Uniformi

Siamo in una mensa di un college americano. C’è il tavolo dei nerd, quello dei giocatori di football, le cheerleader, gli emo, gli hipster, liberal, nazi, vegani, fashion victim, anoressici e obesi, quelli da talent show, indie, studenti di Damasco vestiti tutti uguali; gli eccetera e i vari si sono suicidati. I nostri tavoli sono categorizzati come i tags di youporn. Si fa la fila con in mano tavole da surf per la razione quotidiana di regolatori dell’umore. Quando svanisce l’effetto si fa surf tra onde di lacrime e succhi gastrici d’ansia. La mensa è molto cara. I poveri fissano le pastiglie per l’umore dai vetri anti proiettili. I giovani appannano i vetri con il fiato, con il dito scrivono il loro numero identificativo e ritirano la loro razione. Chi non può pagare alita sul vetro ma non esce nulla, si sforza, poi cade a terra ed emette un piccolo fumetto senza parole, tipo fungo atomico. Appena uno intuisce che sta finendo il fiato prende il numero per la strage, afferra una pistola di piccolo calibro e fa fuoco sui tavoli della mensa settore per settore. Il mercato nero delle bombole d’ossigeno è gestito dallo Stato per dare un’illusione di individualità e devianza agli uniformati. Le piantagioni casalinghe di alberi da ossigeno invece vengono distrutte.

Oggi è il giorno della parata generazionale.
Quest’anno si sceglie il logo del movimento di maggioranza mondiale. La mano invisibile di Dio come dipinta da Michelangelo ne “La Creazione di Adam Smith” gioca a ruzzle muovendo a piacimento i corpicini della parata nel suo personale touch screen. La mano invisibile è alla ricerca del logo perfetto, del brand più accattivante. E’ il 2100, ormai nessuno ricorda più i vecchi simboli. Dopo un rapido sondaggio si sceglie la svastica.
La sfilata dei giovani continua sotto questo simbolo tornato di moda come i pantaloni a zampa.
Il rumore delle milioni di scarpe da tennis ticchetta come l’orologio biologico dell’ultima donna libera. Nel cielo compare un grande tasto “play”, la mano di Dio sbuca tra le nuvole e ci clicca su.
Inizia lo spettacolo degli f35: le frecce monocolore. Ogni tanto si apre una finestra di spam di protesta ma viene subito chiusa. Tutte le finestre che si aprono hanno il loro balcone con piccolo dittatore annesso. Gli utenti si affacciano e sbraitano, qualcuno contro l’esibizione acrobatica, qualcun altro ipotizza un collegamento tra le scie chimiche e Ustica.

Il portavoce dei giovani del mondo ha un’uniforme ologramma che cambia ogni secondo per rappresentare tutti i target, comprese le nicchie con le velleità più individualiste.
Giudica tutto, il suo super io ha la toga, mentre il suo es e le pulsioni più autentiche di libertà sono sotto regime di 41 bis.
“Si aprano le danze!” urla il portavoce generazionale. Parte l’inno mondiale: il Gangnam Style. Ogni anno si sceglie la canzone più cliccata su youtube come inno. Milioni di giovani cittadini del mondo ascoltano in laico silenzio, infilano usb nel cuore e caricano il file “amor di patria”.

Dio si ritira per lasciar spazio al libero arbitrio.
I giovani ora giocano da soli. Si muovono all’unisono come formiche e formano una scritta, dall’alto si legge: Google. Giocano a ruzzle umano nella lingua comune componendo le parole: “Go”, “Lego”, “Gol”, “Gel”, “Logo”, “Lol”. Si blocca tutto. “Chi è stato?!?” urla il portavoce. “Chi ha scritto Lol? Non si può usare la stessa lettera più di una volta, le lettere non sono mica l’olio di Mc Donald!” Disappunto dagli spalti. Il colpevole viene indviduato e gettato in una grande friggitrice. Il cadavere fritto viene mostrato ai genitori che delusi gli spremono sopra tubetti di maionese e ketchup come da tradizione, come da laica estrema unzione. Una hostess sorridente con divisa da ss prende ciò che resta del badge del colpevole e lo butta insieme agli altri. In piazza come monito c’è una pila di badge, i loro volti nelle foto dei tesserini sono tumefatti e sanguinanti.

I giovani soldati quando tornano a casa si tolgono l’uniforme. Fanno scorrere la cerniera dalla testa fino ai piedi ed escono fuori. Sistemano la loro divisa nell’armadio e mettono il loro badge nel cassetto. Quando tolgono la divisa cambiano persino voce, ma il numeretto identificativo che hanno tatuato sulla fronte rimane. La mattina dopo il viso nel tesserino è sempre rigato dalle lacrime.
Non è possibile sabotare le divise. I terroristi hanno tentato di mettere dell’esplosivo nei binari delle cerniere ma le zip sono inattacabili; un campo elettrificato le protegge e si disattiva solo con le impronte digitali del legittimo possessore.

Prima di dormire gli uniformati vanno nell’Istituto LuceTube, il sito che trasmette video d’archivio in alta definizione. I soldati scovano nell’archivio video pornografici di gente che con buffe espressioni riflette e mette in discussione gli ordini. Masturbarsi con questi video è l’ultima grande perversione rimasta. In questi video la gente guarda fuori dalla finestra assorta, si toglie vecchie divise e si licenzia. Obiettori di coscienza e disertori sono le pornostar della rete.
Gli spettatori si accontentano di questo surrogato della libertà, praticare il dubbio nella realtà è troppo faticoso e forse alla fine dei giochi tra malattie, sentimenti non corrisposti, delusioni e tradimenti non ne vale la pena. Un soldato abbassa e rialza la zip dell’uniforme con voluttà, su è giù, sempre più veloce, dopo pochi secondi eiacula lacrime dagli occhi, si accende una sigaretta elettronica e si addormenta esausto a dimostrazione che il vuoto si può svuotare sempre un po’ di più.

