Uniformi

Siamo in una mensa di un college americano. C’è il tavolo dei nerd, quello dei giocatori di football, le cheerleader, gli emo, gli hipster, liberal, nazi, vegani, fashion victim, anoressici e obesi, quelli da talent show, indie, studenti di Damasco vestiti tutti uguali; gli eccetera e i vari si sono suicidati. I nostri tavoli sono categorizzati come i tags di youporn. Si fa la fila con in mano tavole da surf per la razione quotidiana di regolatori dell’umore. Quando svanisce l’effetto si fa surf tra onde di lacrime e succhi gastrici d’ansia. La mensa è molto cara. I poveri fissano le pastiglie per l’umore dai vetri anti proiettili. I giovani appannano i vetri con il fiato, con il dito scrivono il loro numero identificativo e ritirano la loro razione. Chi non può pagare alita sul vetro ma non esce nulla, si sforza, poi cade a terra ed emette un piccolo fumetto senza parole, tipo fungo atomico. Appena uno intuisce che sta finendo il fiato prende il numero per la strage, afferra una pistola di piccolo calibro e fa fuoco sui tavoli della mensa settore per settore. Il mercato nero delle bombole d’ossigeno è gestito dallo Stato per dare un’illusione di individualità e devianza agli uniformati. Le piantagioni casalinghe di alberi da ossigeno invece vengono distrutte.

Oggi è il giorno della parata generazionale.
Quest’anno si sceglie il logo del movimento di maggioranza mondiale. La mano invisibile di Dio come dipinta da Michelangelo ne “La Creazione di Adam Smith” gioca a ruzzle muovendo a piacimento i corpicini della parata nel suo personale touch screen. La mano invisibile è alla ricerca del logo perfetto, del brand più accattivante. E’ il 2100, ormai nessuno ricorda più i vecchi simboli. Dopo un rapido sondaggio si sceglie la svastica.
La sfilata dei giovani continua sotto questo simbolo tornato di moda come i pantaloni a zampa.
Il rumore delle milioni di scarpe da tennis ticchetta come l’orologio biologico dell’ultima donna libera. Nel cielo compare un grande tasto “play”, la mano di Dio sbuca tra le nuvole e ci clicca su.
Inizia lo spettacolo degli f35: le frecce monocolore. Ogni tanto si apre una finestra di spam di protesta ma viene subito chiusa. Tutte le finestre che si aprono hanno il loro balcone con piccolo dittatore annesso. Gli utenti si affacciano e sbraitano, qualcuno contro l’esibizione acrobatica, qualcun altro ipotizza un collegamento tra le scie chimiche e Ustica.

Il portavoce dei giovani del mondo ha un’uniforme ologramma che cambia ogni secondo per rappresentare tutti i target, comprese le nicchie con le velleità più individualiste.
Giudica tutto, il suo super io ha la toga, mentre il suo es e le pulsioni più autentiche di libertà sono sotto regime di 41 bis.
“Si aprano le danze!” urla il portavoce generazionale. Parte l’inno mondiale: il Gangnam Style. Ogni anno si sceglie la canzone più cliccata su youtube come inno. Milioni di giovani cittadini del mondo ascoltano in laico silenzio, infilano usb nel cuore e caricano il file “amor di patria”.

Dio si ritira per lasciar spazio al libero arbitrio.
I giovani ora giocano da soli. Si muovono all’unisono come formiche e formano una scritta, dall’alto si legge: Google. Giocano a ruzzle umano nella lingua comune componendo le parole: “Go”, “Lego”, “Gol”, “Gel”, “Logo”, “Lol”. Si blocca tutto. “Chi è stato?!?” urla il portavoce. “Chi ha scritto Lol? Non si può usare la stessa lettera più di una volta, le lettere non sono mica l’olio di Mc Donald!” Disappunto dagli spalti. Il colpevole viene indviduato e gettato in una grande friggitrice. Il cadavere fritto viene mostrato ai genitori che delusi gli spremono sopra tubetti di maionese e ketchup come da tradizione, come da laica estrema unzione. Una hostess sorridente con divisa da ss prende ciò che resta del badge del colpevole e lo butta insieme agli altri. In piazza come monito c’è una pila di badge, i loro volti nelle foto dei tesserini sono tumefatti e sanguinanti.

I giovani soldati quando tornano a casa si tolgono l’uniforme. Fanno scorrere la cerniera dalla testa fino ai piedi ed escono fuori. Sistemano la loro divisa nell’armadio e mettono il loro badge nel cassetto. Quando tolgono la divisa cambiano persino voce, ma il numeretto identificativo che hanno tatuato sulla fronte rimane. La mattina dopo il viso nel tesserino è sempre rigato dalle lacrime.
Non è possibile sabotare le divise. I terroristi hanno tentato di mettere dell’esplosivo nei binari delle cerniere ma le zip sono inattacabili; un campo elettrificato le protegge e si disattiva solo con le impronte digitali del legittimo possessore.

