Capitan Passato – #SurrealityShow

Domenica è successa una tragedia.
Tragedia che colpisce una società in disfacimento già duramente colpita da una sequela di disgrazie e sconfitte.
Ora, perfino l’ultimo baluardo è stato colpito. Pensavamo che le istituzioni fossero al riparo dalla follia o dalla cattiva sorte come protette da una bolla di mitologia eterna. Invece due giorni fa, alle 15:15 in un’assolata domenica il Capitano, Javier Zanetti, ha subito un tragico infortunio.
Non è colpa di nessuno, non stiliamo la solita lista dei fomentatori d’odio o dei cattivi maestri. Limitiamoci a guardare le immagini e osservare come Salvatore Aronica non abbia fatto nulla di grave. Sappiamo che sono contrasti normali durante una partita. Però, i commenti dei suoi fan, sul suo blog, sono vergognosi.

Testimoni giurano di aver visto l’Aronica scoccare una freccia avvelenata sul tendine d’Achille del Capitano. Il tendine d’Achille, unica parte vulnerabile di Zanetti. Secondo la leggenda infatti Facchetti immerse il nostro ancora in fasce in un fiume di talento, sacrificio e Gatorade. Lo tenne per un tallone così quell’unica parte non si bagnò restando pericolosamente vulnerabile.
Il bimbo argentino protesse una palla trovata per caso e partì palla al piede, corse per chilometri, poi, quando si girò si accorse che nessuno l’aveva seguito. I suoi assist sarebbero stati inutili e si vide costretto a tornare indietro. Negli anni seguenti si guadagnò il rispetto vincendo la millenaria conventio ad excludendum anti-interista.

Il giocatore del Palermo forse influenzato da cattive letture, tipo Tuttosport, si è comportato esattamente come Antonio Pallante, l’attentatore di Togliatti. Ma il nostro Capitano, dal suo letto di ospedale non ha incitato alla rivolta, bensì con grande senso di responsabilità ha intimato ai suoi di star calmi e non cedere allo sconforto e alle provocazioni. Javier, come Enrico Berlinguer, non è la Madonna. Ma quando ha pianto dal dolore a bordo campo, dei pastorelli gli hanno portato dei fiori. Stanotte l’ho sognato e mi è passato il torcicollo. Nella mia visione Zanetti moriva in campo, e ai suoi oceanici funerali partecipava perfino il nemico di sempre: l’arbitro Ceccarini.
È curioso: come per il PCI il nome “Achille” segna sempre la fine del mito.

In questi tempi incerti rimagono ancora delle bandiere, degli esempi, dei simboli. Il Papa si dimette, sparano a dei carabinieri fuori da Palazzo Chigi, mentre i capelli di Javier, incuranti di tutto, rimangono scolpiti come le leggi nelle tavole di Mosè. Come il sole sorge sempre la mattina. Incuranti di tutto, anche degli infortuni.

“Qualcuno è interista perché Javier Zanetti è una brava persona”.
(Dedicato alla memoria di Armando Cossutta)

Nona e ultima puntata del Surreality Show (scrittoriprecari.wordpress.com/category/surreality-show/)

Il salone di Emma Bonino – #SurrealityShow

Se gli uomini restassero incinti, potresti avere un aborto anche dal barbiere. (Daniele Luttazzi)

Nei cadaveri per un po’ di tempo capelli e unghie continuano a crescere. Napolitano è l’ultima unghia marcescente del comunismo italiano. I partiti si ostinano; non vogliono che il vecchio Presidente lasci. Siamo all’accanimento terapeutico alla nordcoreana. Al Quirinale c’è una teca contenente l’unghia del Presidente che cresce alla stessa velocità dei movimenti delle nuvole. Solo che quell’unghia rimane un’unghia, non sembra nulla di diverso. Se abbassi lo sguardo non puoi fantasticare. Quel monolite putrescente è calato dall’alto e le scimmie-partito lo adorano come un feticcio salvifico.

Emma Bonino è la nuova papessa della Repubblica. Ma nessuno lo sa. Al Quirinale riceve i capataz dei partiti ed estirpa le loro nuove emanazioni.
Bersani è il primo. La sala della papessa è asettica, disinfettata. Bersani si accomoda. Emma gli insapona il viso, gli lega al collo l’articolo 7 della costituzione, tira fuori una falce e lo rade con grande cura.
Berlusconi sbraita. “È il mio turno!” “Uno alla volta, per carità!” risponde la papessa canterina.

Ora è il turno di Berlusconi. Per rilassarsi Emma gli infilza dei ferri da calza in faccia, tipo agopuntura di Hellraiser. Silvio ha con sé una troupe televisiva. Il suo staff infila dei collant negli obbiettivi delle macchine da presa. Con l’ausilio di un biscione gli vengono asportati dal sedere una serie di minorenni, liste della spesa e Alfano. E svariati scheletri, tanto che il suo ano pare un ossario.