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Autodafè in streaming

Giudice: “Cittadina Gambaro, lei trova Beppe Grillo appetibile sessualmente?”
Cittadina Gambaro: “Ma in che senso? Preferirei non rispondere.”
Secondo Giudice: “Cittadina, la prego di rispondere. Non sia reticente e stia tranquilla.”
C.G.: “Insomma, sono sposata…Grillo potrebbe essere un mio vecchio zio.”
G.: “Deve rispondere.”
C.G.: “No, assolutamente no. La sola idea mi repelle.”
Vito Crimi, l’ex capogruppo al senato del M5S, scatta in piedi e sbotta: “Ma come si permette questa? Chi era senza Grillo? Nessuno! Una nullità, zero assoluto.
La senatrice dovrebbe eccitarsi anche al solo pensiero. Al solo sentire il nome Beppe io ho un’erezione per esempio. Magari si sta parlando di Beppe Sculli ed è un falso allarme.
Ma sa quante polluzioni notturne quando sento i grilli frinire? Mi masturbo pensando al nostro leader e chiunque non lo faccia è un apostata, un ingrato, un traditore!”
Membri del m5s applaudono vivacemente. Partono cori che inneggiano a Grillo.
Anche il giudice batte le mani a tempo poi si ricompone ed intima all’assemblea:
“Signori, vi capisco benissimo, ma vi richiamo all’ordine. Anzi, vi concedo un ultimo coro: “Beppe, Beppe!” I peni dei grillini in erezione sembrano tanti uno e punti esclamativi. Vito Crimi viene sulla pancia e s’incazza: “Perché queste cose voi giornalisti non le scrivete eh?! ” Si pulisce con una proposta di legge e corre via urlando con la camicia alzata e il documento appiccicato sulla pancia.

Giudice.:”Allora torniamo a noi senatrice Gambaro. Ora il suo futuro verrà rimesso alla rete. Funziona così: In questo circo virtuale lei è una trapezista wireless, un filo sottilissimo la separa dal vuoto, ad ogni flatulenza o sbalzo d’umore del leader lei oscillerà tra la vita e la morte. Sotto, a decidere la sua sorte, ci sarà la rete. La rete consiste in un filo spinato elettrificato tenuto da dei cittadini monchi, ciechi, che soffrono di labirintite e di vertigini da terra ferma.
Gambaro: “Ma non mi sembra civile, non mi sembra democratico!”
Secondo Giudice: “Lei sapeva il nostro modus operandi prima di entrare nel movimento. Ma stia tranquilla, le è andata bene. La mozione delle colombe è passata: il tutto sarà trasmesso in streaming”.
Gambaro: “Ah, ok, grazie”.

L’ex cittadina Gambaro precipita ma sfortunatamente manca il filo spinato elettrificato e si schianta al suolo. Il suo corpo viene sorretto dai colleghi senatori come si fa con le bare.
I parenti che vogliono avvicinarsi per baciare o salutare l’ex viva vengono allontanati dal cordone dei colleghi. Il gruppo cammina verso la tomba maleodorante, ossia, Grillo docet: il Parlamento.
L’Assemblea è effettivamente una grande fossa comune di corpi accatastati che si guardano in cagnesco, sospettosi e paranoici C’è chi si finge morto per non venire meno alle indicazioni e agli umori della maggioranza. In profondità tra un cadavere e l’altro si intravede qualche microfono e registratore pronto a riprendere qualunque miasma e movimento, qualunque riflesso e fuoco fatuo.

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Il gatto di Capezzone

Se il denaro è lo sterco del demonio il mondo è una grande lettiera. E noi ce ne cibiamo come degli animaletti coprofaghi. Siamo belve addomesticate con dei fiocchetti rosa in testa, al posto degli occhi due buchi neri senza più vita, e felici facciamo battaglie con palle di escrementi insozzandoci dalla testa ai piedi. Felici, perché insozzarci vuol dire vivere, far parte attivamente della società e quindi appartenere.
Ciclicamente disastri naturali e crisi economiche svuotano la lettiera per ricominciare il gioco. La tabula rasa avviene con una precisione matematica che trascende ogni cosa.

