Il senatore più ridicolo del mondo – #SurrealityShow

È notte fonda. Devo essere a Palazzo Madama tra venti minuti. È il mio primo giorno da senatore della Repubblica. Non ho la più pallida idea di dove sia, poco male, salirò sul primo taxi sperando di arrivare in tempo.
È buio e c’è una nebbia fitta come mai ne avevo viste a Roma. Ecco un taxi, faccio un segno, speriamo che mi abbia visto. Si ferma e salgo su.
“A Palazzo Madama con piglio combattivo, caro concittadino!”, gli ordino.
Alla radio Break on through (to the other side) dei Doors.
Il tassista si gira, è nero, ma ha la voce di Alberto Sordi.
“Obbedisco!” mi dice.
“Che ci va a fare al Senato a quest’ora?”
“Vedo che è un accanito lettore di quotidiani”, ironizzo.
“Senta un po’ capo, scusi se non sono un fine analista politico. Il turno di Massimo Franco è di mattina”. Detto questo spegne la radio.
“Non volevo essere arrogante, mi scusi”, cerco di sistemare le cose anche perché siamo quasi arrivati.
“La gente come lei mi irrita sul serio”. Preme un bottone e il tassametro va al contrario. Sette euro, cinque, tre. Torna rapidamente indietro. Fuori è meno oscuro, sta tornando la sera.
Con tono calmo e solenne mi dice:
“Vede signore, mi sta derubando, qua non siamo al Senato, questo è il mio taxi e decido io”.
Non capisco come cazzo siamo arrivati a questo. “Non volevo in nessun modo offenderla. Lei è un lavoratore, posso solo immaginare i sacrifici, gli orari pesanti, i turni massacrant… “.
Non faccio in tempo a terminare la paraculata che questo allunga il braccio vicino a me, penso che mi voglia colpire, il suo sguardo mi ricorda Alberto Sordi nella scena finale di Un borghese piccolo piccolo mentre aspetta Zed. Invece apre la portiera, sterza e io vengo scaraventato fuori dal veicolo e rotolo sulla strada.
Bestemmio, mi si è pure strappata la giacca.
“E i Doors mi fanno pure cagare!” gli urlo.
Quello torna indietro, scende dall’auto e mi viene incontro. Indietreggio, sono con le spalle al muro. Lui mi sfila la cravatta con un rapido gesto e mi dice sorridente:
“Pensa di entrare al Senato senza cravatta? Buona fortuna” e riparte sgommando, sollevando cumuli di polvere.
“Porca puttana!” mi dispero. “Ma che cazzo significa, perché?!” sbraito con l’espressione più sofferta che conosco. (Non la usavo dai tempi di Infinito dei Litfiba).
Anche una cosa così solenne come il mio primo giorno da senatore deve diventare una farsa. Dovevo solo prendere un taxi ed entrare in Senato. Ora mi daranno del traditore, del venduto, o peggio, penseranno che sia un pigro bastardo. Poi ho la giacca impolverata. Io che sognavo di scoprire un altro armadio della vergogna, ed impolverarmi spulciando gli archivi, presiedere commissioni stragi e fare luce sui misteri. Io, ridotto così per colpa di un folle in preda al furore giacobino.

Ce la posso ancora fare. Mi serve solo una cravatta. Finalmente un po’ di fortuna. Quel barbone addormentato ha una cravatta in testa a mò di bandana. Eh no, caro mio, quella cravatta lercia starebbe meglio nella gloriosa aula del Senato che sulla tua sudicia fronte, detto sempre con il massimo rispetto. Mi avvicino con destrezza facendo attenzione. Il barbone si alza di scatto:
“Ex comandante di fanteria John Persichetti, detto Il Persico. Ai suoi ordini, senatore!”
“Oddio, mi hai spaventato comandante eccetera eccetera. Senti, mi serve la tua cravatta. Devi farlo per la Patria che rappresento.”
“Sarei onorato di obbedire. Ma non ho nessuna cravatta”
“Come no? Quella cosa che hai in fronte come la chiami?”
“La mia bandana da notte, intende? Lei è una persona molto buffa, senatore. Va bene, la prenda”
“Grazie comandante il Persico, a buon rendere, la citerò nel mio discorso di insediamento” Tanto che ne sa questo qua… potrei promettere qualsiasi cosa.
“Non si disturbi dottore, più che altro lei è molto sporco, cosa le è successo?”
“Effettivamente hai ragione caro mio, è una storia lunga. Io novello rappresentante delle istituzioni democratiche ridotto come un barbone. Oh, scusa.”
“Scusa di che? Lei è proprio strano, senatore. Venga con me, le prometto un bagno caldo, un giacca nuova, giornali della mattina, omnibus notte e giorno e un buon caffè con cornetto.”
“Sì, si può fare, ti seguo.”
Attraversiamo la strada. Un taxi ci viene incontro e prende in pieno il barbone.
“Non arriverai mai in tempo senatore! E anche se dovessi farcela sei impresentabile!” mi urla il guidatore ridendosela di gusto e sfrecciando via. È il tassinaro nero con la voce di Sordi, bastardo!
Ha ragione, non ce la farò mai.