Prima di dormire gli uniformati vanno nell’Istituto LuceTube, il sito che trasmette video d’archivio in alta definizione. I soldati scovano nell’archivio video pornografici di gente che con buffe espressioni riflette e mette in discussione gli ordini. Masturbarsi con questi video è l’ultima grande perversione rimasta. In questi video la gente guarda fuori dalla finestra assorta, si toglie vecchie divise e si licenzia. Obiettori di coscienza e disertori sono le pornostar della rete.
Gli spettatori si accontentano di questo surrogato della libertà, praticare il dubbio nella realtà è troppo faticoso e forse alla fine dei giochi tra malattie, sentimenti non corrisposti, delusioni e tradimenti non ne vale la pena. Un soldato abbassa e rialza la zip dell’uniforme con voluttà, su è giù, sempre più veloce, dopo pochi secondi eiacula lacrime dagli occhi, si accende una sigaretta elettronica e si addormenta esausto a dimostrazione che il vuoto si può svuotare sempre un po’ di più.

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Progetto Evasione

(Articolo pubblicato sulla rivista Mamma! Giugno 2012)

Dall’inizio dell’anno sono morti 61 detenuti, 21 di questi sono suicidi.
Un cartello luminoso posto sul tetto della sede del Ministero della Giustizia aggiorna il conteggio in tempo reale.
D’Estate la situazione si complica.
Nella sauna del sovraffollamento l’umanità detenuta non espia la colpa, la suda
E gli impiccati se ne stanno come d’estate, sugli alberi, le foglie.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti.
Lo chiamano “Progetto Evasione”.
Grazie a questa multinazionale onirica specializzata in deliri personalizzati ogni detenuto potrà vivere la sua esperienza lisergica. Un’evasione dalla realtà per combattere la depressione, gli episodi di violenza e, soprattutto, limitare i suicidi.
Questa pratica è ancora in via sperimentale.
Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.
“Poco male, mi rimane la fantasia” dice.
Il nuovo arrivato vede il bando del “Progetto Evasione” sulla bacheca della segreteria, entusiasta si propone come volontario.

L’iter metafisico.

Il detenuto ora è uno scarafaggio.
Ricorda di essere in attesa di un processo ma non sa di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.
Capisce di aver superato il provino. E’ lui la cavia.
Ma perché nessuno gliel’ha detto? Certo, non si aspettava che venisse l’Arcangelo Gabriele ad avvisarlo, ma per la Madonna, almeno un biglietto!
Il detenuto è in tribunale. Vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù. “Condannato!” Tra tutti spicca Pilato, P.M. o Magistrato, non ricordo, nell’antica Roma non c’era la separazione delle carriere. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale fino ad averle pulite.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
Un professore indignato con La Repubblica sotto braccio, si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.
La ditta che ha vinto il subappalto per le sceneggiature delle evasioni sta lavorando anche a storie personalizzate per detenuti musulmani.
Il profeta Mohammed non può essere raffigurato. E’ già stato contattato un team di mosaicisti specializzati in sfocati mosaici di pixel.
Presto sarà accontentato anche quel target di detenuti.
Gli atei o agnostici non sono tenuti in considerazione, stiamo parlando di carcerati, di gente disperata, non di gente atea e tranquilla come P. Odifreddi.

Il talk show solitario.
Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Il detenuto canticchia una sigletta inventata sul momento, un grande poster di una modella mezza nuda sta alla sua destra.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto, il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che ho visto il mio primo giorno di galera, Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non è reale, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

Reinserimento.
Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, un signore con metà faccia di Fini e l’altra metà di Giovanardi gli dice:
“Detenuto, la sperimentazione è finita, può uscire”.

Giù, nello scarico.

Sono in un bar. Un improvviso bisogno fisiologico mi distoglie dai miei pensieri: Mi sto pisciando. Ho assunto una posizione da deficiente, mi contorco, cammino a fatica, sudo, mi faccio largo tra la gente a gomitate. Sto per straripare, la mia vescica sarà il Vajont ma senza uno spettacolo di Paolini. Non trovo il bagno. Gli argini stanno per cedere. Nel locale risuona incurante musica jazz. “Bene, questa è New Orleans prima di Katrina” penso. Trovato. Manca poco. Eccomi dentro. Sono in una strana posizione, mezzo accovacciato, sembro un marine mentre fa irruzione nel bagno di Bin Laden. Il bagno degli uomini è occupato, quello degli handiccapati no. O meglio, un tizio in sedia a rotelle sta per entrare.
In questo momento me ne fotto di tutta la sensibilizzazione sorbita ai tempi della scuola elementare, di sicuro piscerò pure il senso di colpa. Cammino come un Jerry Lewis politicamente scorretto, sono ridicolo, supero il malcapitato che accenna una protesta, poi mi vede e ha compassione. Posso passare. Sono dentro. Piscio così tanto che dopo pochi secondi non c’è più traccia di peli pubici nel fondo del water, piscio come se fossi un nuovo idrante della thyssen, piscio come se stessi battezzando milioni di Magdi Allam, un’arca di Noè di peli pubici, carta igienica e mosche non resiste al mio piscio universale. Piscio per un sacco di tempo, alla fine non ricordo neanche per quale motivo mi trovo nel bar. La pancia non mi fa più male, sono libero; ora so cosa prova una donna che partorisce, un libico che si libera di Gheddafi, so cosa prova Adriano Sofri che esce di galera. Quando tiro l’acqua mi sembra di scaricare persino il senso di colpa
Sono libero!
Esco dal bagno. Il tizio sulla sedie a rotelle mi vede sereno, non sembra più che io sia affetto da distrofia muscolare. Mi aggredisce convinto che fingessi per fottergli il bagno.
Sbraita contro di me, inveisce sempre più violentemente. “Prima di pisciare ero tecnicamente handiccapato, ora sono a posto” cerco di spiegargli. Evidentemente lo scarico si è otturato con il mio senso di colpa. Fuggo senza nemmeno lavarmi le mani prima che il tizio improvvisi un Telethon per uccidermi. “Forza, donate quanto potete, ho bisogno di un fucile per uccidere questo insensibile”. In questo momento il mio cruccio più grande è non essermi lavato le mani.