Daniele Capezzone teneva in braccio il suo gatto. Gli faceva dei grattini sotto al collo e lui rispondeva con delle fusa riconoscenti. Appena le fusa diventavano sonore come dei gargarismi di un serpente a sonagli, le vibrisse dell’adorabile felino si irrigidivano e vibravano. Come influenzato da questi segnali Daniele si attivava, si alzava di scatto, riempiva la ciotola del micio e andava a lavorare.
Una sera, tornato a casa si tolse l’anonima uniforme composta da giacca, camicia, pantaloni e cravatta, la posò sul letto e spense la luce. Al buio la divisa formale si tramutò in un completo bondage di pelle con tanto di borchie. Daniele sorrise e come sempre, dopo ogni giornata di lavoro, buttò la sudicia uniforme nelle fiamme del forno purificatore sussurrando un canto pagano “Meno male che Silvio c’è”.
Il portavoce, sempre di qualcuno e mai di sé stesso, vide il suo gatto giocare con un gomitolo di carta. “Dove diavolo l’avrà preso?” pensò. Si avvicinò al micio e vide che sulla carta erano riportate sue dichiarazioni alla stampa. Notò che c’erano proprio tutte. 
“Oh guarda, la mia primissima dichiarazione che carina! E’ un tenero frugoletto pieno di polvere e di muffa. Dice: «Criminalizzare i pedofili in quanto tali non serve certo a tutelare i minori ma solo a creare un clima incivile, né umano né -vorremmo dire- cristiano. » Che coraggio, che acerbo ma pulsante anticonformismo! E questa poi, risale al caso Marta Russo! Quella che mi ha regalato più soddisfazioni, perfino una condanna per diffamazione! Senti qua: «comportamenti letteralmente teppistici di alcuni magistrati» e «testimoni minacciati ». La mia fulgida carriera da esternatore ridotta ad un giochino per gatti. Almeno la mia vocazione sta dando gioia a un essere vivente.”
Una notte sognò di fare un picnic al cimitero degli animali dei potenti. Il cane di Hitler e quello di Alessandro Magno, il cane adottato da Monti e quello di D’Alema, i cani morti durante le missioni spaziali, il gatto di Lenin e quello di Churchill. Il gatto di Alemanno per alcuni suicidatosi perché non aiutò il padrone a vincere le elezioni, per altri impiccato a testa in giù da antifascisti pro-vivisezione. L’entrata del cimitero era sorvegliata da Cerbero, il cane a tre teste, una radicale, l’altra del PDL e l’ultima che rideva disorientata. Mentre si apprestava ad addentare il panino le zampe degli animali emersero squarciando la terra e portandolo giù con loro. 
Si ridestò, aprì gli occhi e si prese uno spavento. Il gatto lo fissava a pochi centimetri dal viso. Quegli occhi verdi con striature nere lo penetravano come una colonscopia alla coscienza, come un esame alla prostata effettuato da un confessore o un analista. Quasi diede una manata al felino ma qualcosa simile alla paura lo trattenne.
Il fedele Capezzone era nel bunker insieme a Berlusconi e un harem di poster alle pareti. Da fuori si udivano fragorose esplosioni di scandali, urla di tribuni e gente che scandiva slogan. Il Presidente stava per farla finita ma prima di avvelenarsi col cianuro ne mise un po’ nella ciotola del suo portavoce. Daniele stava per deglutire l’amaro calice ma proprio in quell’istante apprese in tv della morte di Pannella. Senza dire nulla si tolse il ridicolo cappottino regalato dalla Brambilla e abbandonò il bunker. Il padrone rimase impietrito, le bambole gonfiabili assunsero un’espressione più stupita del solito. Sentenze contro il capo gli piovevano addosso, e lui a fare da ombrello, insulti contro la sua persona non lo scalfivano, la pioggia di sputi e monetine lo lasciavano impassibile. I giacobini più furenti che chiedevano la sua testa lo odiavano perché era un venduto. Ma semplicemente loro non avevano mai avuto l’occasione di darsi via gratis. Dopo tanto viandare giunse alla tomba di Pannella. Si raggomitolò insieme a tutte le sue dichiarazioni, chiuse gli occhi e cominciò a vegliarlo finchè la morte con il suo tepore si stese sopra di lui come una coperta. Come a rassicurarlo: “E’ tutto passato”.

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One Direction go to Congo

Goma, Congo. Cinque bambini soldato con le divise sgualcite attraversano la città su un bus scoperto sparando sulle case, sulla cattedrale di San Giuseppe e sulla sede della missione ONU. Dall’impianto del bus esplode fragorosa “One thing” (That I need you here with me now. Cause you’ve got that one thing: the coltan)”. I cinque continuano a sparacchiare improvvisando un balletto free style, alienati e coordinati come degli operai alla pressa. Le ragazzine costrette a casa dai vecchi genitori urlano in trans da idolatria. La boy band dei ragazzini ribelli sta imperversando in tv con l’ultimo spettacolare videoclip della canzone “Escape from Goma”. Nel video il vulcano Nyiragongo vomita una colata di lava e i cinque ci fanno surf su degli enormi iPhone. Il loro agente, il Colonnello Bill Kilgor, li ha obbligati a girare senza stuntmen perché, testuale, “il coltan è vita e morte! Resiste pure alla lava!” Negli extra del dvd il Colonnello afferma: “Il vulcano è come il libero mercato, non è il Belgio colonizzatore. Il vulcano non fa differenze tra hutu e tutsi, ribelli e governo. Devi solo prendere l’onda giusta”.

La band durante le incursioni nei villaggi indossa un paio di occhiali 1D (a una dimensione) forniti dall’etichetta discografica. Gli occhiali permettono alla baby milizia di vedere il peccato nelle vittime. Tutti sono colpevoli e tutti meritano di morire: adulteri, ladri, assassini, pigri, atei, asociali, parassiti e improduttivi. Questi idoli, votati al martirio, sacrifici umani del villaggio globale, sono preparati sin dalla culla alla prevedibile parabola: ascesa, decadenza, resurrezione o morte rituale. I gruppi dei teen-soldiers sono creati a tavolino, combattono una guerra non loro. La musica e i testi sono scritti da altri , le rivalità con le altre band sono solo un pretesto e l’unico fine è il profitto. Anni fa Save the Children ha messo su un team di ragazzetti dalle facce pulite, denti bianchi e golfini annodati sul collo per salvarli, ma inutilmente. Le fan dei cinque perquisiscono l’es dei beniamini, fanno l’antidoping alla loro coscienza come rabdomanti con crocefissi alla ricerca di tracce di alcol. Il Gossip Inquisitore controlla che le star rispettino i due precetti: la castità e l’idiosincrasia per la droga. Per evitare che gli scandali sessuali minino la credibilità e la coerenza della loro missione le case produttrici delle boy band e le ONG sottopongono i loro adepti ad una pratica comune: la castrazione chimica.