Proprio mentre vago sconsolato per i vicoli bui sento gridare.
È una donna, ed è in pericolo. Le urla non sono neanche così forti, posso far finta di nulla.
“Senatore, so che mi può sentire, mi aiuti, la prego!”
Ok, vado. Giro l’angolo e la vedo. È bellissima. Questa fontana è bellissima.
“Senatore, senatore, si muova!”
“Oh sì, scusa”. La giovane è di una bellezza passabile. Un viso comune, un vestito già visto, un corpicino né robusto, né magro. È proprio sciatta, proprio mentre lo sto scrivendo su un bloc notes mi interrompe.
“Che diavolo fa? Mi salvi!” Getto la penna, mi fiondo verso di lei e metto in fuga il tombino che aveva imprigionato il suo tacco. La guardo meglio: è una Jasmine Trinca con i capelli sporchi. Di quelle ragazze che conosci alle autogestioni del liceo. Ottimiste e di sinistra per dirla con Lucio Dalla.
“Mio eroe! Quanti disegni di legge mi dedicherai? Penserai a me durante le lunghi notti d’ostruzionismo?”
“Sai che anche la tua voce è proprio comune? Apprezzo la coerenza. Hai una di quelle voci che non rimane in testa. Se tu fossi una dittatrice e parlassi ogni santo giorno a reti unificate, doppiassi tutti i film, annunciassi i treni, prestassi la voce alla Vodafone per le ricariche, beh, la tua voce proprio non me la ricorderei.”
“Oh grazie, ho sempre sognato essere come tutti gli altri. Ho sempre invidiato chi passa inosservato senza attirare gli sguardi della gente come quegli attori non protagonisti che magari hanno recitato in centinaia di film ma non c’è verso che ti rimanga impressa la loro faccia.”
“Ti capisco. Mio padre era Renato Salvatori!”
“Oh, il mio idolo!” e quasi sviene mentre me lo dice.
“La gente mi chiede perché non ho organizzato un funerale pubblico per mio padre. Ma io li ho fatti i funerali, dannazione! E la gente che me lo chiede ci ha pure partecipato! Ma quando mostro loro le foto non si ricordano nulla e negano come una Melandri alla festa di Briatore. La bara aperta di mio padre sembrava vuota. La sua presenza scenica era paragonabile a quella di un fotomodello vampiro.” Anche il suo nome è banale. Lei è la vera ragazza della porta accanto, di quelle che se il palazzo va a fuoco o sta per essere demolito nessuno le sveglia. Di quelle che se muoiono nel loro monolocale i vicini non vengono attirati manco dalla puzza. I loro corpi senza personalità neppure quando marciscono riescono ad avere un odore acre che rubi la scena agli altri sensi. Ormai questa Drew Barrymore nella vita reale, ossia senza trucco e sceneggiatura, è pazza di me:
“Oh amore, dedicami la canzone più banale mai scritta, scrivi la poesia più retorica di sempre, realizza per me l’impresa più fattibile del mondo, ti ispirerò il racconto più prevedibile mai concepito!” “Questo e altro piccola, per il nostro amore, così mediocre, così comune”
“Oh senatore, ti prego, baciami”.
“Ok, la Camera approva”.

Grillo, la macchina infernale – #SurrealityShow

Il terreno è scivoloso. La macchina sbanda, il conducente molla il volante, apre la portiera e si lancia via dal veicolo. All’interno sono rimaste delle persone ma non importa. L’autista è rotolato in Costa Rica, i passeggeri sono finiti in una scarpata.
Un uomo alto e corpulento indossa un cappuccio e ripete:
“Compra questo cappuccio, compra questo cappuccio” come per ipnotizzare lo spettatore. Ora Giuseppe è vecchio, e a parte qualche raro spot per tv locali se ne son perse le tracce.