A Vendola l’unica cosa che si può aspirare sono le mille parole. La pompa viene azionata e dalla bocca di Nichi grandinano parole tintinnanti. Sembra una slot machine in tilt. Il banco ha perso!
Lì vicino Grillo si fa bello con vecchie battaglie radicali. Si profuma con il finanziamento pubblico ai partiti, si deterge con balsami di trasparenza e lotta antipartitocratica. Emma gli fa la barba con calma. Ora tutti riconoscono il bluff sotto i suoi peli. La teca contenente l’unghia di Napolitano cade e si infrange in mille pezzi.

Dei signori con dei camici bianchi mi entrano nella testa e mi estirpano il sogno di Emma Bonino Presidente della Repubblica con una gruccia arrugginita. La gruccia cade e gira su se stessa. Ed io non so se questa è la realtà o meno.

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Il jet lag di Napolitano – #SurrealityShow

È il 1978. Giorgio Napolitano è il primo dirigente comunista italiano a ricevere il visto per recarsi negli Stati Uniti. All’aeroporto la sua valigia non passa i controlli.
“Signore, cos’è questo liquido nella boccetta?”
“Oh, mi scusi agente, è il sangue dei teppisti ungheresi, quelli della controrivoluzione del ’56. Stia tranquilla, una volta entrato in suolo americano il sangue si scioglierà, tipo miracolo di San Gennaro!” rassicura.
“Uhm, va bene, può passare” ribatte la poliziotta.
Dopo le perquisizioni finalmente Napolitano sale sull’aereo.
Nella stiva, tra i bagagli, c’è il cadavere di Aldo Moro.
L’hostess è Adriana Faranda che con accento americano indica le vie d’uscita:
“A destra, con noi, a sinistra con l’URSS”.
“E la terza via?” domanda Napolitano.
“Nella stiva” risponde la ragazza.

Vicino a lui è seduto lo spirito di Giorgio Amendola. Come in Provaci ancora Sam, Amendola-Humphrey Bogart incoraggia Napolitano-Woody Allen. Passa Rossana Rossanda vestita da hostess, Amendola ordina all’allievo: “Dalle una pacca sul culo! Stile Socialista!”. Ma Giorgio non ce la fa e chiede una coca cola. “Non ne abbiamo” risponde la Rossanda. Il giovane migliorista pensa che come supporto morale avrebbe preferito il guru di Palombella Rossa.

A New York oggi c’è un gran sole. Napolitano sfodera il suo ombrellino da nobildonna con su scritto “NATO” per meglio difendersi dal sol dell’avvenir. C’è Kissinger ad aspettarlo con un cartello: “My favourite communist”. I due corrono incontro l’uno all’altro, Kissinger lo prende in braccio, Napolitano ride, la gente applaude, in sottofondo la musica di Ufficiale gentiluomo.

I servizi segreti americani seguono il comunista italiano giorno e notte. La sua boccetta di sangue ungherese ha una microspia. In gergo le spie si raccomandano: “Marca Budavari, marca Budavari, marca Budavari!”

Il Partito è giorni che non ha sue notizie. Ogni volta che telefonano dall’Italia, Giorgio risponde: “New York city, baby!” e riattacca. Sono giorni di shopping compulsivo alla discarica sociale. Le vetrine sono piene di black panthers, hippies, barboni, ritardati, neri senza avvocato, minorenni, criminali comuni e Silvia Baraldini. Napolitano saltella come una ragazzina, come un’ereditiera viziata, carico di buste da un negozio all’altro. I servizi faticano a stargli dietro.

Anni ’80. I miglioristi milanesi ristampano Il Capitale di Marx con la pubblicità Fininvest. Napolitano amoreggia con Craxi su una Renault rossa nei parcheggi deserti della Standa, coprendo i vetri con i fogli de “Il Moderno”. I vetri sono appannati. Rispuntano vecchie falci e martello scarabocchiate chissà quanto tempo fa.

2003. Napolitano è su un aereo. Ha una tuta arancione e un cappuccio nero. Sente ripetere intorno a lui l’espressione “extraordinary rendition” , quando chiede di che si tratti si vede opporre il segreto. Cagnolini feroci da campagna elettorale ringhiano contro di lui. “Si è fatto tardi, quanto tempo è passato? Devo svuotare le buste e mettere i souvenir americani nella cella frigorifera del mio CPT. Silvia Baraldini si sta putrefacendo. E poi, non possiamo non dirci liberali…” dice il Presidente ammiccando. Ma nessuno lo può vedere perché ha il cappuccio in testa. L’aereo sobbalza. Giorgio comincia ad avere paura. È la prima volta che prende l’aereo. Gli effetti del jet lag possono essere deleteri.