Le imprese sanguinarie dei minorenni hanno milioni di visualizzazioni su youtube. La loro ultima hit “One way or another (Teenage Kicks)” ospita perfino un cameo del premier Cameron. Con i proventi della vendita del dvd la casa discografica si occuperà della distruzione di centinaia di campi profughi e dell’uccisione di Giobbe Covatta. Una ragazza ha vinto la possibilità che i suoi idoli mettano a ferro e fuoco proprio il suo villaggio! Lo squadrone pop ha sterminato la sua famiglia, incendiato la sua casa e l’ha rapita. Le altre fan ingelosite l’hanno minacciata su twitter: “Bastarda fortunella, te ne faremo pentire!” La poveretta è odiata perché al momento del saccheggio e del rapimento non ha reagito istericamente. “Non li ama, non merita tanta fortuna”, le rimproverano alcune coetanee. Le ragazzine impazziscono per le profumate ed efebiche macchine dispensatrici di morte. Il branco di bimbette in preda agli ormoni e all’acne prende d’assalto i distributori automatici delle uniformi pregne di sangue e sudore. Si litigano quegli stracci logori come una mandria di zitelle un bouquet ad un matrimonio o come cantautori anni ’60 si contendevano le metafore sui fiori. I ragazzini soldato che rapiscono le bambine dai campi profughi le consegnano ai produttori. Così le piccole vanno a ingrossare gli harem dei discografici. L’esercito di groupies riempie gli stadi per seguire gli spettacoli della baby-milizia. Vengono torturate per ore, urlano come ossesse condividendo la passione, perdendo l’identità nel sentimento collettivo, sentendosi finalmente parte di qualcosa di grande e vero che gli altri non possono capire. Quando si chiede alle madri cosa pensino delle figlie, di come vengano plagiate e rapite, minimizzano: “Succede a tutte le bambine; alla loro età è normale. Come crede abbia conosciuto il padre? Mi ha strappato dalla mia famiglia dopo aver dato fuoco alla mia casa. Mi ha preso in braccio con in sottofondo la canzone di “Ufficiale gentiluomo”. Tra le grida lancinanti, l’odore del fumo e della paglia bruciata si è inginocchiato e mi ha donato un anello che simboleggiava il voto di castità. Meglio che vadano dietro a questi adorabili strumenti del castigo divino che dietro a quei cantanti di musica rock, satanica, edonistica ed individualista. Preferisco valori come l’obbedienza, la religiosità, l’avversione alla promiscuità e la fedeltà ad un progetto. Quand’eravamo giovani anche noi piangevamo isteriche di fronte ai nostri idoli, ma ai miei tempi, se devo dirla tutta, le divise erano nettamente più eleganti!”

Le fette di mercato vanno conquistate con la giusta attitude e il mood adatto. I biglietti per assistere alle razzie, i saccheggi e gli stupri sono molto cari. La banda dei cinque si esibisce nella sua solita entrata. Esplosioni, spari e grida delle fanciulle ad accoglierli. L’anziano del villaggio prega loro di andarsene e per tutta risposta si becca una piroetta, un pliè, un falsetto fuori dal contesto e un calcio nelle palle. Ma il coreografo si indigna: “No! Passo, passo, punta, tacco! Non passo, tacco, punta, passo!” Il ragazzino rimarrà senza rancio macrobiotico stasera. La loro generazione è una gioventù bruciata ma buonista, dopo aver messo a ferro e fuoco le città fuggono via sul pulmino senza superare i limiti di velocità consentiti.

Si apre un pop-up dal racconto per reclamizzare l’eyeliner preferito dai baby soldato più cool. Migliaia di giovani mani unisex si allungano verso il prodotto. Ma la vetrina anti-proiettile separa le mani dall’eyeliner e il racconto dalla realtà.

Zayn Malik , un muezzin con la voce suadente, ricorda che è giunto il momento di ballare a ritmo della sua seducente jihad. A Muthaho–Kibati, capoluogo della provincia del Nord Kivu, i ribelli del M23 e le truppe governative del FARDC si sfidano a colpi di danza. Il pubblico da casa televota con gli sms nonostante gli osservatori internazionali abbiano dichiarato il voto non libero e trasparente. I ribelli sono concorrenti scartati al talent show che denunciano le irregolarità delle votazioni. Soldati che volteggiano in aria a tempo di “Live while we’re young” si fronteggiano in una gara di ballo all’ultimo sangue. Un giovane lealista si arrotola il pantalone fino al ginocchio, si cosparge di borotalco i piedi e saltella su un campo minato tenendo il pubblico col fiato sospeso. Sopravvive all’esibizione. Il terreno ora è segnato dalle sue impronte che evidenziano i punti sicuri. La sua impresa danzerina da kamikaze viene molto apprezzata dalle giovani fanatiche. Un vecchio ballerino senza una gamba scuote la testa in segno di disapprovazione. Mentre infuria la battaglia ragazzini stonati e dall’aspetto sgradevole si spaccano la schiena nelle miniere alla ricerca di vecchie melodie da campionare per nuove boy band. Intanto l’FMI ha sospeso i prestiti al Congo e la comunità internazionale ha voltato loro le spalle come i giudici di The Voice. La Syco- Sony-BMG che detiene i diritti di sfruttamento delle miniere per i prossimi anni ha deciso di accantonare i cinque bimbi prodigio perché la loro voce sta cambiando e la peluria volgarizza e corrompe la loro apparente ingenuità.

I corpi della ex baby band vengono portati in un magazzino di Chelsea. Ogni scatolone ha una stella con il nome delle band cadute in disgrazia. Più in vista ci sono i New kids on the block, gli East 17, i Backstreet Boys, i Five, gli Ultra, i Blue, i Boyzone e gli Westlife. Nell’ossario ci sono i camerini di ciò che resta dei cadaveri. Groupies ostinate pettinano i lunghi capelli biondi che scendono dal cranio dello scheletro di Nick Carter. In una pozza di urina, fanghiglia, bigliettini con numeri di telefono e vecchi reggiseni delle fan ci sono gli scheletri dei Ragazzi Italiani. Una croce è conficcata sopra i loro umidi rimasugli come una stella polverosa in un vecchio camerino. Nello stesso istante cinque reduci, ex bambini soldato più sfatti di Gary Barlow, salgono sul tetto del palazzo della Samsung a Seoul. Intonano a cappella Youth of the Nation dei P.O.D. e tirano del coltan sui passanti che, divertiti, filmano tutto coi telefonini. Uno dei passanti alza lo sguardo al cielo: “Noi l’abbiamo già fatto nel ’98 ad Imola con i tamagotchi. Fu una vecchia trovata situazionista”. Il passante è Manolo. Ora vive a Seoul, fa l’imprenditore ed indossa solo t-shirt del suo vecchio gruppo: i Ragazzi Italiani.