Giuseppe detto Beppe arrivò in Sicilia nuotando tra scandali, aspiranti suicidi e frustrati di ogni età pescando da questo target con ami a forma di punto esclamativo e di uno.
Il leader vellicò gli istinti più bassi e reazionari della gente con dei vibratori a forma di manganelli, istituì processi sommari in streaming e gogne online della serie: sputa anche tu al ladro con un click. In tutte le piazze maxi-schermi con la sua faccia sfigurata dalla rabbia e migliaia di persone ad ascoltare. Come una sit-com dell’odio una marea di frustrati sbraitava e urlava “affanculo!” a comando. A differenza delle sit-com quelle erano urla vere e chi sbraitava era pericolosamente vivo. Quando fu abbastanza numeroso l’esercito di automi marciò su Roma.
(I suoi soldatini marciano sempre ordinati, mangiano rapidi pasti vegani, leggono mille voci su Wikipedia in pochi minuti, ne aggiungono altre, inseriscono un commento negativo a una legge appena pubblicata sul sito del ministero, scaricano l’ultima fiction porno della tv pubblica con mamme al seguito, eiaculano, e tutto ciò in soli due minuti).

Vennero a prenderci casa per casa per portarci in Parlamento.
“Questa si chiama democrazia diretta: a rotazione sarete tutti rappresentanti del popolo” ci dicevano. Militanti con facce da Testimoni di Geova strappavano ai loro cari i cittadini designati in spregio alla Non-Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Per carità, bravissime persone, ma privi dei più basilari rudimenti di diritto costituzionale. La gente rapita era costretta a girare dei video e postarli su YouTube in cui enunciava i punti del loro programma, sottotesto:
“Aiuto, liberateci!” Più che un programma sembrava un testamento biologico.

In quel momento Giuseppe detto Beppe era il re del mondo. Tutti lo corteggiavano e lui se ne stava al suo balcone da ducetto a fare la preziosa. L’Italia era un paese che stava in equilibrio sulle minacce. Ognuno aveva un bottone rosso sotto la scrivania: Monti minacciava l’ira delle mistiche forze dei mercati, Berlusconi minacciava manifestazioni contro i giudici, Maroni paventava rivolte fiscali, Ingroia voleva arrestare tutta la classe dirigente preventivamente per gravi indizi di reato e Bersani? Bersani minacciava di sbranare chiunque avesse parlato di MPS tra le risate generali.

Cosa successe al nostro, quindi?
Iniziò tutto con delle strane telefonate minatorie. Una voce contraffatta lo chiamava ogni giorno: “Beppe, Beppe” ansimava. Poi riattaccava.
Un giorno il nostro ex salvatore uscì da casa.
“Buongiorno”, gli disse un tale.
Riconobbe la voce: era il mitomane del telefono. L’ex comico guardò dritto a sé e vide molta gente che lo guardava in cagnesco. Fece due passi indietro, provò a rientrare in casa, ma la chiave usb si ruppe. Uscì dal cancelletto a forma di hashtag mentre gli influencer camminavano dietro di lui a passo sempre più svelto. Dopo pochi passi, la folla inferocita cominciò ad inseguirlo. Beppe prese a correre terrorizzato con la faccia stravolta. Un gruppo di giornalisti correva insieme a loro. “Aiutatemi merde!” gridò Grillo.
“Con noi non ci parli, no?” risposero i giornalisti.
“Italiani! Se avanzo seguitemi e se indietreggio… com’era Beppe?” lo sfotteva un cronista.
Si narra che il tribuno trovò una macchina, chi si fidava di lui ci salì, e scappò via.
Il nostro Caronte sbandò, abbandonò la zattera e i passeggeri andarono ad auto-rappresentarsi nell’aldilà. Ecco tutto. Oggi nessuno affronta più la questione. Rivangarla è come dissotterrare un cadavere dopo un secolo per la prova del DNA.

Suona il telefono:
“Beppe, Beppe”. Brivido.
“Riconosco questa voce”, pensa Grillo tremante. “Cosa vuoi ancora da me?!”
“Beppe, sono io, Gianroberto, ti interesserebbe una serata a Pozzomaggiore?”