Torno a casa e vado subito a farmi una doccia perchè fuori ho toccato maniglie, rubinetto del bagno e ho tirato l’acqua. Sull’autobus una prostituta nigeriana mi ha contagiato uno sbadiglio, devo ricordarmi di farmi il test dell’hiv. Ho una concezione un po’ nazista dell’igiene. Ma un nazismo isolazionista senza invasioni di sorta che comportino contatto fisico. Sono sotto la doccia e penso a Janet Leigh in Psycho mentre viene assalita alle spalle da Anthony Perkins. Ho letto che l’attrice era ossessionata da questa scena, anche dopo le riprese le rimase la fobia delle docce, quasi come un ebreo sopravvissuto alle docce dei lager.

Mi lavo i denti, sputo l’acqua in direzione di qualche capello nel lavandino per farlo finire nello scarico e provo lo stesso senso di pulizia e liberazione che può provare una tizia che getta un feto nello scarico del water.

E dopo questa metafora idiota nello scarico ci finisco pure io.

Mi guardo intorno, comincio a canticchiare Born Slippy degli Underworld.
Nella fogna un coccodrillo sta masticando un feto, sopra il tombino, nella realtà, un tizio
con una lacoste urla contro la ragazza perché vuole abortire.
Tra i liquami vedo Michele Misseri con un cappello da pescatore che traghetta come Caronte: i piccoli Samuele e Tommy, Meredith Kercher, Melania Rea, Chiara Poggi e Sarah Scazzi.
Il comandante Schettino è in un’altra zattera e traghetta Erika e Omar, Anna Maria Franzoni, Amanda Knox, Raffaele Sollecito, Alberto Stasi e Sabrina Misseri.
Nella zattera c’è pure una ragazza moldava, ma non verrà registrata in questo racconto.
Sono come un turista giapponese che visita le fogne.
Sto per fare una foto ma me lo proibiscono, ogni personaggio ha i diritti di immagine riservati, e ora non ho tempo per accordarmi con i loro agenti. Le due zattere si incrociano, Schettino accenna un inchino, cade in acqua e tutti scoppiano a ridere.
Il comandante mentre si tiene ad una scialuppa vede galleggiare il corpo di Alfredo Rampi, la lapide di Mauro De Mauro, tre false sculture di Modigliani e una telecamera sfasciata.
Le due zattere si muovono, una alla mia destra, l’altra alla mia sinistra, io sono fermo, ma ho come l’illusione di muovermi. Invece sono fermo, non ho il permesso di recitare nello spettacolo del dolore. Al massimo posso stare tra il pubblico, ma sono rimasti solo posti in piedi.
Dalla superficie si sentono i cittadini urlare: i due minuti d’odio del Grande Fratello di Orwell. Sbraitano contro i peggiori assassini. Intanto io penso che potrei arricchirmi organizzando dei viaggi guidati nelle fogne. Interi weekend dell’odio. In superficie si vendono souvenir dei disastri, vanno a ruba le parti originali della Concordia dentro bottiglie di vetro.

La realtà sovrastante è un’immensa bottiglia molotov con dentro omini neri che sfasciano vetrine e incendiano auto. Lo Stato garantisce un reddito minimo e un’educazione ai poveracci ma più che dal Welfare State di Beveridge, sembra ispirato dal musical “My fair Lady”, in cui un professore scommette di trasformare una ragazza povera ed ignorante in una donna borghese, colta e civile.
La città molotov è morta ma un eterno fuoco fatuo la incendia. I governanti sono asserragliati nel palazzo del governo vicino al monumento dello straccio
imbevuto di benzina. I contestatori sono stati infilati con precisione dentro la molotov come un criceto su per il culo di un ricco borghese annoiato. Sono stati minuziosamente infilati uno ad uno con la pazienza di un giapponese decoratore di chicchi di riso, o nel caso di Fukushima, chicchi di riso decoratori di minuti giapponesi.
I giornalisti raccontano tutto ben protetti dietro a sacchi di sabbia. Gli omini neri stanno devastando la città, politici agonizzano al suolo. Si lamentano: “Ah, che dolore!” dice uno. “La mia gamba…” dice un altro, “Ahi, non mi interrompa, io non l’ho interrotta!” ribatte il primo. Se solo alzassero gli occhi, questi omini, figuranti violenti, scimmiette di giornalisti e politici, si renderebbero conto di vivere dentro una grande bottiglia. Io dal canale di scolo me ne rendo conto, a volte si ha un prospettiva completa osservando tutto dal
basso, non solo dall’alto. E’ quando uno sta dentro, in mezzo a tutto, che la percezione dell’insieme va a farsi fottere. Ecco, sale l’inquadratura, la città è una molotov di plastica nell’ufficio del Ministro degli interni e un cane ci sta pisciando sopra.