Seconda puntata della rubrica “Marasma” su LOOP. (www.looponline.info/)

Capitan Passato – #SurrealityShow

Domenica è successa una tragedia.
Tragedia che colpisce una società in disfacimento già duramente colpita da una sequela di disgrazie e sconfitte.
Ora, perfino l’ultimo baluardo è stato colpito. Pensavamo che le istituzioni fossero al riparo dalla follia o dalla cattiva sorte come protette da una bolla di mitologia eterna. Invece due giorni fa, alle 15:15 in un’assolata domenica il Capitano, Javier Zanetti, ha subito un tragico infortunio.
Non è colpa di nessuno, non stiliamo la solita lista dei fomentatori d’odio o dei cattivi maestri. Limitiamoci a guardare le immagini e osservare come Salvatore Aronica non abbia fatto nulla di grave. Sappiamo che sono contrasti normali durante una partita. Però, i commenti dei suoi fan, sul suo blog, sono vergognosi.

Testimoni giurano di aver visto l’Aronica scoccare una freccia avvelenata sul tendine d’Achille del Capitano. Il tendine d’Achille, unica parte vulnerabile di Zanetti. Secondo la leggenda infatti Facchetti immerse il nostro ancora in fasce in un fiume di talento, sacrificio e Gatorade. Lo tenne per un tallone così quell’unica parte non si bagnò restando pericolosamente vulnerabile.
Il bimbo argentino protesse una palla trovata per caso e partì palla al piede, corse per chilometri, poi, quando si girò si accorse che nessuno l’aveva seguito. I suoi assist sarebbero stati inutili e si vide costretto a tornare indietro. Negli anni seguenti si guadagnò il rispetto vincendo la millenaria conventio ad excludendum anti-interista.

Il giocatore del Palermo forse influenzato da cattive letture, tipo Tuttosport, si è comportato esattamente come Antonio Pallante, l’attentatore di Togliatti. Ma il nostro Capitano, dal suo letto di ospedale non ha incitato alla rivolta, bensì con grande senso di responsabilità ha intimato ai suoi di star calmi e non cedere allo sconforto e alle provocazioni. Javier, come Enrico Berlinguer, non è la Madonna. Ma quando ha pianto dal dolore a bordo campo, dei pastorelli gli hanno portato dei fiori. Stanotte l’ho sognato e mi è passato il torcicollo. Nella mia visione Zanetti moriva in campo, e ai suoi oceanici funerali partecipava perfino il nemico di sempre: l’arbitro Ceccarini.
È curioso: come per il PCI il nome “Achille” segna sempre la fine del mito.

In questi tempi incerti rimagono ancora delle bandiere, degli esempi, dei simboli. Il Papa si dimette, sparano a dei carabinieri fuori da Palazzo Chigi, mentre i capelli di Javier, incuranti di tutto, rimangono scolpiti come le leggi nelle tavole di Mosè. Come il sole sorge sempre la mattina. Incuranti di tutto, anche degli infortuni.

“Qualcuno è interista perché Javier Zanetti è una brava persona”.
(Dedicato alla memoria di Armando Cossutta)

Nona e ultima puntata del Surreality Show (scrittoriprecari.wordpress.com/category/surreality-show/)

Monsieur Guillotin, je t’aime… moi non plus – #SurrealityShow

In un convento di una località segreta si decide il prossimo Presidente.
Nell’edificio c’è ancora la polverosa scenografia di Todo Modo. Qui si sono ritirati i cittadini eletti del M5S, un’accurata selezione di politici caduti in disgrazia a causa della coca, dei trans e della lotta tra correnti e galantuomini in rehab che espiano il loro reato-peccato.

In un angolo Romano Prodi invoca il pimpante fantasma di Napolitano durante una seduta spiritica. “Rispondi Giorgio, sono Erre Prodi”. “Erre Prodi o Erre puntata Prodi?” domanda a trabocchetto lo spirito. “Erre Prodi!” assicura il Professore. “Bene, scusa, ma dovevo accertarmi che non fossi D’Alema” si spiega l’ex Presidente. “Giochini da democristiani per contarsi” nota un cittadino M5S.

Nella stanza di fianco ci sono i recinti con gli animali. Da una parte i cinghiali-tecnici laureati in matematica pura e dall’altra, separati da un muro di letame, gomma da masticare, blockbuster e cd pop, ci sono dei polli d’allevamento che sgranano rosari commestibili come pannocchie, nelle mani hanno tablet con il manuale Cencelli, ai piedi scarpe fluo.

Nel corridoio c’è un tempio dove i mercanti vendono libri di Paolo Brosio, Benedetta Parodi e Marcuse. Gesù allestisce la vetrina e scrive i prezzi con un pennarello. Nel frattempo un banchiere che detiene quote di una società venditrice di cammelli e crune di aghi se la ride.

Al bar del convento politici in rehab molestano una cameriera. Dei filosofi seduti al tavolo vicino osservano la scena ma sono costretti a scaricare il file dei sottotitoli perché i protagonisti parlano come la gente vera. Quando termina il buffering decidono finalmente di intervenire, ma è troppo tardi. La giovane è già venuta a patti e soddisfatto gli statisti. I sofisti, impotenti, caricano il file della loro espressione più interdetta.

Intanto i cittadini affamati di rivoluzione vengono rassicurati. Un giullare getta le teste degli antichi sovrani dal balcone di Piazza Venezia. Le vecchie teste canute vengono ammucchiate dentro il Parlamento a destra e sinistra nonostante non esistano più destra e sinistra. La folla ringrazia Wikipedia. E continua a odiare, con sempre più argomenti, ma non per scelta, bensì per frustrazione.