Dio non gioca a dadi – #SurrealityShow

Un vecchio prete genovese tempo fa cacciò dal paesino di Sant’Ilario i giocatori professionisti e le prostitute che non volevano essere salvate. Solo le prostitute che venivano da Via del Campo scalze e pentite venivano accolte nella sua casa. Il parroco con l’aiuto dei suoi discepoli vendeva la sua retorica salvifica fuori dalle bische. La sicurezza cacciava i mercanti dal casinò e scaraventava a terra libri e volantini in un ripetitivo gioco delle parti.
Una donna sfigurata da acido e botulino rapata a zero è legata mani e piedi ad una roulette. Un croupier con il colletto bianco gira la roulette, asseconda ed incita le giocate della gente. I giocatori invasati lanciano le pietre alla donna e fanno le loro giocate:
- Giocami Siracide 22, 26 sul rosso: “La donna pagata vale uno sputo, se è sposata è torre di morte per quanti la usano”.
Un altro scaglia la sua pietra contro la colpevole:
- Cagna! Io mi gioco il 9 e 10 dello stesso Libro: “Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via!”
Il prete rivoluzionario smorza l’entusiasmo dei presenti:
- “Si getta la sorte nel grembo, ma ogni decisione viene dal Signore”, proverbi 16, 33.
Detto ciò tira i sassi e vince. La donna è pentita, è salva!
Le donne croupier che sono rimaste incinta sono state costrette ad abortire dalla direzione. I feti abortiti sono stati murati dentro il Casinò. Solo uno dei preti lo sa. Sente suonare le campane a morto da dentro la parete. Il rimorso della coscienza è insostenibile. Butta i dadi a terra ed esplode:
- Sì, siamo stati noi! Ma ora basta con le campane, ti prego mio Dio!
La sicurezza lo porta fuori tra l’indifferenza generale. Il Casinò lo rimbrotta ma non lo espelle mai perché è funzionale e folkloristico con i suoi sermoni del tipo:
- Le vostre altissime torri di fiches crolleranno come la torre di Babele. Dio punirà la vostra avidità!
Gli astronomi bari invece vengono cacciati senza tanti complimenti. Il portavoce della casa da gioco ricorda:
- Le pietre sono immobili. È la roulette a girare.
L’esorcista Padre Merrin e Regan giocano a black jack con dei santini. La bimba posseduta dal demonio conta i santini con la voce di Dustin Hoffman in Rain Man, gira la testa come una roulette colpendosi la fronte ossessivamente e poi vomita verde sul tavolo.
Intanto Ernest Von Freyberg il nuovo presidente dello IOR pulisce il denaro in fiches.
Lo hanno visto al Casinò mentre infilava indulgenze nelle scollature delle ballerine, sniffava le ceneri di Cristo e sorseggiava Bloody Mary alla faccia del Levitico 15, 19.
Dal Vaticano osservano tutto. Ci sono telecamere collegate ovunque. Sul balcone vacante di piazza San Pietro ora c’è una slot machine che sgancia l’otto per mille ininterrottamente.

Benvenuti all’inferno. E ora signori, un po’ di silenzio: ecco a voi mister Frank Sinatra.

Vota Zombie! – #SurrealityShow

La terra sotto Piazza Venezia sta tremando. Si apre uno squarcio, si sbriciola il terreno e sbuca una mano rancida e violacea. Dal suolo esce un ammasso di carne putrefatta con brandelli di pelle penzolanti di quello che una volta doveva essere un giovine balilla. Del movimento tellurico si accorge solo un imprenditore ai domiciliari al quale scappa da ridere.

Contemporaneamente a Roma, in piazza San Giovanni, milioni di comunisti piangenti seguono un uomo in decomposizione che cammina tenendo un microfono: è Enrico Berlinguer.
“Enrico, dicci tu che fare!” gridano. Sono pronti a tutto. Al segretario cade un occhio ed esce un verme dal bulbo oculare.
Intanto dal cratere di Capaci colmo di agende rosse come lava spuntano tre zombie con delle coppole in testa. Ingroia ci si tuffa da un trampolino della procura di Palermo e nuota tra le agende mentre i non morti gli si attaccano come meduse, come gorgone, e lo divorano fameliche. Si intravede solo la testa dell’ex pm tra una selva di gambe e tentacoli mentre urla: “Sono un martire!” Sì, sarebbe una bella bandiera.

Nel Tribunale di Milano, Forlani con la bava alla bocca e Craxi con un ghigno malefico dilaniano le carni di una giornalista. Anche Di Pietro contribuisce all’abbuffata.
Craxi si alza e dice: “Che ci possiamo fare? Siamo zombie. Si alzi in piedi chi non lo è”.
Di Pietro smette di addentare un braccio e si alza in piedi: “Veramente io non sono ancora infetto, è solo che questa giornalista ha un buon sapore”.
Occhetto mentre strappa via la sua parte bofonchia: “Noi abbiamo le mani pulite”. Ma ha la bocca piena e non si capisce bene. Poggiolini ha messo sul mercato un farmaco anti contagio ma è solo un placebo e ne ride mentre nasconde lingotti di carne umana nell’imbottitura del divano. Andreotti non è ancora stato contagiato dal virus ma sta sbranando lo zombie di Mino Pecorelli.