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Il senatore più ridicolo del mondo – #SurrealityShow

È notte fonda. Devo essere a Palazzo Madama tra venti minuti. È il mio primo giorno da senatore della Repubblica. Non ho la più pallida idea di dove sia, poco male, salirò sul primo taxi sperando di arrivare in tempo.
È buio e c’è una nebbia fitta come mai ne avevo viste a Roma. Ecco un taxi, faccio un segno, speriamo che mi abbia visto. Si ferma e salgo su.
“A Palazzo Madama con piglio combattivo, caro concittadino!”, gli ordino.
Alla radio Break on through (to the other side) dei Doors.
Il tassista si gira, è nero, ma ha la voce di Alberto Sordi.
“Obbedisco!” mi dice.
“Che ci va a fare al Senato a quest’ora?”
“Vedo che è un accanito lettore di quotidiani”, ironizzo.
“Senta un po’ capo, scusi se non sono un fine analista politico. Il turno di Massimo Franco è di mattina”. Detto questo spegne la radio.
“Non volevo essere arrogante, mi scusi”, cerco di sistemare le cose anche perché siamo quasi arrivati.
“La gente come lei mi irrita sul serio”. Preme un bottone e il tassametro va al contrario. Sette euro, cinque, tre. Torna rapidamente indietro. Fuori è meno oscuro, sta tornando la sera.
Con tono calmo e solenne mi dice:
“Vede signore, mi sta derubando, qua non siamo al Senato, questo è il mio taxi e decido io”.
Non capisco come cazzo siamo arrivati a questo. “Non volevo in nessun modo offenderla. Lei è un lavoratore, posso solo immaginare i sacrifici, gli orari pesanti, i turni massacrant… “.
Non faccio in tempo a terminare la paraculata che questo allunga il braccio vicino a me, penso che mi voglia colpire, il suo sguardo mi ricorda Alberto Sordi nella scena finale di Un borghese piccolo piccolo mentre aspetta Zed. Invece apre la portiera, sterza e io vengo scaraventato fuori dal veicolo e rotolo sulla strada.
Bestemmio, mi si è pure strappata la giacca.
“E i Doors mi fanno pure cagare!” gli urlo.
Quello torna indietro, scende dall’auto e mi viene incontro. Indietreggio, sono con le spalle al muro. Lui mi sfila la cravatta con un rapido gesto e mi dice sorridente:
“Pensa di entrare al Senato senza cravatta? Buona fortuna” e riparte sgommando, sollevando cumuli di polvere.
“Porca puttana!” mi dispero. “Ma che cazzo significa, perché?!” sbraito con l’espressione più sofferta che conosco. (Non la usavo dai tempi di Infinito dei Litfiba).
Anche una cosa così solenne come il mio primo giorno da senatore deve diventare una farsa. Dovevo solo prendere un taxi ed entrare in Senato. Ora mi daranno del traditore, del venduto, o peggio, penseranno che sia un pigro bastardo. Poi ho la giacca impolverata. Io che sognavo di scoprire un altro armadio della vergogna, ed impolverarmi spulciando gli archivi, presiedere commissioni stragi e fare luce sui misteri. Io, ridotto così per colpa di un folle in preda al furore giacobino.

Ce la posso ancora fare. Mi serve solo una cravatta. Finalmente un po’ di fortuna. Quel barbone addormentato ha una cravatta in testa a mò di bandana. Eh no, caro mio, quella cravatta lercia starebbe meglio nella gloriosa aula del Senato che sulla tua sudicia fronte, detto sempre con il massimo rispetto. Mi avvicino con destrezza facendo attenzione. Il barbone si alza di scatto:
“Ex comandante di fanteria John Persichetti, detto Il Persico. Ai suoi ordini, senatore!”
“Oddio, mi hai spaventato comandante eccetera eccetera. Senti, mi serve la tua cravatta. Devi farlo per la Patria che rappresento.”
“Sarei onorato di obbedire. Ma non ho nessuna cravatta”
“Come no? Quella cosa che hai in fronte come la chiami?”
“La mia bandana da notte, intende? Lei è una persona molto buffa, senatore. Va bene, la prenda”
“Grazie comandante il Persico, a buon rendere, la citerò nel mio discorso di insediamento” Tanto che ne sa questo qua… potrei promettere qualsiasi cosa.
“Non si disturbi dottore, più che altro lei è molto sporco, cosa le è successo?”
“Effettivamente hai ragione caro mio, è una storia lunga. Io novello rappresentante delle istituzioni democratiche ridotto come un barbone. Oh, scusa.”
“Scusa di che? Lei è proprio strano, senatore. Venga con me, le prometto un bagno caldo, un giacca nuova, giornali della mattina, omnibus notte e giorno e un buon caffè con cornetto.”
“Sì, si può fare, ti seguo.”
Attraversiamo la strada. Un taxi ci viene incontro e prende in pieno il barbone.
“Non arriverai mai in tempo senatore! E anche se dovessi farcela sei impresentabile!” mi urla il guidatore ridendosela di gusto e sfrecciando via. È il tassinaro nero con la voce di Sordi, bastardo!
Ha ragione, non ce la farò mai.

