Progetto Evasione

(Articolo pubblicato sulla rivista Mamma! Giugno 2012)

Dall’inizio dell’anno sono morti 61 detenuti, 21 di questi sono suicidi.
Un cartello luminoso posto sul tetto della sede del Ministero della Giustizia aggiorna il conteggio in tempo reale.
D’Estate la situazione si complica.
Nella sauna del sovraffollamento l’umanità detenuta non espia la colpa, la suda
E gli impiccati se ne stanno come d’estate, sugli alberi, le foglie.

Lo Stato ha appaltato ad una società privata la gestione della mente dei detenuti.
Lo chiamano “Progetto Evasione”.
Grazie a questa multinazionale onirica specializzata in deliri personalizzati ogni detenuto potrà vivere la sua esperienza lisergica. Un’evasione dalla realtà per combattere la depressione, gli episodi di violenza e, soprattutto, limitare i suicidi.
Questa pratica è ancora in via sperimentale.
Nell’istituto penitenziario “Dei delitti e delle pene” stanno perquisendo il nuovo arrivato.
Una guardia indossa un guanto di lattice e gli ispeziona la cavità anale.
All’interno trova la sua dignità. “Questa deve lasciarla qui, non può portarla dentro”.
“Poco male, mi rimane la fantasia” dice.
Il nuovo arrivato vede il bando del “Progetto Evasione” sulla bacheca della segreteria, entusiasta si propone come volontario.

L’iter metafisico.

Il detenuto ora è uno scarafaggio.
Ricorda di essere in attesa di un processo ma non sa di cosa è accusato.
E la cosa ironica è che non ha mai letto Kafka.
Capisce di aver superato il provino. E’ lui la cavia.
Ma perché nessuno gliel’ha detto? Certo, non si aspettava che venisse l’Arcangelo Gabriele ad avvisarlo, ma per la Madonna, almeno un biglietto!
Il detenuto è in tribunale. Vede un giudice di una serie tv americana che con il suo martelletto crocefigge Gesù. “Condannato!” Tra tutti spicca Pilato, P.M. o Magistrato, non ricordo, nell’antica Roma non c’era la separazione delle carriere. Pilato si lava le mani nella fonte battesimale fino ad averle pulite.
Il pubblico pagante osserva, si indigna, aderisce a gruppi su facebook per salvare il nazareno.
Il loro peccato originale è caduto in prescrizione.
Un professore indignato con La Repubblica sotto braccio, si alza e attacca alla fronte del nazareno un post it con su scritto: “I.N.R.I.”
Aggravante: il detenuto nazareno partecipò alla rivolta del carcere. Testimoni lo videro sbattere il suo santo Graal sulle sbarre svariate volte.
Gesù chiede di parlare, ma si rifiuta di giurare sulla Bibbia. Per farsi due risate e umiliarlo un po’ i giudici lo costringono a giurare sul “Codice da Vinci”.
Al nazareno viene concesso all’istante l’ultimo aperitivo prima della condanna.
Il condannato beve e s’abbuffa senza ritegno. Leonardo da Vinci, il disegnatore del tribunale, dipinge l’ultimo aperitivo.
Ogni dattilografo del tribunale scrive la sua versione dei fatti, ma è la realtà ad essere apocrifa.

Il detenuto sente i rumori dei cancelli che si aprono.
Ma non sono quelli del carcere, sono quelli di San Pietro.
Un attore di uno spot gli offre un caffè.
Il detenuto lo assaggia, finge di apprezzare ma pensa: “Solo in carcere lo sanno fare”.
E’ un intermezzo stupido. La ditta appaltatrice dei deliri piazza pure degli spot tra una visione e l’altra.
La ditta che ha vinto il subappalto per le sceneggiature delle evasioni sta lavorando anche a storie personalizzate per detenuti musulmani.
Il profeta Mohammed non può essere raffigurato. E’ già stato contattato un team di mosaicisti specializzati in sfocati mosaici di pixel.
Presto sarà accontentato anche quel target di detenuti.
Gli atei o agnostici non sono tenuti in considerazione, stiamo parlando di carcerati, di gente disperata, non di gente atea e tranquilla come P. Odifreddi.

Il talk show solitario.
Nella cella sta per iniziare un dibattito sulla questione delle carceri.
Il detenuto canticchia una sigletta inventata sul momento, un grande poster di una modella mezza nuda sta alla sua destra.
Modera lo stesso detetenuto che esordisce:
“Buonasera, stasera grandi ospiti: la muffa sul soffitto, un mister Jingles provinciale che non sa fare nessun giochetto, il signor Ex Cirielli, un’infermiera molto carina e gentile che ho visto il mio primo giorno di galera, Bill Murray con i capelli bianchi che ride (è l’ultima cosa che ricordo prima dell’overdose), mio figlio che non vedo da quattro anni e un bravo avvocato che non posso permettermi”.
Parte una pubblicità di lacci di scarpe, lamette da barba e telefonini, tutte cose che il detenuto non può avere in cella.
“Dalla regia ci informano che mio figlio non può essere con noi stasera, la madre non ha acconsentito”.
Inizia il dibattito. La muffa sul soffitto è eloquente, il signor Ex Cirielli non è reale, non è neanche un nome, l’infermiera non è mai esistita, il cachet di Bill Murray è troppo alto e questa sceneggiatura è troppo modesta per lui.
“Il bravo avvocato che non posso permettermi” ovviamente non può essere presente al dibattito, al posto suo però c’è l’avvocato d’ufficio, ma è muto.
Intanto il mister Jingles provinciale e senza talento è immobile, guarda il detenuto, sembra dirgli “cosa ti aspetti da me, dei numeri da circo? Confidi più in me che nel tuo avvocato.”
Detto questo, il topo senza talento rosicchia un pezzo di muro.

Reinserimento.
Una cella si apre, il detenuto non riesce neanche ad aprire gli occhi, un signore con metà faccia di Fini e l’altra metà di Giovanardi gli dice:
“Detenuto, la sperimentazione è finita, può uscire”.