Io sono in un supermarket adibito a seggio elettorale. Sto per votare.
La città dove mi trovo non è ancora stata colpita dal contagio. È pulita ed ordinata, chilometri zero, rifiuti zero, tolleranza zero. Pure il carcere si alimenta con il fotovoltaico. I detenuti morti suicidi si cremano direttamente lì. Il carcere è quotato in borsa, i detenuti che hanno più azioni hanno più possibilità di sopravvivere. Gli speculatori scommettono sul numero dei suicidi. Invece di fare ricorso alla corte dei diritti umani si mette su una class action dopo l’altra.
Un poliziotto irrompe nel seggio e urla: “Sono arrivati, siamo finiti!” sfodera la pistola e si spara in bocca sotto i nostri occhi. Un collega fa una foto con il telefono e la spedisce al Ministero dell’Interno. “Se no non ci credono”.
Il Ministero la posta sulla sua pagina Facebook perché se non fai una foto e non la condividi il fatto non è realmente successo.
“È ufficiale: possiamo farci prendere dal panico” dice il presidente di seggio.

Fuori vedo Monti che tiene Fini e Casini con un guinzaglio d’acciaio. I due politicanti sono senza bocca e braccia. Non possono fare del male. Monti se li porta dietro solo per mimetizzarsi. Nell’arena un comico sbraita, sbeffeggia ed umilia vecchi politici tenuti con le catene storpiandone il cognome. Il pubblico applaude e lo incita. La gente non vede che non corre pericolo, è solo uno show liberatorio e catartico come i due minuti d’odio di 1984.
In piazza c’è un comitato di zombie Emma for president che si ciba dei corpi di Prodi, Zagrebelski e Franco Marini. Emma Bonino sale sul colle di cadaveri. Napolitano afferra una matita, la umetta con la saliva, “così è più sicuro” dice, e firma il passaggio di testimone.

A Piazza San Pietro il cadavere di Wojityla non prende vita. Rimane morto al balcone, ma senza burattinai come alla fine del suo papato. Da sotto gli zombie di Eluana Englaro, Welby e Nuvoli lo guardano con invidia. Claudio Magris se ne sta morto in Svizzera, uno dei pochi posti scampati all’epidemia. Lo zombie di Monicelli arriva alle spalle del Papa, lo infilza con una siringa contenente il virus e si getta dal balcone per poi rialzarsi come se nulla fosse. Gesù cammina tra loro ma non sembra più una cosa tanto straordinaria. Solo i più fedeli lo sgranocchiano un po’, in un’eucarestia al sangue.

Mi trovo ancora al seggio elettorale. Siamo assediati. Fuori c’è uno spoiler dell’inferno. “Ma che diavolo è successo? C’era una strana antrace nella lettera del rimborso Imu? Si tratta di qualche forma di vudù? “ mi interrogo. Con gli speciali occhiali con montatura rossa di Maroni si possono notare le differenze razziali anche negli zombie. I morti extracomunitari assaltano la scuola, i nostri extracomunitari la difendono bloccando le porte con tavoli e sedie, fissando con dei chiodi i Gesù zombie alle porte per tenere lontani le bestie. Invece noi assediati, agiati e pigri, twittiamo insulti sarcastici agli zombie più simili a noi. Un tizio vicino a me comincia a parlare di riforme condivise, premierato forte, articolo 18, civismo, legge elettorale, modello nord est, abolizione province e poi dice “geolocal”.
“Oh no, ti hanno morso, sei stato contagiato!”
“Sparami” mi implora lui. Nessuno ha il coraggio. Sfila la pistola del poliziotto e si fa saltare le cervella.
In tv il governo dice di aver trovato il vaccino. “Auguratevi che vincano i mostri. La non-morte è una malattia che si cura solo con un vaccino: Voi!”
Dico quasi senza accorgermene: “In effetti il loro programma è quello più serio e pragmatico: promettono di sventrarci, sbudellarci e pasteggiare con le nostre membra. Mi sembra quello più realistico”.
Non mettiamo neanche ai voti, basta uno sguardo ed usciamo. “Si può sempre provare. Per la stabilità”.
“Per la stabilità” mi rispondono in coro. Le belve si fiondano verso di noi, ci strappano a morsi la pelle nervosamente, poi azzannano ordinatamente le nostre parti del corpo secondo un ordinato spoil system. Urlo ed invoco pietà violando il silenzio elettorale.

