Assalto al sole

 

Mai studiare “La dialettica dell’Illuminismo” sotto il sole.

“Ti stai spellando?”
“No papà, ti giuro”.
“Torna in terrazzo a prendere il sole!”
“Ma papà ero lì fino ad un attimo fa, mi gira la testa e ho la schiena ustionata”.
“Fammi vedere!”
“No, non voglio”.
“Allora torna su”.
La figlia si tolse la canottiera. Uno spettacolo orrendo: la pelle lacerata, piena di bolle, una schiena squamata come una bimba vietnamita colpita dal napalm.

La ragazzina si chiamava Adriana e il padre aveva ragione: quella mattina Adriana non era salita in terrazzo. Il padre sapeva sempre quando mentiva, la leggeva fin dentro la pelle.
Il suo corpo trasparente e squamato perdeva scaglie e gocciolava verità.
“Tu stamattina non sei andata a prendere il sole” le disse il padre.
Lei cercò di giustificarsi: “il sole è inafferrabile, non si lascia prendere da me, scivola via.
Mi brucio e basta, non mi abbronzo. Non sono come voi”.

Il padre le diede una leggera pacca sulla schiena e Adriana corse via urlante come una bimba vietnamita. “La mia crema, la mia crema!” urlava.
“Ho buttato tutto, non hai bisogno di questi artifizi. La mia unica figlia non sarà mai bianca e pallida”.

Il padre era un pedagogo illuminista. Era solito salire sul terrazzo per catturare il sole tenendo l’Enciclopedia di Diderot sulla faccia.

La madre e il fratello di Adriana erano perfettamente abbronzati.
Sui loro corpi non c’era una sola traccia bianca, erano neri senza bianche imperfezioni,
senza pallide incertezze e anemici dubbi. Due corpi regolari e abbronzati.
Il contrasto tra il bianco dei denti e l’abbronzatura della pelle era impressionante, era manicheo.
Era come il contrasto tra la terra e il sole, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.

Adriana avrebbe voluto essere come loro per accontentare il padre.
La famiglia si vergognava di lei. La tenevano relegata nella sua camera con l’obbligo di salire in terrazzo quando picchiava il sole.
Adriana invidiava chi teneva il sole in tasca, alcuni ragazzi avevano l’applicazione “Sole” nel telefonino.

La camera di Adriana era spoglia e buia.
L’unico oggetto a cui era legata era una sua foto di quand’era bambina, ancora pallida, intatta e non violata dal sole.
Ora invece com’era? Si guardò allo specchio:
il suo corpo era spellato, si poteva vedere la carne fresca, ma dell’anima nessuna traccia.
Era come una lebbrosa ma senza un profeta che la curasse.

Una sera nella sua camera cominciò a spellarsi.
Si scartava con curiosità e frenesia, come se fosse un regalo di Dio.
Partì dalle braccia e staccò l’uniforme pellicola da tutto il corpo.
Come una pin up dalla torta di compleanno di un vecchio potente uscì una nuova lei.
Una nuova lei bionda, abbronzata e con denti bianchissimi.

Scese giù senza vestiti e svegliò tutti: “Mamma, papà, fratello! Guardate, sono come voi,
come avete sempre voluto!”
La famiglia ancora assonnata la guardò senza stupore.
Solo il padre le parlò, era l’unico che ancora manifestava un certo interesse.
Lui sì che aveva fiducia nel genere umano!
Le disse: “Hai il segno degli occhiali e del costume. Domani vedremo di rimediare.”
“E se facessimo ricorso ad una lampada abbronzante?” disse Adriana.
La madre scosse la testa, il padre per la prima volta la schiaffeggiò:
“Non dire bestialità. Siamo solo noi e il sole. Non siamo come la gente pallida e ricca che pretende di comprarsi il sole.
Il sole non è un’indulgenza in saldo. E il prossimo passo quale sarebbe? Iscriverti ad una scuola privata?”

Adriana si diresse verso la sua camera come un morto verso il plotone.
Stava al buio con una sola candela.
Fece gocciolare la cera bollente sulla sua pelle, come se fosse Chanel.
Pensò: “Mi brucerò viva finchè non sarò cenere, cenere nerissima, così saranno fieri di me”.
Investita da brividi di freddo le venne un’idea:
“Mi costuirò delle ali di cera ed entrerò nel sole!”