Proprio mentre vago sconsolato per i vicoli bui sento gridare.
È una donna, ed è in pericolo. Le urla non sono neanche così forti, posso far finta di nulla.
“Senatore, so che mi può sentire, mi aiuti, la prego!”
Ok, vado. Giro l’angolo e la vedo. È bellissima. Questa fontana è bellissima.
“Senatore, senatore, si muova!”
“Oh sì, scusa”. La giovane è di una bellezza passabile. Un viso comune, un vestito già visto, un corpicino né robusto, né magro. È proprio sciatta, proprio mentre lo sto scrivendo su un bloc notes mi interrompe.
“Che diavolo fa? Mi salvi!” Getto la penna, mi fiondo verso di lei e metto in fuga il tombino che aveva imprigionato il suo tacco. La guardo meglio: è una Jasmine Trinca con i capelli sporchi. Di quelle ragazze che conosci alle autogestioni del liceo. Ottimiste e di sinistra per dirla con Lucio Dalla.
“Mio eroe! Quanti disegni di legge mi dedicherai? Penserai a me durante le lunghi notti d’ostruzionismo?”
“Sai che anche la tua voce è proprio comune? Apprezzo la coerenza. Hai una di quelle voci che non rimane in testa. Se tu fossi una dittatrice e parlassi ogni santo giorno a reti unificate, doppiassi tutti i film, annunciassi i treni, prestassi la voce alla Vodafone per le ricariche, beh, la tua voce proprio non me la ricorderei.”
“Oh grazie, ho sempre sognato essere come tutti gli altri. Ho sempre invidiato chi passa inosservato senza attirare gli sguardi della gente come quegli attori non protagonisti che magari hanno recitato in centinaia di film ma non c’è verso che ti rimanga impressa la loro faccia.”
“Ti capisco. Mio padre era Renato Salvatori!”
“Oh, il mio idolo!” e quasi sviene mentre me lo dice.
“La gente mi chiede perché non ho organizzato un funerale pubblico per mio padre. Ma io li ho fatti i funerali, dannazione! E la gente che me lo chiede ci ha pure partecipato! Ma quando mostro loro le foto non si ricordano nulla e negano come una Melandri alla festa di Briatore. La bara aperta di mio padre sembrava vuota. La sua presenza scenica era paragonabile a quella di un fotomodello vampiro.” Anche il suo nome è banale. Lei è la vera ragazza della porta accanto, di quelle che se il palazzo va a fuoco o sta per essere demolito nessuno le sveglia. Di quelle che se muoiono nel loro monolocale i vicini non vengono attirati manco dalla puzza. I loro corpi senza personalità neppure quando marciscono riescono ad avere un odore acre che rubi la scena agli altri sensi. Ormai questa Drew Barrymore nella vita reale, ossia senza trucco e sceneggiatura, è pazza di me:
“Oh amore, dedicami la canzone più banale mai scritta, scrivi la poesia più retorica di sempre, realizza per me l’impresa più fattibile del mondo, ti ispirerò il racconto più prevedibile mai concepito!” “Questo e altro piccola, per il nostro amore, così mediocre, così comune”
“Oh senatore, ti prego, baciami”.
“Ok, la Camera approva”.

Grillo, la macchina infernale – #SurrealityShow

Il terreno è scivoloso. La macchina sbanda, il conducente molla il volante, apre la portiera e si lancia via dal veicolo. All’interno sono rimaste delle persone ma non importa. L’autista è rotolato in Costa Rica, i passeggeri sono finiti in una scarpata.
Un uomo alto e corpulento indossa un cappuccio e ripete:
“Compra questo cappuccio, compra questo cappuccio” come per ipnotizzare lo spettatore. Ora Giuseppe è vecchio, e a parte qualche raro spot per tv locali se ne son perse le tracce.

Giuseppe detto Beppe arrivò in Sicilia nuotando tra scandali, aspiranti suicidi e frustrati di ogni età pescando da questo target con ami a forma di punto esclamativo e di uno.
Il leader vellicò gli istinti più bassi e reazionari della gente con dei vibratori a forma di manganelli, istituì processi sommari in streaming e gogne online della serie: sputa anche tu al ladro con un click. In tutte le piazze maxi-schermi con la sua faccia sfigurata dalla rabbia e migliaia di persone ad ascoltare. Come una sit-com dell’odio una marea di frustrati sbraitava e urlava “affanculo!” a comando. A differenza delle sit-com quelle erano urla vere e chi sbraitava era pericolosamente vivo. Quando fu abbastanza numeroso l’esercito di automi marciò su Roma.
(I suoi soldatini marciano sempre ordinati, mangiano rapidi pasti vegani, leggono mille voci su Wikipedia in pochi minuti, ne aggiungono altre, inseriscono un commento negativo a una legge appena pubblicata sul sito del ministero, scaricano l’ultima fiction porno della tv pubblica con mamme al seguito, eiaculano, e tutto ciò in soli due minuti).

Vennero a prenderci casa per casa per portarci in Parlamento.
“Questa si chiama democrazia diretta: a rotazione sarete tutti rappresentanti del popolo” ci dicevano. Militanti con facce da Testimoni di Geova strappavano ai loro cari i cittadini designati in spregio alla Non-Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Per carità, bravissime persone, ma privi dei più basilari rudimenti di diritto costituzionale. La gente rapita era costretta a girare dei video e postarli su YouTube in cui enunciava i punti del loro programma, sottotesto:
“Aiuto, liberateci!” Più che un programma sembrava un testamento biologico.

In quel momento Giuseppe detto Beppe era il re del mondo. Tutti lo corteggiavano e lui se ne stava al suo balcone da ducetto a fare la preziosa. L’Italia era un paese che stava in equilibrio sulle minacce. Ognuno aveva un bottone rosso sotto la scrivania: Monti minacciava l’ira delle mistiche forze dei mercati, Berlusconi minacciava manifestazioni contro i giudici, Maroni paventava rivolte fiscali, Ingroia voleva arrestare tutta la classe dirigente preventivamente per gravi indizi di reato e Bersani? Bersani minacciava di sbranare chiunque avesse parlato di MPS tra le risate generali.