Un vecchio, boia di se stesso, si decapita con una falce. Il Presidente dichiara tolta la seduta con un martello da giudice. La testa del martire viene posta dentro una cesta di vimini al centro dell’aula. Il pubblico viene chiamato in ordine alfabetico. C’è chi copre le macchie della fronte con fondotinta, chi improvvisa col suo cranio uno spettacolo da ventriloquo shakespeariano e chi gli infila nella bocca, come se fosse un biscotto cinese, bigliettini ironici con scritte del tipo “Romano Rodotà”.

Nonostante la sua età il Presidente viene immolato come Tutankamon, il grande faraone di dieci anni. Giorgio Napolitano: immagine vivente dello Stato, di Amon. E così sia.

www.scrittoriprecari.wordpress.com

Il salone di Emma Bonino – #SurrealityShow

Se gli uomini restassero incinti, potresti avere un aborto anche dal barbiere. (Daniele Luttazzi)

Nei cadaveri per un po’ di tempo capelli e unghie continuano a crescere. Napolitano è l’ultima unghia marcescente del comunismo italiano. I partiti si ostinano; non vogliono che il vecchio Presidente lasci. Siamo all’accanimento terapeutico alla nordcoreana. Al Quirinale c’è una teca contenente l’unghia del Presidente che cresce alla stessa velocità dei movimenti delle nuvole. Solo che quell’unghia rimane un’unghia, non sembra nulla di diverso. Se abbassi lo sguardo non puoi fantasticare. Quel monolite putrescente è calato dall’alto e le scimmie-partito lo adorano come un feticcio salvifico.

Emma Bonino è la nuova papessa della Repubblica. Ma nessuno lo sa. Al Quirinale riceve i capataz dei partiti ed estirpa le loro nuove emanazioni.
Bersani è il primo. La sala della papessa è asettica, disinfettata. Bersani si accomoda. Emma gli insapona il viso, gli lega al collo l’articolo 7 della costituzione, tira fuori una falce e lo rade con grande cura.
Berlusconi sbraita. “È il mio turno!” “Uno alla volta, per carità!” risponde la papessa canterina.

Ora è il turno di Berlusconi. Per rilassarsi Emma gli infilza dei ferri da calza in faccia, tipo agopuntura di Hellraiser. Silvio ha con sé una troupe televisiva. Il suo staff infila dei collant negli obbiettivi delle macchine da presa. Con l’ausilio di un biscione gli vengono asportati dal sedere una serie di minorenni, liste della spesa e Alfano. E svariati scheletri, tanto che il suo ano pare un ossario.

A Vendola l’unica cosa che si può aspirare sono le mille parole. La pompa viene azionata e dalla bocca di Nichi grandinano parole tintinnanti. Sembra una slot machine in tilt. Il banco ha perso!
Lì vicino Grillo si fa bello con vecchie battaglie radicali. Si profuma con il finanziamento pubblico ai partiti, si deterge con balsami di trasparenza e lotta antipartitocratica. Emma gli fa la barba con calma. Ora tutti riconoscono il bluff sotto i suoi peli. La teca contenente l’unghia di Napolitano cade e si infrange in mille pezzi.

Dei signori con dei camici bianchi mi entrano nella testa e mi estirpano il sogno di Emma Bonino Presidente della Repubblica con una gruccia arrugginita. La gruccia cade e gira su se stessa. Ed io non so se questa è la realtà o meno.

scrittoriprecari.wordpress.com

Il jet lag di Napolitano – #SurrealityShow

È il 1978. Giorgio Napolitano è il primo dirigente comunista italiano a ricevere il visto per recarsi negli Stati Uniti. All’aeroporto la sua valigia non passa i controlli.
“Signore, cos’è questo liquido nella boccetta?”
“Oh, mi scusi agente, è il sangue dei teppisti ungheresi, quelli della controrivoluzione del ’56. Stia tranquilla, una volta entrato in suolo americano il sangue si scioglierà, tipo miracolo di San Gennaro!” rassicura.
“Uhm, va bene, può passare” ribatte la poliziotta.
Dopo le perquisizioni finalmente Napolitano sale sull’aereo.
Nella stiva, tra i bagagli, c’è il cadavere di Aldo Moro.
L’hostess è Adriana Faranda che con accento americano indica le vie d’uscita:
“A destra, con noi, a sinistra con l’URSS”.
“E la terza via?” domanda Napolitano.
“Nella stiva” risponde la ragazza.

Vicino a lui è seduto lo spirito di Giorgio Amendola. Come in Provaci ancora Sam, Amendola-Humphrey Bogart incoraggia Napolitano-Woody Allen. Passa Rossana Rossanda vestita da hostess, Amendola ordina all’allievo: “Dalle una pacca sul culo! Stile Socialista!”. Ma Giorgio non ce la fa e chiede una coca cola. “Non ne abbiamo” risponde la Rossanda. Il giovane migliorista pensa che come supporto morale avrebbe preferito il guru di Palombella Rossa.

A New York oggi c’è un gran sole. Napolitano sfodera il suo ombrellino da nobildonna con su scritto “NATO” per meglio difendersi dal sol dell’avvenir. C’è Kissinger ad aspettarlo con un cartello: “My favourite communist”. I due corrono incontro l’uno all’altro, Kissinger lo prende in braccio, Napolitano ride, la gente applaude, in sottofondo la musica di Ufficiale gentiluomo.

I servizi segreti americani seguono il comunista italiano giorno e notte. La sua boccetta di sangue ungherese ha una microspia. In gergo le spie si raccomandano: “Marca Budavari, marca Budavari, marca Budavari!”