Nessuno la vide ma Adriana quella notte volò davvero verso il sole. Urlava i peggiori insulti contro la sfera abbronzante. Rideva e si squagliava insieme alle sue ali di cera.

La mattina seguente il padre si preoccupò non vedendola a colazione.
Tutta la famiglia andò in camera sua, ma Adriana non era lì.
Nel centro della sua stanza c’era un cumulo di cenere.
Era la cenere più bianca di sempre.

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The Holy Bile

Il libro del Bile.it, acquistabile qui.
A questo link una recensione di un redattore di Avvenire.

Il mio racconto si chiama  “L’Aperitivo della scimmia“.
Un breve passaggio:

Prima parte: In viaggio verso il castello.

Sono ore che nuoto in questo mare di Campari.
Galleggio, sono sfinito, forse mi lascio annegare. Per fare bella figura in società ho citazioni e frasi argute nella fondina ma pesano troppo e mi tirano giù. Sarebbe una morte terribile. Questo Campari è troppo annacquato per farmi perdere i sensi.
Se mi fermo sono perduto. Devo resistere, ma non vedo la riva. Senza un obiettivo è difficile, non so se sono vicino, forse è meglio rinunciare. Mi riposo un attimo ad un tavolo.
Sono fortunato, finora nessun segno dei camerieri armati che pattugliano le coste: è un locale molto esclusivo.
Sugli scogli vedo tv sintonizzate su canali all news. Alcuni viaggiatori sono fermi lì da secoli.
Fortunatamente resisto al loro canto.

Una volta qua c’era Atlantide, il locale del primo aperitivo.
Una scimmia imbecille preparò il primo cocktail: brodo primordiale, Campari e Martini alla mela del peccato originale. La scimmia barman acrobatica lanciò in aria lo shaker facendolo roteare lentamente nell’aria, in sottofondo “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss. Poi accese il cocktail con due pietre focaie e fu il big bang. Cubetti di ghiaccio si sciolsero e il grande locale fu sommerso. I clienti si aggrapparono alle sedie, ma la corrente con bollicine fu implacabile.
Ci volle un Dio con una cannuccia per bere tutto e rendere di nuovo agibile il grande locale.
Il Dio barcollante presentò il conto, solo una coppia di scimmie scappò dal locale senza pagare.
Da quel giorno tutte le scimmie neonate vennero battezzate con il Campari.
A quei tempi il Dio annoiato, con uno zapping compulsivo cambiava tipo di clima, flora e fauna come sfondi del desktop.
Oggi il locale va benissimo. Quando qualcuno fa troppe domande Dio prende il mondo a due mani, lo capovolge come un souvenir, e dal cielo cadono psicofarmaci come fiocchi di neve. Le scimmie con le facce all’insù e le bocche aperte ritrovano la serenità.

Continua qui.

Ora e sempre Resistenza

“Johnny pensò che un partigiano sarebbe stato come lui, ritto sull’ultima collina, guardando la città, la sera della sua morte. Ecco l’importante: che ne rimanesse sempre uno” (Beppe Fenoglio)

Alba (Piemonte), 8 Febbraio 2012.
«Capo, faccio passà er cavo qua sotto, te rompe er cazzo?»
«None, va tranquillo.»
Giovanni ascoltava frammenti di discorsi da dietro un cespuglio.
A parlare erano due operatori di una troupe borgatara.
Stavano girando la fiction “Johnny, il partigiano”, per la Rai.
Era una fiction scivolosa. Gli sceneggiatori avevano dovuto sudare parecchio: un colpo al cerchio, uno alla botte, uno alla falcemartello, l’altro al fascio, un colpo ai partigiani rossi, l’altro ai partigiani cattolici, senza dimenticare i liberali, gli azionisti, i socialdemocratici, i filo monarchici, eccetera, e un colpo pure agli eccetera.
«Stop, pausa! Staccàmo, sò arrivati i cestini», l’individualità di un operatore emergeva momentaneamente dalla massa. Le maestranze erano un corpo unico.
Un unico, grande uomo romano, di quarant’anni, con un unico, grande giubbotto con milioni di tasche. Milioni di tasche contenenti milioni di bestemmie.