Proseguo il viaggio giù nel canale di scolo.
Mi ritrovo in un’asettica piattaforma. Stranamente c’è un buon profumo. Un reduce in sedia a rotelle appena tornato dall’Afganistan intrattiene dei vecchi autori satirici in cerca di ispirazione. La loro scimmietta ammaestrata muove la sedia a rotelle a ritmo di musica, veloce, sempre più veloce. I comici professionisti dell’empatia battono le mani a tempo, ossessivi e meccanici come un attore porno che penetra la collega.
Il reduce si dimena al ritmo dei loro applausi sempre più veloci come un Bob Hope ubriaco, poi stremato cade a terra. Le notizie al neon incuranti scorrono nel sottopancia del reduce: “In Libia 2, 3, 4 morti…” Il reduce è a terra, cerca di risalire sulla sedia, nessuno dei comici lo aiuta, “vorrà farcela da solo” pensano.
I comici con il senso civile scrivono fluviali, ispirati, le loro argute metafore con la cavia ancora a terra: “Nelle strade della Libia il sangue sta cessando di scorrere, gli imprenditori occidentali non aspettano che il flusso finisca definitivamente e penetrano famelici.
Se la Libia fosse una vagina durante il ciclo, agli imprenditori almeno brucerebbe un po’ la coscienza”.

Gli autori non sono abituati a portare la cravatta, soffocano. Si complimentano tra loro, si masturbano a vicenda. Alcuni muoiono per asfissia autoerotica come David Carradine.

Uno degli autori si ferma per un attimo e pensa: “Vorrei scrivere mentre Dio in persona balla sul palco”. Si rende conto che in quel caso non saprebbe che scrivere.
Come un cane al cospetto di Dio, non troverebbe di meglio che odororarGli il buco del culo. OdorarGli, non adorarGli: il suo ego non glielo permetterebbe. Il buco del culo di Dio è immacolato, come quello di un’attrice porno dopo cento sedute di sbiancamento anale.

Le cavie si susseguono sul palco una dopo l’altra: reduci di guerra, malati di cancro, celebrità morte, politici corrotti, puttane di regime, giornalisti prezzolati, vittime di terremoti, preti pedofili, coloni israeliani, kamikaze.
La vita, la sofferenza umana è il loro circo. La donna vittima di violenza domestica è la loro donna barbuta, il bambino vittima di pedofilia è il loro nano superdotato, il kamikaze disperato è il loro nano sparato da un cannone, il magistrato ucciso dalla mafia è il loro clown con il naso rosso. In sottofondo “Ai si te pego” cantata da De Andrade, cugino portoghese di De Andrè. Mentre tutto brucia, loro si godono lo spettacolo e dalle loro trincee di lusso sgranocchiano pop corn.

Sul palco della piattaforma viene proiettato un filmato: Un giudice percorre l’autostrada a bordo della sua auto. Un tizio non lontano, seduto in una poltrona sopra l’Etna sta per premere il pulsante rosso di un telecomando. Preme il pulsante rosso. Ora nel filmato ci sono io che guardo la tv. Nella tv appare il naso rosso di un clown, prendo il telecomando e cambio canale. In un dibattito televisivo Cuffaro inveisce contro Falcone, politici che non conosco litigano tra loro su un ring, dopo ogni round sale una bionda sculettante che regge un cartello con il numero dei morti aggiornato.
Durante le due ore della trasmissione la gente a casa partecipa allo sdegno, all’indignazione civile, sfoga la rabbia, poi si rammenta della propria impotenza e come nel finale del Truman Show dice: “Che danno adesso?” “Non so, dov’è la guida tv?”
Su un altro canale danno un film di Francesco Rosi con Beluschi, riconosco che è ambientato in Sicilia, premo di nuovo il telecomando e sento un’esplosione, non capisco, cambio di nuovo canale, danno “La vita secondo Jim” sempre con Beluschi.
Mi affaccio dalla finestra e vedo un cratere nell’autostrada. Il cratere è pieno di palline colorate. I bambini che passano di lì prendono una pallina a caso, la aprono e leggono il bigliettino. In ogni biglietto c’è una frase contro la mafia: “La mafia fa schifo”, “La mafia è una montagna di merda”, “Adesso ammazzateci tutti”, eccetera, un bigliettino dice davvero “Eccetera”. Un blogger nota che il cratere sembra lunare. Dubita che un uomo sia mai morto in quel cratere. Un altro blogger dice che un volontario venne fatto esplodere con la sua navicella per vedere l’effetto che faceva. Era solo una cavia, grazie alla quale iniziò l’esplorazione della seconda Repubblica.