Cosa successe al nostro, quindi?
Iniziò tutto con delle strane telefonate minatorie. Una voce contraffatta lo chiamava ogni giorno: “Beppe, Beppe” ansimava. Poi riattaccava.
Un giorno il nostro ex salvatore uscì da casa.
“Buongiorno”, gli disse un tale.
Riconobbe la voce: era il mitomane del telefono. L’ex comico guardò dritto a sé e vide molta gente che lo guardava in cagnesco. Fece due passi indietro, provò a rientrare in casa, ma la chiave usb si ruppe. Uscì dal cancelletto a forma di hashtag mentre gli influencer camminavano dietro di lui a passo sempre più svelto. Dopo pochi passi, la folla inferocita cominciò ad inseguirlo. Beppe prese a correre terrorizzato con la faccia stravolta. Un gruppo di giornalisti correva insieme a loro. “Aiutatemi merde!” gridò Grillo.
“Con noi non ci parli, no?” risposero i giornalisti.
“Italiani! Se avanzo seguitemi e se indietreggio… com’era Beppe?” lo sfotteva un cronista.
Si narra che il tribuno trovò una macchina, chi si fidava di lui ci salì, e scappò via.
Il nostro Caronte sbandò, abbandonò la zattera e i passeggeri andarono ad auto-rappresentarsi nell’aldilà. Ecco tutto. Oggi nessuno affronta più la questione. Rivangarla è come dissotterrare un cadavere dopo un secolo per la prova del DNA.

Suona il telefono:
“Beppe, Beppe”. Brivido.
“Riconosco questa voce”, pensa Grillo tremante. “Cosa vuoi ancora da me?!”
“Beppe, sono io, Gianroberto, ti interesserebbe una serata a Pozzomaggiore?”

Dio non gioca a dadi – #SurrealityShow

Un vecchio prete genovese tempo fa cacciò dal paesino di Sant’Ilario i giocatori professionisti e le prostitute che non volevano essere salvate. Solo le prostitute che venivano da Via del Campo scalze e pentite venivano accolte nella sua casa. Il parroco con l’aiuto dei suoi discepoli vendeva la sua retorica salvifica fuori dalle bische. La sicurezza cacciava i mercanti dal casinò e scaraventava a terra libri e volantini in un ripetitivo gioco delle parti.
Una donna sfigurata da acido e botulino rapata a zero è legata mani e piedi ad una roulette. Un croupier con il colletto bianco gira la roulette, asseconda ed incita le giocate della gente. I giocatori invasati lanciano le pietre alla donna e fanno le loro giocate:
- Giocami Siracide 22, 26 sul rosso: “La donna pagata vale uno sputo, se è sposata è torre di morte per quanti la usano”.
Un altro scaglia la sua pietra contro la colpevole:
- Cagna! Io mi gioco il 9 e 10 dello stesso Libro: “Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via!”
Il prete rivoluzionario smorza l’entusiasmo dei presenti:
- “Si getta la sorte nel grembo, ma ogni decisione viene dal Signore”, proverbi 16, 33.
Detto ciò tira i sassi e vince. La donna è pentita, è salva!
Le donne croupier che sono rimaste incinta sono state costrette ad abortire dalla direzione. I feti abortiti sono stati murati dentro il Casinò. Solo uno dei preti lo sa. Sente suonare le campane a morto da dentro la parete. Il rimorso della coscienza è insostenibile. Butta i dadi a terra ed esplode:
- Sì, siamo stati noi! Ma ora basta con le campane, ti prego mio Dio!
La sicurezza lo porta fuori tra l’indifferenza generale. Il Casinò lo rimbrotta ma non lo espelle mai perché è funzionale e folkloristico con i suoi sermoni del tipo:
- Le vostre altissime torri di fiches crolleranno come la torre di Babele. Dio punirà la vostra avidità!
Gli astronomi bari invece vengono cacciati senza tanti complimenti. Il portavoce della casa da gioco ricorda:
- Le pietre sono immobili. È la roulette a girare.
L’esorcista Padre Merrin e Regan giocano a black jack con dei santini. La bimba posseduta dal demonio conta i santini con la voce di Dustin Hoffman in Rain Man, gira la testa come una roulette colpendosi la fronte ossessivamente e poi vomita verde sul tavolo.
Intanto Ernest Von Freyberg il nuovo presidente dello IOR pulisce il denaro in fiches.
Lo hanno visto al Casinò mentre infilava indulgenze nelle scollature delle ballerine, sniffava le ceneri di Cristo e sorseggiava Bloody Mary alla faccia del Levitico 15, 19.
Dal Vaticano osservano tutto. Ci sono telecamere collegate ovunque. Sul balcone vacante di piazza San Pietro ora c’è una slot machine che sgancia l’otto per mille ininterrottamente.

Benvenuti all’inferno. E ora signori, un po’ di silenzio: ecco a voi mister Frank Sinatra.