Giovanni aveva ottantasette anni. Se ne stava nascosto sulle colline di Alba dal 1945.
Dopo l’otto settembre aveva abbandonato l’esercito e si era unito ai partigiani.
Indossava un’uniforme logora e sudicia e un fazzoletto al collo, un tempo di colore rosso.
Giovanni aveva ancora vent’anni. Pareva che al posto suo invecchiasse l’Italia nascosta in soffitta.
Fissava la troupe. «Chi diavolo sono?», pensò. «Il cinegiornale, la propaganda? Non sono fascisti, non sono tedeschi, non sono della Garibaldi. Dalla mostruosa modernità dell’armamentario si direbbero inglesi. Inglesi che parlano romano!»
Il partigiano stava nascosto.
Quando capì di cosa si trattava prese a sgattaiolare giù. Rubava qualche cestino e del tabacco, anche se non si poteva parlare di veri e propri furti. Il partigiano quando notava errori nella sceneggiatura o imprecisioni storiche lasciava dei bigliettini nella sedia del regista.
Quindi, a conti fatti, era un do ut des.

Giovanni decise di presentarsi al regista come reduce.
«Ah sei dell’ANPI?! Che onore!»
In realtà il regista pensò: «Che palle, questi son permalosi. Se nun je fai l’apologia te danno del revisionista.»
Il vecchio partigiano si unì alla troupe.
Lo tennero con loro con il vago incarico di “consulente storico”. Consulenze in cambio di tabacco, era questo il tacito patto.
Durante le pause Giovanni raccontava alle disincantate maestranze storie di battaglie, solitudine, speranza e riscatto.
Tutti lo ascoltavano affascinati.
Si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara alla faccia della cirrosi epatica.
Perché lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato e gli elettricisti sono gente simpatica.
Gli urlavano infatti: «Anvedi che forte ‘sto Giovanni!», bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma.

L’ultimo giorno delle riprese venne il produttore con l’impellicciata, truccatissima e ingioiellata consorte. Il produttore era solito visitare la troupe l’ultimo giorno con gentile consorte al seguito.
Quel giorno la matrona non era lì per assecondare le sciocche superstizioni del marito.
Il film le interessava davvero.
Quando il film non le interessava stava a casa. Il marito si scusava con la troupe e si presentava sul set con una pelliccia, una manciata di rumorosi gioielli, collane, rossetti e smalti e diceva:
«Mia moglie è qui con lo spirito», gettava tutto a terra e diceva:
«Eccolo qui!»

La moglie si intrattenne con il vecchio dell’ANPI.
Lui le confidò che non sapeva dove andare ora che la guerra, si corresse, che la fiction era finita.
La moglie del produttore era conosciuta in tutta Roma per le sue feste in terrazza, ma soprattutto proverbiale era la sua stravaganza.

25 Aprile 2012. La liberazione di Johnny.

Giovanni si confidò con la donna, le disse la verità:
«Sono stato per 67 anni nascosto tra le colline di Alba.
Gli abitanti e i contadini mi hanno dato rifugio e da mangiare.
Per me la Resistenza non è mai finita.
Ma non mi fraintenda, non sono un ultimo giapponese, non è mica la vergogna di ritornare vivo.
Sapevo della fine della guerra. Ho perso tutti i miei compagni, sono l’ultimo rimasto della brigata.
Semplicemente, io sono un partigiano, non saprei vivere altimenti. Ho già avuto un otto settembre e ho avuto fortuna: ho trovato i partigiani.
Non potrei sopportare un altro otto settembre.»
La donna era così abituata alle stranezze che non gli diede la soddisfazione di stupirsi.
Quella donna era perennemente annoiata. Se un giorno in un dizionario avesse visto la sua foto sotto la voce atarassia, non si sarebbe stupita per nulla.
La signora si limitò a dire: «Giovanni, verrai a vivere con me. A casa mia avrai tutto il tabacco che desideri. Da oggi ti chiamerò Johnny il partigiano, è molto vintage. Giovanni è così provinciale!»

