcicollo. Nella mia visione Zanetti moriva in campo, e ai suoi oceanici funerali partecipava perfino il nemico di sempre: l’arbitro Ceccarini.
È curioso: come per il PCI il nome “Achille” segna sempre la fine del mito.

In questi tempi incerti rimagono ancora delle bandiere, degli esempi, dei simboli. Il Papa si dimette, sparano a dei carabinieri fuori da Palazzo Chigi, mentre i capelli di Javier, incuranti di tutto, rimangono scolpiti come le leggi nelle tavole di Mosè. Come il sole sorge sempre la mattina. Incuranti di tutto, anche degli infortuni.

“Qualcuno è interista perché Javier Zanetti è una brava persona”.
(Dedicato alla memoria di Armando Cossutta)

Nona e ultima puntata del Surreality Show (scrittoriprecari.wordpress.com/category/surreality-show/)

Il salone di Emma Bonino – #SurrealityShow

Se gli uomini restassero incinti, potresti avere un aborto anche dal barbiere. (Daniele Luttazzi)

Nei cadaveri per un po’ di tempo capelli e unghie continuano a crescere. Napolitano è l’ultima unghia marcescente del comunismo italiano. I partiti si ostinano; non vogliono che il vecchio Presidente lasci. Siamo all’accanimento terapeutico alla nordcoreana. Al Quirinale c’è una teca contenente l’unghia del Presidente che cresce alla stessa velocità dei movimenti delle nuvole. Solo che quell’unghia rimane un’unghia, non sembra nulla di diverso. Se abbassi lo sguardo non puoi fantasticare. Quel monolite putrescente è calato dall’alto e le scimmie-partito lo adorano come un feticcio salvifico.

Emma Bonino è la nuova papessa della Repubblica. Ma nessuno lo sa. Al Quirinale riceve i capataz dei partiti ed estirpa le loro nuove emanazioni.
Bersani è il primo. La sala della papessa è asettica, disinfettata. Bersani si accomoda. Emma gli insapona il viso, gli lega al collo l’articolo 7 della costituzione, tira fuori una falce e lo rade con grande cura.
Berlusconi sbraita. “È il mio turno!” “Uno alla volta, per carità!” risponde la papessa canterina.

Ora è il turno di Berlusconi. Per rilassarsi Emma gli infilza dei ferri da calza in faccia, tipo agopuntura di Hellraiser. Silvio ha con sé una troupe televisiva. Il suo staff infila dei collant negli obbiettivi delle macchine da presa. Con l’ausilio di un biscione gli vengono asportati dal sedere una serie di minorenni, liste della spesa e Alfano. E svariati scheletri, tanto che il suo ano pare un ossario.

A Vendola l’unica cosa che si può aspirare sono le mille parole. La pompa viene azionata e dalla bocca di Nichi grandinano parole tintinnanti. Sembra una slot machine in tilt. Il banco ha perso!
Lì vicino Grillo si fa bello con vecchie battaglie radicali. Si profuma con il finanziamento pubblico ai partiti, si deterge con balsami di trasparenza e lotta antipartitocratica. Emma gli fa la barba con calma. Ora tutti riconoscono il bluff sotto i suoi peli. La teca contenente l’unghia di Napolitano cade e si infrange in mille pezzi.

Dei signori con dei camici bianchi mi entrano nella testa e mi estirpano il sogno di Emma Bonino Presidente della Repubblica con una gruccia arrugginita. La gruccia cade e gira su se stessa. Ed io non so se questa è la realtà o meno.

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Il jet lag di Napolitano – #SurrealityShow

È il 1978. Giorgio Napolitano è il primo dirigente comunista italiano a ricevere il visto per recarsi negli Stati Uniti. All’aeroporto la sua valigia non passa i controlli.
“Signore, cos’è questo liquido nella boccetta?”
“Oh, mi scusi agente, è il sangue dei teppisti ungheresi, quelli della controrivoluzione del ’56. Stia tranquilla, una volta entrato in suolo americano il sangue si scioglierà, tipo miracolo di San Gennaro!” rassicura.
“Uhm, va bene, può passare” ribatte la poliziotta.
Dopo le perquisizioni finalmente Napolitano sale sull’aereo.
Nella stiva, tra i bagagli, c’è il cadavere di Aldo Moro.
L’hostess è Adriana Faranda che con accento americano indica le vie d’uscita:
“A destra, con noi, a sinistra con l’URSS”.
“E la terza via?” domanda Napolitano.
“Nella stiva” risponde la ragazza.

Vicino a lui è seduto lo spirito di Giorgio Amendola. Come in Provaci ancora Sam, Amendola-Humphrey Bogart incoraggia Napolitano-Woody Allen. Passa Rossana Rossanda vestita da hostess, Amendola ordina all’allievo: “Dalle una pacca sul culo! Stile Socialista!”. Ma Giorgio non ce la fa e chiede una coca cola. “Non ne abbiamo” risponde la Rossanda. Il giovane migliorista pensa che come supporto morale avrebbe preferito il guru di Palombella Rossa.

A New York oggi c’è un gran sole. Napolitano sfodera il suo ombrellino da nobildonna con su scritto “NATO” per meglio difendersi dal sol dell’avvenir. C’è Kissinger ad aspettarlo con un cartello: “My favourite communist”. I due corrono incontro l’uno all’altro, Kissinger lo prende in braccio, Napolitano ride, la gente applaude, in sottofondo la musica di Ufficiale gentiluomo.