Il Partito è giorni che non ha sue notizie. Ogni volta che telefonano dall’Italia, Giorgio risponde: “New York city, baby!” e riattacca. Sono giorni di shopping compulsivo alla discarica sociale. Le vetrine sono piene di black panthers, hippies, barboni, ritardati, neri senza avvocato, minorenni, criminali comuni e Silvia Baraldini. Napolitano saltella come una ragazzina, come un’ereditiera viziata, carico di buste da un negozio all’altro. I servizi faticano a stargli dietro.

Anni ’80. I miglioristi milanesi ristampano Il Capitale di Marx con la pubblicità Fininvest. Napolitano amoreggia con Craxi su una Renault rossa nei parcheggi deserti della Standa, coprendo i vetri con i fogli de “Il Moderno”. I vetri sono appannati. Rispuntano vecchie falci e martello scarabocchiate chissà quanto tempo fa.

2003. Napolitano è su un aereo. Ha una tuta arancione e un cappuccio nero. Sente ripetere intorno a lui l’espressione “extraordinary rendition” , quando chiede di che si tratti si vede opporre il segreto. Cagnolini feroci da campagna elettorale ringhiano contro di lui. “Si è fatto tardi, quanto tempo è passato? Devo svuotare le buste e mettere i souvenir americani nella cella frigorifera del mio CPT. Silvia Baraldini si sta putrefacendo. E poi, non possiamo non dirci liberali…” dice il Presidente ammiccando. Ma nessuno lo può vedere perché ha il cappuccio in testa. L’aereo sobbalza. Giorgio comincia ad avere paura. È la prima volta che prende l’aereo. Gli effetti del jet lag possono essere deleteri.

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Il senatore più ridicolo del mondo – #SurrealityShow

È notte fonda. Devo essere a Palazzo Madama tra venti minuti. È il mio primo giorno da senatore della Repubblica. Non ho la più pallida idea di dove sia, poco male, salirò sul primo taxi sperando di arrivare in tempo.
È buio e c’è una nebbia fitta come mai ne avevo viste a Roma. Ecco un taxi, faccio un segno, speriamo che mi abbia visto. Si ferma e salgo su.
“A Palazzo Madama con piglio combattivo, caro concittadino!”, gli ordino.
Alla radio Break on through (to the other side) dei Doors.
Il tassista si gira, è nero, ma ha la voce di Alberto Sordi.
“Obbedisco!” mi dice.
“Che ci va a fare al Senato a quest’ora?”
“Vedo che è un accanito lettore di quotidiani”, ironizzo.
“Senta un po’ capo, scusi se non sono un fine analista politico. Il turno di Massimo Franco è di mattina”. Detto questo spegne la radio.
“Non volevo essere arrogante, mi scusi”, cerco di sistemare le cose anche perché siamo quasi arrivati.
“La gente come lei mi irrita sul serio”. Preme un bottone e il tassametro va al contrario. Sette euro, cinque, tre. Torna rapidamente indietro. Fuori è meno oscuro, sta tornando la sera.
Con tono calmo e solenne mi dice:
“Vede signore, mi sta derubando, qua non siamo al Senato, questo è il mio taxi e decido io”.
Non capisco come cazzo siamo arrivati a questo. “Non volevo in nessun modo offenderla. Lei è un lavoratore, posso solo immaginare i sacrifici, gli orari pesanti, i turni massacrant… “.
Non faccio in tempo a terminare la paraculata che questo allunga il braccio vicino a me, penso che mi voglia colpire, il suo sguardo mi ricorda Alberto Sordi nella scena finale di Un borghese piccolo piccolo mentre aspetta Zed. Invece apre la portiera, sterza e io vengo scaraventato fuori dal veicolo e rotolo sulla strada.
Bestemmio, mi si è pure strappata la giacca.
“E i Doors mi fanno pure cagare!” gli urlo.
Quello torna indietro, scende dall’auto e mi viene incontro. Indietreggio, sono con le spalle al muro. Lui mi sfila la cravatta con un rapido gesto e mi dice sorridente:
“Pensa di entrare al Senato senza cravatta? Buona fortuna” e riparte sgommando, sollevando cumuli di polvere.
“Porca puttana!” mi dispero. “Ma che cazzo significa, perché?!” sbraito con l’espressione più sofferta che conosco. (Non la usavo dai tempi di Infinito dei Litfiba).
Anche una cosa così solenne come il mio primo giorno da senatore deve diventare una farsa. Dovevo solo prendere un taxi ed entrare in Senato. Ora mi daranno del traditore, del venduto, o peggio, penseranno che sia un pigro bastardo. Poi ho la giacca impolverata. Io che sognavo di scoprire un altro armadio della vergogna, ed impolverarmi spulciando gli archivi, presiedere commissioni stragi e fare luce sui misteri. Io, ridotto così per colpa di un folle in preda al furore giacobino.

Ce la posso ancora fare. Mi serve solo una cravatta. Finalmente un po’ di fortuna. Quel barbone addormentato ha una cravatta in testa a mò di bandana. Eh no, caro mio, quella cravatta lercia starebbe meglio nella gloriosa aula del Senato che sulla tua sudicia fronte, detto sempre con il massimo rispetto. Mi avvicino con destrezza facendo attenzione. Il barbone si alza di scatto:
“Ex comandante di fanteria John Persichetti, detto Il Persico. Ai suoi ordini, senatore!”
“Oddio, mi hai spaventato comandante eccetera eccetera. Senti, mi serve la tua cravatta. Devi farlo per la Patria che rappresento.”
“Sarei onorato di obbedire. Ma non ho nessuna cravatta”
“Come no? Quella cosa che hai in fronte come la chiami?”
“La mia bandana da notte, intende? Lei è una persona molto buffa, senatore. Va bene, la prenda”
“Grazie comandante il Persico, a buon rendere, la citerò nel mio discorso di insediamento” Tanto che ne sa questo qua… potrei promettere qualsiasi cosa.
“Non si disturbi dottore, più che altro lei è molto sporco, cosa le è successo?”
“Effettivamente hai ragione caro mio, è una storia lunga. Io novello rappresentante delle istituzioni democratiche ridotto come un barbone. Oh, scusa.”
“Scusa di che? Lei è proprio strano, senatore. Venga con me, le prometto un bagno caldo, un giacca nuova, giornali della mattina, omnibus notte e giorno e un buon caffè con cornetto.”
“Sì, si può fare, ti seguo.”
Attraversiamo la strada. Un taxi ci viene incontro e prende in pieno il barbone.
“Non arriverai mai in tempo senatore! E anche se dovessi farcela sei impresentabile!” mi urla il guidatore ridendosela di gusto e sfrecciando via. È il tassinaro nero con la voce di Sordi, bastardo!
Ha ragione, non ce la farò mai.