Nella città le scritte sui muri dei fascisti in vernice nera erano coperte da manifesti elettorali.
Non sapeva che cosa lo disgustasse maggiormente.
Giunti alla casa, per prima cosa la matrona ordinò alla governante di preparare un bel bagno per il partigiano.
Giovanni uscì dalla vasca impigrito ed urbano. Vide la sua uniforme logora, appesa a testa in giù e si sentì male.
La governante profanava e violava l’uniforme con secchiate d’acqua e sapone.
Poi se ne andò lasciando l’uniforme fradicia e umiliata appesa ad asciugare.
La ras della casa buttò il fazzoletto un tempo di colore rosso e gliene regalò uno nuovo, di un rosso violento e luccicante. Inutile dire che al vecchio, un tempo partigiano, quel nuovo pezzo di stoffa immacolato sembrò sbiadito e riformista.

Johnny era letteralmente al guinzaglio della padrona. La mistress amava torturarlo con pratiche sadomaso come costringerlo alla lettura dei libri di Giampaolo Pansa.
Giovanni avrebbe tenuto testa al più crudele dei tedeschi, al più sanguinario dei repubblichini, ma con questa donna non sapeva che fare. Era in balia. La sua dignità non usciva, rispettava un coprifuoco totale come un vecchio paesano terrorizzato dai fascisti.
La matrona era fiera del suo trofeo partigiano. L’avrebbe volentieri appeso al posto dell’alce o imbalsamato come Lenin. Quando dava le sue famose feste in terrazza teneva il partigiano al guinzaglio con la museruola. Gli ospiti lo accarezzavano, lui sembrava apprezzare con espressione anestetizzata, sedata, rassegnata e borghese.

Nella casa vivevano pure i due figli adolescenti della matrona: Lorenzo e Greta.
Da quando Giovanni si era trasferito nella casa i giovani si comportavano in maniera strana.
Per la prima volta disobbedivano agli ordini della madre, contestavano la sua autorità.
Perfino la governante cominciò a chiedere un contratto regolare e un periodo di vacanza dopo vent’anni ininterrotti di servizio.
Johnny non aveva detto o fatto nulla di particolare, non aveva lasciato volantini, non aveva obbligato i giovani a combattere.
Sembrava che più il partigiano perdesse dignità più ne acquistassero i giovani e la governante.

Johnny guardava molta televisione. Ormai pure i suoi ricordi della guerra erano a colori e gli incubi intervallati da consigli per gli acquisti.
Un giorno vide un talk show pomeridiano in tv.
Lì, solitamente, ci andavano le mogli per lamentarsi dei mariti, o le madri per lamentarsi dei figli.
Il vecchio combattente pensò che quella fosse l’unica via d’uscita onorevole.
Telefonò alla trasmissione, espose il suo caso, e vinse una rapida prima selezione.
La sera dopo andò nello studio televisivo.
Gli autori gli fecero leggere un copione, gli dissero che l’avrebbe dovuto imparare in dieci giorni.
Johnny, battagliero, si infuriò: «Questa è una truffa! Noi partigiani mica sapevamo in anticipo di battere i nazifascisti! Non era mica un incontro di wrestling, per Dio!»
Energumeni con magliette con la scritta “staff” lo sbatterono fuori senza tanti complimenti.
«Staff, che strane uniformi. Americani?», pensò Johnny.

Giovanni non tornò più a casa dalla Matrona. Sparì.

25 Aprile 2013. La liberazione, un anno dopo.

Giovanni in realtà morì a vent’anni. Il suo spirito giaceva sepolto in collina.
Johnny invece era un remix dance di “Fischia il vento, infuria la bufera”.
Era diventato il buttafuori della discoteca “Rappresaglia”.
Le luci rosse della discoteca erano mille sigarette di partigiani nella notte.

Johnny si trovava ad Alba, non in collina bensì in città.
Stava dentro un gazebo e da dietro un banchetto raccoglieva firme per una riforma costituzionale:
“Semipresidenzialismo, doppio turno alla francese e separazione delle carriere.”
Un vecchio contadino che lo aveva aiutato negli anni di solitudine in collina, lo vide al banchetto delle firme e senza tradire alcuna emozione osservò: «Alla fine lo ha avuto un altro otto settembre.»

La cosa positiva è che aveva smesso di fumare.

(Grazie a Francesco Guccini e Claudio Lolli per “Keaton” e scuse infinite a Beppe Fenoglio)

Sul Bile.it