I servizi segreti americani seguono il comunista italiano giorno e notte. La sua boccetta di sangue ungherese ha una microspia. In gergo le spie si raccomandano: “Marca Budavari, marca Budavari, marca Budavari!”

Il Partito è giorni che non ha sue notizie. Ogni volta che telefonano dall’Italia, Giorgio risponde: “New York city, baby!” e riattacca. Sono giorni di shopping compulsivo alla discarica sociale. Le vetrine sono piene di black panthers, hippies, barboni, ritardati, neri senza avvocato, minorenni, criminali comuni e Silvia Baraldini. Napolitano saltella come una ragazzina, come un’ereditiera viziata, carico di buste da un negozio all’altro. I servizi faticano a stargli dietro.

Anni ’80. I miglioristi milanesi ristampano Il Capitale di Marx con la pubblicità Fininvest. Napolitano amoreggia con Craxi su una Renault rossa nei parcheggi deserti della Standa, coprendo i vetri con i fogli de “Il Moderno”. I vetri sono appannati. Rispuntano vecchie falci e martello scarabocchiate chissà quanto tempo fa.

2003. Napolitano è su un aereo. Ha una tuta arancione e un cappuccio nero. Sente ripetere intorno a lui l’espressione “extraordinary rendition” , quando chiede di che si tratti si vede opporre il segreto. Cagnolini feroci da campagna elettorale ringhiano contro di lui. “Si è fatto tardi, quanto tempo è passato? Devo svuotare le buste e mettere i souvenir americani nella cella frigorifera del mio CPT. Silvia Baraldini si sta putrefacendo. E poi, non possiamo non dirci liberali…” dice il Presidente ammiccando. Ma nessuno lo può vedere perché ha il cappuccio in testa. L’aereo sobbalza. Giorgio comincia ad avere paura. È la prima volta che prende l’aereo. Gli effetti del jet lag possono essere deleteri.

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Vota Zombie! – #SurrealityShow

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.

Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.

Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.

Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.

Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.

A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.

Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui. Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.

Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella.

Surreality Show, su Scrittori Precari

Il processo a Joseph R. – #SurrealityShow

Una bambina con la maschera di Marcinkus è in piedi in un campo da golf. È lì da quaranta giorni e quaranta notti; il campo da golf è un deserto senza tentazioni.
Il caddy, stratega e supporto morale è Tarcisio Bertone: nella sacca nasconde uno scettro per ogni occasione, inediti vangeli apocrifi, il testamento biologico di Wojtyła, i documenti del Concilio Vaticano II e i baffi di Calvi.
La bimba colpisce con lo scettro fondi neri, indulgenze, debiti, preti pedofili, seminaristi omosessuali e feti abortiti murati nei conventi. Uno dopo l’altro, ognuno di questi scandali, finisce dentro una buca. È infallibile, non sbaglia un colpo. “Ci vuole tecnica e allenamento, non si va in buca con le Ave Maria”. Più che buche di un campo da golf sono fosse comuni. All’interno di ogni glory hole c’è un distruggi documenti che trita carte e persone.
La bambina attraversa il campo a bordo di una piccola papa-mobile, saluta dei broker, bacia dei piccoli derivati, ma all’improvviso uno sparo.
È stata colpita. La maschera è caduta. La piccola alza il capo e sorride, la chiave della cassetta di sicurezza che tiene al collo le ha salvato la vita.

Joseph R. si sveglia. Si infila le babbucce rosse come il cappottino della bambina di Schindler’s List, va in bagno e nota un brufolo sul naso. “Io, infallibile, vicario di Cristo, Successore di Pietro, Vescovo di Roma, Sommo Pontefice, Maestro di Verità, cum omnium Christianorum pastoris et doctoris munere fungens, sfigurato da un brufolo! Sono umanamente fallibile, è minata la sicurezza del mio dogma, il mio derma è vulnerabile, il mio ph è minacciato dal relativismo seborroico e dal pus laicista! Sono unto dalla Corruzione! Non posso nulla, sono impotente di fronte al male.”
Quel brufolo è la goccia d’acqua empia e frizzante che fa traboccare l’acqua santiera, è la scintilla che mette al rogo le sue sicurezze, lo coglie come l’outing del suo scrittore preferito in adolescenza: Herman Hesse.

Il Pontefice si affaccia al balcone, saluta i fedeli visibilmente commosso come Freddy Mercury durante il suo ultimo concerto al parco di Knebworth. “Il vero discepolo non serve se stesso o il pubblico ma il suo Signore”. Può iniziare il processo, l’Autodafé dei fan.
Irrompe un disturbatore: “No religione, no religione in Vaticano!” Joseph attende l’intervento di Dio, ma nulla. Con l’ultimo residuo di autorevolezza pontifica: “Molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta”.

Le femen in delirio per l’ultimo show, lo prendono in parola, si stracciano le vesti e lanciano i reggiseni sul balcone. Si amputano il seno destro come le amazzoni per meglio imbracciare l’arco e scoccare dei dildo sulla folla, per poi gettarsi da sole nei fuochi fatui del più grande cimitero del mondo: il Vaticano.
“Dicevano tutti che l’infinto e sfarzoso funerale di Woytila sarebbe rimasto nella storia, provate a superarmi ora!” Detto questo Joseph R. si tuffa dal balcone, la gente lo sorregge in un amorevole stage diving e così scompare a vita privata.

Prima puntata di Surreality Show, su www.scrittoriprecari.wordpress.com