Continuo a camminare nei bordi della fogna. Mi sento come Pasolini in uno zoo di notte mentre osserva dei ragazzi di vita dentro le gabbie. Ma mi ricordo chi sono, al massimo potrei insultare quei ragazzi da dentro una macchina con degli amici sbronzi.
Finalmente vedo lo sbocco al mare. “Dannazione, queste fogne sono un labirinto! Al confronto il labirinto del minotauro, o quello del giardino di Shining sono i labirinti che trovi nelle scatole dei cereali.” C’è un cartello con su scritto “Uscita”, la freccia indica un ascensore circondato da un’aura luminosa. L’addetto all’ascensore mi dice che peso troppo, devo lasciare qualcosa. “Lo so bene”, rispondo. Mi dirigo verso la rupe e lancio nel vuoto quel masso pesante che è la mia coscienza. In quel masso c’è tutto: libri letti, esperienze profonde e fugaci, sensi di colpa, tutta la mia idiozia, praticamente ci sono io.
Entro nell’ascensore, un tizio in sedia a rotelle vuole salire, le portine si stanno chiudendo,
fingo di premere un pulsante per bloccarlo, guardo il tizio con espressione fintamente desolata mentre l’ascensore si chiude. Ho sempre detestato condividere gli ascensori. “Ehi, qualcosa di me è rimasto!”

Sono nel bar.
Sento i soliti discorsi assurdi: “Una mia amica sordomuta ha letto il labiale dell’urlo di Tardelli durante i mondiali dell’82. Mi ha assicurato che Tardelli urlò: Negli elenchi della p2 c’era pure un comunista”; “Un mio amico che lavora a La Stampa mi ha detto che quando Paolo Calabresi ha saputo della liberazione di Sofri, ha preso la velina dell’Ansa, l’ha accortocciata e l’ha buttata dalla finestra”; “La moviola in campo e il suo mettere in discussione la parola dell’arbitro è figlia della cultura protestante”.
Penso: “Lo sbocco naturale della fogna non è il mare, ma questo bar”. Dico a voce alta: “Ma perché cazzo abbiamo dovuto comprare Palombo?”
E comincia la discussione.

Su www.Mamma.am con illustrazione di Mauro Biani. (Clicca sul titolo giù)
Giù nello scarico

Evasione.

Uno scarafaggio è in una cella di un carcere italiano.
Si trova lì da quattro mesi in attesa del processo, non sa neanche di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.

Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.

Il detenuto viene portato dallo psicologo per il colloquio.
Lo psicologo è chiaro: “Detenuto, la sua cella è troppo piccola, dovrà lasciare qui in infermeria le foto, i libri e il suo es”.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti in isolamento.

-Decimo giorno di isolamento.

Il detenuto percorre il miglio che lo separa dall’infermeria alla cella.
Gli altri detenuti urlano: “uomo vivo che cammina!”
L’uomo vivo entra nella cella. Il ministro ha portato il lenzuolo, una guardia lo annoda a mò di cappio e lo porge al detenuto, il cappellano gli accarezza la fronte, paterno.
Il direttore del carcere posa in terra una pila di scartoffie, il detenuto ci sale su e lega il lenzuolo alle inferriate della finestra.
Senza pensarci troppo sposta con i piedi le scartoffie e rimane sospeso.
Il direttore suda, annaspa, si allenta la cravatta troppo stretta, si affatica a firmare tutte le scartoffie prima del decesso.
Il detenuto non si decide a morire, si sta strozzando ma l’osso del collo non si rompe.
Il medico del carcere è lì, il detenuto lo fissa come se invocasse un suo gesto di clemenza, un’iniezione, un qualcosa che metta fine all’agonia.
Ma il medico non può, è un obiettore di coscienza.
“Non posso intromettermi, la volontà di Dio faccia il suo corso”, il cappellano annuisce.
Dopo quindici minuti di agonia, il detenuto muore.

Il cadavere viene portato in infermeria. “Peccato, qualche minuto prima e l’avremmo potuto salvare” osserva un infermiere. L’infermeria è piena, a molti è stata diagnosticata una grave forma di Fini-Giovanardi.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.

I famigliari potranno vedere il detenuto morto negli orari di colloquio. Ma da dietro una teca, un vetro divisore.

-Trentatreesimo giorno di isolamento.

Il detenuto vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù.
“Condannato”. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
L’uomo più indignato si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Un detenuto musulmano si incazza per questa visione.
La ditta che ha vinto l’appalto dei deliri dei detenuti non rispetta le altre religioni. “Voglio una visione col profeta Mohammed!”
La ditta si scusa, comunica che sta lavorando a dei prodotti anche per quel target di detenuti.

-Ottantaseiesimo giorno di isolamento.

Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto,
il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che vidi il mio primo giorno di galera, una guardia penitenziaria che si tolse la vita due annni fa,
Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non esiste, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
Dall’inizio dell’anno ci sono stati 29 suicidi in carcere.
La guardia morta suicida non c’è, sta assistendo al plotone di suicidi. Ventinove detenuti cadono uno dopo l’altro, come un domino.
La guardia si porta il lavoro a casa, prepara il cappio, sale sul libro “Dei delitti e delle pene” di Beccaria, calcia il libro e chiude il domino.
Uccidersi a casa è gentile nei confronti dei colleghi. Il problema non è più del penitenziario, niente scartoffie.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

-Modeste proposte.