Vota Zombie! – #SurrealityShow

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.

Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.

Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.

Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.

Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.

A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.

Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui. Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.

Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella.

Surreality Show, su Scrittori Precari

Il processo a Joseph R. – #SurrealityShow

Una bambina con la maschera di Marcinkus è in piedi in un campo da golf. È lì da quaranta giorni e quaranta notti; il campo da golf è un deserto senza tentazioni.
Il caddy, stratega e supporto morale è Tarcisio Bertone: nella sacca nasconde uno scettro per ogni occasione, inediti vangeli apocrifi, il testamento biologico di Wojtyła, i documenti del Concilio Vaticano II e i baffi di Calvi.
La bimba colpisce con lo scettro fondi neri, indulgenze, debiti, preti pedofili, seminaristi omosessuali e feti abortiti murati nei conventi. Uno dopo l’altro, ognuno di questi scandali, finisce dentro una buca. È infallibile, non sbaglia un colpo. “Ci vuole tecnica e allenamento, non si va in buca con le Ave Maria”. Più che buche di un campo da golf sono fosse comuni. All’interno di ogni glory hole c’è un distruggi documenti che trita carte e persone.
La bambina attraversa il campo a bordo di una piccola papa-mobile, saluta dei broker, bacia dei piccoli derivati, ma all’improvviso uno sparo.
È stata colpita. La maschera è caduta. La piccola alza il capo e sorride, la chiave della cassetta di sicurezza che tiene al collo le ha salvato la vita.

Joseph R. si sveglia. Si infila le babbucce rosse come il cappottino della bambina di Schindler’s List, va in bagno e nota un brufolo sul naso. “Io, infallibile, vicario di Cristo, Successore di Pietro, Vescovo di Roma, Sommo Pontefice, Maestro di Verità, cum omnium Christianorum pastoris et doctoris munere fungens, sfigurato da un brufolo! Sono umanamente fallibile, è minata la sicurezza del mio dogma, il mio derma è vulnerabile, il mio ph è minacciato dal relativismo seborroico e dal pus laicista! Sono unto dalla Corruzione! Non posso nulla, sono impotente di fronte al male.”
Quel brufolo è la goccia d’acqua empia e frizzante che fa traboccare l’acqua santiera, è la scintilla che mette al rogo le sue sicurezze, lo coglie come l’outing del suo scrittore preferito in adolescenza: Herman Hesse.

Il Pontefice si affaccia al balcone, saluta i fedeli visibilmente commosso come Freddy Mercury durante il suo ultimo concerto al parco di Knebworth. “Il vero discepolo non serve se stesso o il pubblico ma il suo Signore”. Può iniziare il processo, l’Autodafé dei fan.
Irrompe un disturbatore: “No religione, no religione in Vaticano!” Joseph attende l’intervento di Dio, ma nulla. Con l’ultimo residuo di autorevolezza pontifica: “Molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta”.

Le femen in delirio per l’ultimo show, lo prendono in parola, si stracciano le vesti e lanciano i reggiseni sul balcone. Si amputano il seno destro come le amazzoni per meglio imbracciare l’arco e scoccare dei dildo sulla folla, per poi gettarsi da sole nei fuochi fatui del più grande cimitero del mondo: il Vaticano.
“Dicevano tutti che l’infinto e sfarzoso funerale di Woytila sarebbe rimasto nella storia, provate a superarmi ora!” Detto questo Joseph R. si tuffa dal balcone, la gente lo sorregge in un amorevole stage diving e così scompare a vita privata.

Prima puntata di Surreality Show, su www.scrittoriprecari.wordpress.com

Assalto al sole

 

Mai studiare “La dialettica dell’Illuminismo” sotto il sole.

“Ti stai spellando?”
“No papà, ti giuro”.
“Torna in terrazzo a prendere il sole!”
“Ma papà ero lì fino ad un attimo fa, mi gira la testa e ho la schiena ustionata”.
“Fammi vedere!”
“No, non voglio”.
“Allora torna su”.
La figlia si tolse la canottiera. Uno spettacolo orrendo: la pelle lacerata, piena di bolle, una schiena squamata come una bimba vietnamita colpita dal napalm.

La ragazzina si chiamava Adriana e il padre aveva ragione: quella mattina Adriana non era salita in terrazzo. Il padre sapeva sempre quando mentiva, la leggeva fin dentro la pelle.
Il suo corpo trasparente e squamato perdeva scaglie e gocciolava verità.
“Tu stamattina non sei andata a prendere il sole” le disse il padre.
Lei cercò di giustificarsi: “il sole è inafferrabile, non si lascia prendere da me, scivola via.
Mi brucio e basta, non mi abbronzo. Non sono come voi”.

Il padre le diede una leggera pacca sulla schiena e Adriana corse via urlante come una bimba vietnamita. “La mia crema, la mia crema!” urlava.
“Ho buttato tutto, non hai bisogno di questi artifizi. La mia unica figlia non sarà mai bianca e pallida”.

Il padre era un pedagogo illuminista. Era solito salire sul terrazzo per catturare il sole tenendo l’Enciclopedia di Diderot sulla faccia.