Il nuovo presidente eletto a reti unificate: “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere. Altrimenti si perde la guerra”.
Elio vestito come Dylan Dog, con giacca nera e camicia rossa, attraversa le macerie, passa indisturbato tra i morti che camminano, suonando con il clarinetto parodie di tutti gli inni di partito. Un gruppo di zombie lo segue fino ad un centro Vodafone. Elio li chiude dentro e incendia il locale. Intanto in tv un Pirlo barcollante con occhi vacui e colorito verdognolo fa vincere alla Juventus la quinta stella.

Surreality Show, su Scrittori Precari

Il processo a Joseph R. – #SurrealityShow

Una bambina con la maschera di Marcinkus è in piedi in un campo da golf. È lì da quaranta giorni e quaranta notti; il campo da golf è un deserto senza tentazioni.
Il caddy, stratega e supporto morale è Tarcisio Bertone: nella sacca nasconde uno scettro per ogni occasione, inediti vangeli apocrifi, il testamento biologico di Wojtyła, i documenti del Concilio Vaticano II e i baffi di Calvi.
La bimba colpisce con lo scettro fondi neri, indulgenze, debiti, preti pedofili, seminaristi omosessuali e feti abortiti murati nei conventi. Uno dopo l’altro, ognuno di questi scandali, finisce dentro una buca. È infallibile, non sbaglia un colpo. “Ci vuole tecnica e allenamento, non si va in buca con le Ave Maria”. Più che buche di un campo da golf sono fosse comuni. All’interno di ogni glory hole c’è un distruggi documenti che trita carte e persone.
La bambina attraversa il campo a bordo di una piccola papa-mobile, saluta dei broker, bacia dei piccoli derivati, ma all’improvviso uno sparo.
È stata colpita. La maschera è caduta. La piccola alza il capo e sorride, la chiave della cassetta di sicurezza che tiene al collo le ha salvato la vita.

Joseph R. si sveglia. Si infila le babbucce rosse come il cappottino della bambina di Schindler’s List, va in bagno e nota un brufolo sul naso. “Io, infallibile, vicario di Cristo, Successore di Pietro, Vescovo di Roma, Sommo Pontefice, Maestro di Verità, cum omnium Christianorum pastoris et doctoris munere fungens, sfigurato da un brufolo! Sono umanamente fallibile, è minata la sicurezza del mio dogma, il mio derma è vulnerabile, il mio ph è minacciato dal relativismo seborroico e dal pus laicista! Sono unto dalla Corruzione! Non posso nulla, sono impotente di fronte al male.”
Quel brufolo è la goccia d’acqua empia e frizzante che fa traboccare l’acqua santiera, è la scintilla che mette al rogo le sue sicurezze, lo coglie come l’outing del suo scrittore preferito in adolescenza: Herman Hesse.

Il Pontefice si affaccia al balcone, saluta i fedeli visibilmente commosso come Freddy Mercury durante il suo ultimo concerto al parco di Knebworth. “Il vero discepolo non serve se stesso o il pubblico ma il suo Signore”. Può iniziare il processo, l’Autodafé dei fan.
Irrompe un disturbatore: “No religione, no religione in Vaticano!” Joseph attende l’intervento di Dio, ma nulla. Con l’ultimo residuo di autorevolezza pontifica: “Molti sono pronti a stracciarsi le vesti di fronte a scandali e ingiustizie, naturalmente commessi da altri, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio cuore, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta”.

Le femen in delirio per l’ultimo show, lo prendono in parola, si stracciano le vesti e lanciano i reggiseni sul balcone. Si amputano il seno destro come le amazzoni per meglio imbracciare l’arco e scoccare dei dildo sulla folla, per poi gettarsi da sole nei fuochi fatui del più grande cimitero del mondo: il Vaticano.
“Dicevano tutti che l’infinto e sfarzoso funerale di Woytila sarebbe rimasto nella storia, provate a superarmi ora!” Detto questo Joseph R. si tuffa dal balcone, la gente lo sorregge in un amorevole stage diving e così scompare a vita privata.

Prima puntata di Surreality Show, su www.scrittoriprecari.wordpress.com