Il carcere è sovraffollato. Sembra un tetris umano. Ogni tanto qualche mattoncino del tetris scompare perché ha finito di scontare la pena, o perché è morto.
Quando succede il carcere guadagna punti e si torna a respirare.
E’ un sistema che si autoregola.
Non è mai successo che i corpi del tetris arrivassero fino in cima, il gioco non può finire.

Nel caso è previsto un Piano b contro il sovraffollamento: i detenuti saranno trasferiti fuori dalle carceri, i cittadini rispettabili si rifugeranno nei penitenziari.
Da sempre i cittadini rinunciano a un po’ di libertà per più sicurezza. Stavolta si tratterebbe di rinunciare assolutamente alla libertà, per un’assoluta sicurezza. Chi terrà una cattiva condotta all’interno del carcere sarà punito con l’ora d’aria.

-Reinserimento.

Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, sente solo:
“Detenuto, l’isolamento è finito, può uscire”.

Su www.mamma.am (30/06/2011)

Un’emorroide al cervello

Avevo il cervello irritato a furia di pensare e concepire merda.
Mi era venuta un emorroide al cervello. O forse era un tumore.
Per ora la chemio aveva colpito solo una delle mie basette.
Attendevo con un camice da ospedale che lo Stato liberasse il mio corpo.
Dalla culla alla tomba sei proprietà dello Stato.
Con il water-boarding di liquido amniotico confessi che intenzioni hai, perchè vieni al mondo, con il ‘body scanner’ controlliamo se sei malato o armato.
Quando hai finito, nella tomba attacchiamo respiratori artificiali al tuo cadavere in decomposizione.
Dalla culla alla tomba sei proprietà dello Stato.
Il ‘durante’ è appaltato a dei privati.

Corpi ammucchiati dentro schedari attendevano di entrare in società.
Altri invece giacevano nel fondo del mare, ma la BP nascose tutto con la sabbia.
Staffette partigiane del dissenso borghese con slancio riformista attaccavano dei post it sui cadaveri etiopi.
Intanto un profeta pazzo steso in una panchina beveva scotch scadente dal Graal, avvolto dalle pagine della Bibbia.

Nessuno defecava più, la stitichezza si era impadronita di tutti.
Gente gonfia e nervosa vagava spaesata.
I tg predicavano calma e davano indicazioni sul vaccino di Stato
Rimpiangevamo i tempi delle file per le verità di Stato,delle sovrastrutture e dei navigatori satellitari etici in ogni cervello.

Ci furono provini per potenziali eroi del dissenso, gli aspiranti inviarono dei book fotografici.
Nel grande salone del dissenso erano tutti amici.
Pr di sé stessi organizzavano il dissenso e si esercitavano nell’ aggrottare le sopracciglia.
La troia con le cimici nella vagina venne cacciata dalla manifestazione e accompagnata alla stazione di S. Ilario.

Nelle manifestazioni spersonalizzanti ognuno portava con sè biglietti da visita per ricordarsi chi fosse.
Io sono uno stupratore lieve, visita il mio blog.
Io avveleno i fiumi con i liquami della mia fabbrica, visita il mio blog.
Io sono dell’ ufficio marketing dell’ AIDS. La ricerca ci vuole sconfiggere, aiutaci con un sms.

Mi recai all’ aperitivo del dissenso e feci harakiri, incisi il mio addome improvvisando un cesareo.
Ci fu una grande esplosione.
Merda dappertutto, frattaglie, ma sopratutto merda.
Brandelli di verità contro il salone asettico ed ovattato del dissenso.
Pulirono tutto in un attimo, la BP riversò vagoni di sabbia.

su www.mamma.am 28/07/2010

Il Playback di Dio

‘E Dio mise alla prova la fede di Abramo: – Sacrifica il tuo primogenito Isacco, iscrivilo al coro delle voci bianche di Ratisbona.
Abramo, seppur a malincuore, obbedì. Ma subito udì la voce di Dio: – Sta fermo, scherzavo.
Dio apprezzò la fede di Abramo, ma intanto inviò gli assistenti sociali.’

I bambini vivevano nel grande campo, nelle braccia avevano tatuati i numeri dei versetti dei Vangeli.
Nello sfondo le vittime procedevano silenziose in processione, spingendo carriole colme di bambini coperti a malapena dai fogli del ‘Crimen Sollicitationis’.

‘Il desiderio sessuale si può eliminare. Gli esperimenti eugenetici condotti sulle persone comatose hanno avuto successo’, disse l’ altoparlante.
I primi interventi di annullamento della libido furono effettuati su due fratelli tedeschi.
I due ora fingevano di leggere testi sacri, intanto si masturbavano con il paginone centrale di PlayPriest raffigurante un’ enorme ecografia.

L’ ultimo bambino era immobile, unto dal signore, disteso in un letto, stringeva tra i denti un lenzuolo, come una Sindone.
Stranamente non consapevole del proprio martirio, invocava il Dio di Milwaukee, pensò:
‘O Dio è in silenzio o io sono sordo’.
Inveì contro Dio, e sul letto ebbe l’ Ultima tentazione: parlare, raccontare tutto.