La madre e il fratello di Adriana erano perfettamente abbronzati.
Sui loro corpi non c’era una sola traccia bianca, erano neri senza bianche imperfezioni,
senza pallide incertezze e anemici dubbi. Due corpi regolari e abbronzati.
Il contrasto tra il bianco dei denti e l’abbronzatura della pelle era impressionante, era manicheo.
Era come il contrasto tra la terra e il sole, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Adriana avrebbe voluto essere come loro per accontentare il padre.
La famiglia si vergognava di lei. La tenevano relegata nella sua camera con l’obbligo di salire in terrazzo quando picchiava il sole.
Adriana invidiava chi teneva il sole in tasca, alcuni ragazzi avevano l’applicazione “Sole” nel telefonino.

La camera di Adriana era spoglia e buia.
L’unico oggetto a cui era legata era una sua foto di quand’era bambina, ancora pallida, intatta e non violata dal sole.
Ora invece com’era? Si guardò allo specchio:
il suo corpo era spellato, si poteva vedere la carne fresca, ma dell’anima nessuna traccia.
Era come una lebbrosa ma senza un profeta che la curasse.

Una sera nella sua camera cominciò a spellarsi.
Si scartava con curiosità e frenesia, come se fosse un regalo di Dio.
Partì dalle braccia e staccò l’uniforme pellicola da tutto il corpo.
Come una pin up dalla torta di compleanno di un vecchio potente uscì una nuova lei.
Una nuova lei bionda, abbronzata e con denti bianchissimi.

Scese giù senza vestiti e svegliò tutti: “Mamma, papà, fratello! Guardate, sono come voi,
come avete sempre voluto!”
La famiglia ancora assonnata la guardò senza stupore.
Solo il padre le parlò, era l’unico che ancora manifestava un certo interesse.
Lui sì che aveva fiducia nel genere umano!
Le disse: “Hai il segno degli occhiali e del costume. Domani vedremo di rimediare.”
“E se facessimo ricorso ad una lampada abbronzante?” disse Adriana.
La madre scosse la testa, il padre per la prima volta la schiaffeggiò:
“Non dire bestialità. Siamo solo noi e il sole. Non siamo come la gente pallida e ricca che pretende di comprarsi il sole.
Il sole non è un’indulgenza in saldo. E il prossimo passo quale sarebbe? Iscriverti ad una scuola privata?”

Adriana si diresse verso la sua camera come un morto verso il plotone.
Stava al buio con una sola candela.
Fece gocciolare la cera bollente sulla sua pelle, come se fosse Chanel.
Pensò: “Mi brucerò viva finchè non sarò cenere, cenere nerissima, così saranno fieri di me”.
Investita da brividi di freddo le venne un’idea:
“Mi costuirò delle ali di cera ed entrerò nel sole!”

Nessuno la vide ma Adriana quella notte volò davvero verso il sole. Urlava i peggiori insulti contro la sfera abbronzante. Rideva e si squagliava insieme alle sue ali di cera.

La mattina seguente il padre si preoccupò non vedendola a colazione.
Tutta la famiglia andò in camera sua, ma Adriana non era lì.
Nel centro della sua stanza c’era un cumulo di cenere.
Era la cenere più bianca di sempre.

Su www.lunedipartiamo.wordpress.com
e su Scrittori Precari

Un Default imperfetto

Un utente Facebook ricarica ossessivamente la pagina, attende invano un segno, un poke di Dio.
Non esiste nulla. Può continuare a far coltivare il suo orto di Farmville a qualche utente  marocchino. Rinuncia a caricare la nuova applicazione “coscienza”.
E’ stanco. Esce dalla sua stanza fatta di notebook, facebook, e film in streaming.
Dopo circa un’ora, la realtà, le macchine e la gente nei bar si bloccano.
Un f16 italiano in partenza per la Libia scrive nel cielo a caratteri cubitali:
“Hai raggiunto il limite di 72 minuti fuori dalla tua stanza”.
E’ scattato il coprifuoco.
Solo chi supera una certa soglia di reddito può staccare e riattaccare il terminale e aggirare il limite.

La gente vive in palazzoni tutti uguali.
Di notte ogni compartimento è illuminato, la gente gira su se stessa.
Da fuori sembrano omini dentro forni a microonde.
Ogni tanto qualcuno si spara in bocca, da fuori sembra vedere saltare il pop corn nel microonde.
Uno spettacolo che non è più spettacolo, ma normalità, e pop corn: un bel binomio.

Ogni anno si butta tutto giù per ricostruire tutto uguale.
La gente in passato costruiva torri altissime per avvicinarsi a Dio, ora, per lo stesso motivo le butta giù. Si commemora ogni singolo mattone frantumato come farebbe un pro-life con un embrione.