Uscì dalla stanza del prete, andò sotto le docce e non tornò più.
Morì, il corpo venne murato nel sottotetto di un Sepolcro a Potenza. Alcune donne delle pulizie, o forse qualcun altro, trovarono il Sepolcro vuoto, e il suo Diario.
Tre giorni dopo resuscitò, apparve in un talk show, raccontò la sua storia e fece promozione al libro.
Mostrò il tatuaggio sul braccio, Matteo 10:28:
‘E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima ed il corpo’.

Dal camino del grande campo fuoriuscì una fumata bianca, concluso il silenzio elettorale si riprese ad insabbiare con le carriole, come nulla fosse accaduto.
Ambiente e persone del campo erano interamente in bianco e nero, solo i conti di molte parrocchie americane irrimediabilmente in rosso.

Furono presi seri provvedimenti: i sorveglianti del campo furono trasferiti in altri lager.
Iniziò il grande Esodo dei sorveglianti. Chi osò trasferire i colpevoli subì le 10 piaghe, 10 società riconducibili al Vaticano crollarono in Borsa.
Gli azionisti non venivano lasciati da soli con il Testo Sacro. Il broker di Dio saliva sull’ altare, analizzava e interpretava i dati della Borsa.
Al silenzio di Dio c’ eravamo abituati, ma il playback fuori sincrono era sospetto.

Perchè non si sa nulla dell’ adolescenza di Gesù? In quegli anni stava in terapia per gli abusi subiti da bambino.
Gli apocrifi ne parlano. Come nell’ episodio del Santo Graal e le tracce di GHB.
Tra 50 anni i simboli religiosi come il crocefisso saranno solo macchie di Rorschach usate da psicologi per far riaffiorare i passati abusi.

01/04/2010 su www.mamma.am

Confessioni di un ex aziendalista

Ho sempre voluto lavorare nel campo del reclutamento delle anime. Ma non volevo partire da zero così mi sono rivolto ad un marchio già affermato con un logo riconosciuto.
Così sono diventato un dipendente di Santa Romana Chiesa.
Fino a pochi giorni fa gestivo una piccola parrocchia in franchising, in un caratteristico paesino di campagna del Lazio.
Poi è accaduto l’ inevitabile. La Direzione, approfittando del trattato di Schengen per la libera circolazione delle religioni, ha deciso di chiudere la mia parrocchia e trasferirla in Serbia.
E’ stato triste impacchettare le indulgenze negli scatoloni e abbandonare decine di utenti fedeli.
Sono un prete, ma ho sempre meno fiducia nella Religione, sono sempre meno aziendalista.
Santa Romana Chiesa pensa di poter ritagliarsi uno spazio nonostante l’ agguerrita concorrenza tra religioni.
In Serbia l’ Authority della concorrenza tra religioni ha multato per posizione dominante Mc Donald.
Il profeta dei cattolici è un ebreo morto in Croce per i nostri peccati, il profeta del Mc Donald è un pagliaccio obeso morto per colesterolo alto.
Ora le 3 religioni vintage della Serbia, per riequilibrare il mercato delle anime avranno diritto alla conversione di 100 obesi a testa.

Io, come altri colletti bianchi, sono rimasto in Italia, e passo le giornate in fila ad agenzie interinali.
Sacra Romana Chiesa aveva un contratto in esclusiva con Microsoft, per la diffusione di Ebook Sacri.
Un nostro collega ha acquistato un Mac, ed è stato licenziato dal Paradiso per aver ceduto alle tentazioni della Apple.
Per protestare contro questo tipo di licenziamenti sono salito insieme a 4 colleghi colletti bianchi sul tetto della Apple.
I passanti hanno pensato ad una reunion dei Beatles, imbarazzati abbiamo timidamente intonato qualche salmo in chiave pop. Ma siamo stati sonoramente fischiati, senza ottenere neanche un collegamento con Anno Zero.

Siamo stanchi delle delocalizzazioni delle parrocchie, e dei licenziamenti arbitrari.
Io e altri preti abbiamo pensato di scrivere un falso dossier su Dio e mandarlo a Feltri. ‘Da tempo Dio è attenzionato da liberi pensatori per truffa’ si leggeva nel dossier. Ma ci è stato comprensibilmente rispedito per l’ ambiguità della fonte.
Allora abbiamo optato per l’ opzione Francese:
abbiamo sequestrato Dio.
Il Papa e le gerarchie ecclesiastiche hanno bloccato i beni dello IOR e tengono tutt’ ora la linea della fermezza.
Alcuni liberi pensatori in crisi per mancanza di leale opposizione si sono dati fuoco in roghi laicisti.
L’ assenza di Dio sta creando il Caos.
E questa è una bella rivincita per noi atei: abbiamo sempre pensato che il Caos fosse il vero creatore.

Don Giulio Rozanov Mibtel

Su www.mamma.am 04/02/2010

Il Tribunale della Requisizione.