La piazza borsistica della compravendita d’organi è affollata.
Broker e speculatori fissano elettroencefalogrammi piatti sperando in rialzi improvvisi.
I clandestini fanno la fila al body scanner per l’inventario del corpo
A Lampedusa c’è il discount degli organi..
Le bare sono scatolette di tonno. Le apri, fai scolare l’olio formatosi nella bara, un
guanto di plastica e ti servi.
I sacchetti però te li porti da casa. Presto la plastica sarà eliminata del tutto.
Fuori c’è una coppia di sposi. Un ricco settantenne italiano e una playmate tedesca. Il divario tra loro si chiama “spread”. Al paraurti della limousine hanno attaccato degli avvocati divorzisti molto rumorosi.
“Ho sempre desiderato andare nella romantica Venezia” dice un clandestino ispirato dalla visione.
L’impiegato del discount: “Sei fortunato. Quel milionario ha bisogno di un cuore nuovo. E indovina dove farà il viaggio di nozze?

C’è un’offerta al supermarket: dopo un certo numero di bollini vinci altri bollini.
Tra i premi c’è pure uno stock di frasi caustiche contro il consumismo.
Al gusto di limone. Il supermarket, gli scontrini, i carrelli, pure le cassiere sono al gusto di limone.
Il Dio del supermarket è un eroinomane con un limone inesauribile, la sua siringa lascia segni di codice a barrre sulle braccia.
Il limone è il frutto legalizzato di Dio. Esso è causa della stitichezza di Dio, a causa sua non crea più nulla.
La fila alla cassa è lunghissima, sembra che stiano distribuendo metadone
I clienti chiedono alle cassiere sorridenti nuove religioni in promozione, se fai convertire un amico, in omaggio indulgenze, assoluzioni plenarie e un set di pentole
La gente mette un euro per il carrello, entra nel market, ma non lo riempie.
Esce, e si riprende l’euro.
Come pagarsi per masturbarsi.
Carrelli come juxebox. Ma con la stessa eterna nenia.
Ora anche i jukebox all’idrogeno sono inoffensivi, ricevono pure aiuti dallo Stato .

Gli uomini in default sono ora manichini senza occhi, se ne stanno disposti ordinatamente in un grande campo di grano. Di fronte a loro vetrine sature di oggetti lussuosi.
Le donne insolventi sono nel reparto surgelati dei supermarket. In certi posti puoi entrarci solo da merce, ed è un sogno, un’aspirazione.
Qualche altro corpo in default è usato per la sperimentazione di cosmetici e pillole dimagranti
Manichini senza un filo di grasso con le facce imbellettate pesantemente, violentemente, da trucchi sperimentali. Fallimenti imbellettati.
“E’ sempre stato il mio sogno avere una taglia 36″ pensa una. Perché sono manichini, ma pensano ancora.
A volte si sta ore senza pensare o agire. Ed è allora che parte lo screen saver nella testa.
Vista l’impossibilità di cambiare complesse sovrastrutture un riformista decide di cambiare il suo screen saver.

Un tizio è nel limbo pre-fallimento.
E’ stato saccheggiato e devastato come la Libia, ma senza business della ricostruzione dietro.
Senza consulenti d’immagine o gente che gli rifacesse il look, senza esperti cromatici che gli consigliassero gli accessori da abbinare ai suoi occhi verdi, senza gare d’appalto falsate per la pulizia del viso.
Un burocrate lo tiene al guinzaglio, ogni tanto lo porta fuori a fare i bisogni qualunquisti, a sfogarsi, maledire il governo, i politicanti e la promiscuità sessuale.
Dietro di lui responsabili di agenzie di rating gettano dai burroni dei corpi inutili, senza più nulla da dare.
Le cimici lo seguono dappertutto. “Sono le microspie dell’FMI, mi osservano, controllano che non compri niente. Oppure sono cimici reali: anche la natura mi ha scaricato, anche per la natura sono un cadavere. La mia prossima mossa sarà chiedere un mutuo subprime sui miei cartoni da barbone. Mi formatto, mi rispedisco all’assistenza, anzi, no: mi sa che mi compro un cane”.

L’ultima cosa vera restata al mondo sono i disastri naturali: uragani, tsunami, terremoti.
Sono le ultime cose non progettate, non quotate in borsa, le ultime cose non risultate in seguito ad accurate ricerche di marketing.
Democrazia sostanziale per ogni target di consumo.
La natura: l’ultima risorsa contro il positivismo relativista.
Ecco di cosa aveva bisogno: di sovrastrutture sicure, di essere commissariato da un tutore, da un burocrate, dall’FMI!
Da qualcuno che ogni mattina gli facesse il nodo alla cravatta.
Ma non una madre, una sorella, una ragazza. No, voleva un freddo tecnocrate della banca mondiale.

Conigliette di playboy escono dal cilindro di un mago.
Paiette e lustrini  luccicanti contro il grigiore del racconto.

Tecnocrati lo scuotono a testa in giù finché non vedono cadere anche l’ultimo spicciolo, l’ultima delle sue convinzioni morali, dei suoi pregiudizi, delle sue velleità, dei suoi tabù, l’ultimo suo congiuntivo.
“Senza i miei cibi precotti, il mio microonde, i miei film in streaming e il sesso occasionale cosa sono?” pensa un manichino.
“Quando perdi tutto, e non hai più nulla, ecco che sei davvero libero. Siete liberi!”, urla e ride un burocrate rivolto ai manichini nel campo di grano.
Per lui è finita. Ma intorno a lui ragazzette continuano a riparare unghie a domicilio per 15 euro.

Su scaricabile.it (14/09/2011)