Prima parte.
Ieri sera io e la mia ragazza abbiamo cenato in un ristorante cinese.
Abbiamo passato la serata a bere grappa e fantasticare su cuochi cinesi che praticano aborti in cucina con le bacchette.
Poi finalmente ci arriva l’ ultima portata: biscotti della fortuna.
La mia ragazza apre il biscotto, guarda il bigliettino all’ interno, c’è scritto: 24
Una ragazza incinta si alza e glielo strappa di mano.
‘Scusa quello è il mio numero, è arrivato il mio turno’.
‘Aspetteremo’, dice la mia ragazza.

Io sto pensando di lasciarla, ma lei lo intuisce sempre e mi guarda come la Cina guarderebbe un tibetano che reclama indipendenza.
Mi rassegno e mi accendo una sigaretta. Un cameriere mi rimprovera, così mi metto a fumare vicino alla fila delle donne incinte.

Accanto c’è una sala proiezioni, fanno ‘La corazzata Potemkin’, sento applausi convinti, poi un boato.
‘La carrozzina sarà caduta dalle scale’, ipotizza la mia ragazza.
Io non capisco, continuo a leggere ‘Lettera ad un bambino mai nato’ della Fallaci e chiedo alla mia ragazza:
‘Ma un libro incompiuto può considerarsi libro?’
‘Un libro si può considerare libro solo quando l’ autore lo considera tale, non inizia mica dal concepimento dell’ idea’, mi risponde lei.
‘Per capirlo istituirei un processo’, ribatto.
‘Ma a cosa servirebbe?’
‘A capire chi ha letto il libro’.

Arriva una coppia, si siede vicino a noi.
Lei ordina una bistecca. ‘Mi spiace’ dice il cameriere ‘il cuoco di stasera è vegetariano, ed è obiettore di coscienza’.

Seconda parte.
In Cina sono 1 miliardo e 300 milioni, l’ aborto è usato come strumento di controllo demografico.
Ad oggi milioni di donne sono state sottoposte ad aborto forzato.
La Cina si è giustificata: Per noi sarebbe impossibile riuscire a violare i diritti umani di 2 miliardi di persone’.

Quest’ estate ho trovato un lavoretto in una clinica per aborti cinese.
Faccio il clown.
Ho un buffo naso rosso, intrattengo povere donne con la mia comicità leggera e regalo lecca-lecca a feti abortiti.
Però sono un clown obiettore di coscienza: niente battute sulle religioni.
Ho conosciuto gente interessante, per esempio Yao, il portantino.
Una volta Yao dovette spiegare ad una coppia come funzionasse la pillola abortiva, la RU 486.
Cominciò ‘è come l’ aborto chirurgico, ma non sentirà lo stesso dolore, anzi non sentirà quasi nulla’.
Il ragazzo guardava lei con un sorriso da ebete, quasi per darle coraggio.
E lei: ‘Mi sembra abbastanza coerente. Non ho sentito niente durante il danno, non sentirò niente durante il rimedio’.
Ogni tanto parlo con Yao, da poco gli ho chiesto:
Perchè Google permette che in Cina parole come ‘Tibet’ e ‘democrazia’ siano censurate?’
Mi ha risposto: ‘La Cina è talmente grande che dovresti cercare ‘Google’ su ‘Cina’.

Comunque Yao è davvero simpatico, racconta sempre storielle divertenti. La più bella è quella su Maria, la madre di Cristo, che va in un consultorio, ma trova solo obiettori di coscienza.

Non sembra ma vi assicuro che il mio è un lavoro pesante.
Può essere difficile per chi come me ha un senso della religiosità, della sacralità della vita forse un po’ orientale.
Per dimenticare cosa mi accade intorno penso di trovarmi in un carcere, nella sala esecuzioni.
Fingo che i dottori stiano uccidendo le reincarnazioni di efferati criminali.

Non per vantarmi ma ho salvato molti di questi feti.
Ho concluso un patto con il ministero della difesa cinese, un guerrafondaio, amante della vita e degli ossimori:
molti sono stati risparmiati ma tra 13 anni si dovranno arruolare.

Lo Stato però ha pensato a diversificare la sua offerta in rispetto dei sentimenti di tutti.
Infatti c’è anche un reparto controllato dagli anti-abortisti.
Questi tizi credono che Dio si sia trasferito in Cina per delocalizzare la sua attuale produzione:
la creazione in laboratorio di Suo figlio.
Nel reparto religioso c’è uno stanzone pieno di donne in stato comatoso.
I loro corpi sono stati requisiti e ingravidati.
Finalmente i necrofili hanno un’ utilità sociale.
I religiosi sperano che tra questi feti ci sia il nuovo ‘salvatore’.
Accanto a Lui potrebbero vincere la battaglia etica contro gli altri reparti della clinica. E contro questo Stato criminale che requisisce dei corpi come se gli appartenessero.

Le Nazioni Unite stanno pensando ad una soluzione da proporre alla Cina.
La Cina dovrebbe consegnare tutte le donne che vorrebbe costringere ad abortire.
L’ ONU creerebbe uno Stato più o meno artificiale per sistemare tutte queste creature.
Dove?
Pensavano di requisire qualche pezzo di terra alla Palestina.

Su www.mamma.am 01/08/2009