Proprio mentre vago sconsolato per i vicoli bui sento gridare.
È una donna, ed è in pericolo. Le urla non sono neanche così forti, posso far finta di nulla.
“Senatore, so che mi può sentire, mi aiuti, la prego!”
Ok, vado. Giro l’angolo e la vedo. È bellissima. Questa fontana è bellissima.
“Senatore, senatore, si muova!”
“Oh sì, scusa”. La giovane è di una bellezza passabile. Un viso comune, un vestito già visto, un corpicino né robusto, né magro. È proprio sciatta, proprio mentre lo sto scrivendo su un bloc notes mi interrompe.
“Che diavolo fa? Mi salvi!” Getto la penna, mi fiondo verso di lei e metto in fuga il tombino che aveva imprigionato il suo tacco. La guardo meglio: è una Jasmine Trinca con i capelli sporchi. Di quelle ragazze che conosci alle autogestioni del liceo. Ottimiste e di sinistra per dirla con Lucio Dalla.
“Mio eroe! Quanti disegni di legge mi dedicherai? Penserai a me durante le lunghi notti d’ostruzionismo?”
“Sai che anche la tua voce è proprio comune? Apprezzo la coerenza. Hai una di quelle voci che non rimane in testa. Se tu fossi una dittatrice e parlassi ogni santo giorno a reti unificate, doppiassi tutti i film, annunciassi i treni, prestassi la voce alla Vodafone per le ricariche, beh, la tua voce proprio non me la ricorderei.”
“Oh grazie, ho sempre sognato essere come tutti gli altri. Ho sempre invidiato chi passa inosservato senza attirare gli sguardi della gente come quegli attori non protagonisti che magari hanno recitato in centinaia di film ma non c’è verso che ti rimanga impressa la loro faccia.”
“Ti capisco. Mio padre era Renato Salvatori!”
“Oh, il mio idolo!” e quasi sviene mentre me lo dice.
“La gente mi chiede perché non ho organizzato un funerale pubblico per mio padre. Ma io li ho fatti i funerali, dannazione! E la gente che me lo chiede ci ha pure partecipato! Ma quando mostro loro le foto non si ricordano nulla e negano come una Melandri alla festa di Briatore. La bara aperta di mio padre sembrava vuota. La sua presenza scenica era paragonabile a quella di un fotomodello vampiro.” Anche il suo nome è banale. Lei è la vera ragazza della porta accanto, di quelle che se il palazzo va a fuoco o sta per essere demolito nessuno le sveglia. Di quelle che se muoiono nel loro monolocale i vicini non vengono attirati manco dalla puzza. I loro corpi senza personalità neppure quando marciscono riescono ad avere un odore acre che rubi la scena agli altri sensi. Ormai questa Drew Barrymore nella vita reale, ossia senza trucco e sceneggiatura, è pazza di me:
“Oh amore, dedicami la canzone più banale mai scritta, scrivi la poesia più retorica di sempre, realizza per me l’impresa più fattibile del mondo, ti ispirerò il racconto più prevedibile mai concepito!” “Questo e altro piccola, per il nostro amore, così mediocre, così comune”
“Oh senatore, ti prego, baciami”.
“Ok, la Camera approva”.

Grillo, la macchina infernale – #SurrealityShow

Il terreno è scivoloso. La macchina sbanda, il conducente molla il volante, apre la portiera e si lancia via dal veicolo. All’interno sono rimaste delle persone ma non importa. L’autista è rotolato in Costa Rica, i passeggeri sono finiti in una scarpata.
Un uomo alto e corpulento indossa un cappuccio e ripete:
“Compra questo cappuccio, compra questo cappuccio” come per ipnotizzare lo spettatore. Ora Giuseppe è vecchio, e a parte qualche raro spot per tv locali se ne son perse le tracce.

Giuseppe detto Beppe arrivò in Sicilia nuotando tra scandali, aspiranti suicidi e frustrati di ogni età pescando da questo target con ami a forma di punto esclamativo e di uno.
Il leader vellicò gli istinti più bassi e reazionari della gente con dei vibratori a forma di manganelli, istituì processi sommari in streaming e gogne online della serie: sputa anche tu al ladro con un click. In tutte le piazze maxi-schermi con la sua faccia sfigurata dalla rabbia e migliaia di persone ad ascoltare. Come una sit-com dell’odio una marea di frustrati sbraitava e urlava “affanculo!” a comando. A differenza delle sit-com quelle erano urla vere e chi sbraitava era pericolosamente vivo. Quando fu abbastanza numeroso l’esercito di automi marciò su Roma.
(I suoi soldatini marciano sempre ordinati, mangiano rapidi pasti vegani, leggono mille voci su Wikipedia in pochi minuti, ne aggiungono altre, inseriscono un commento negativo a una legge appena pubblicata sul sito del ministero, scaricano l’ultima fiction porno della tv pubblica con mamme al seguito, eiaculano, e tutto ciò in soli due minuti).

Vennero a prenderci casa per casa per portarci in Parlamento.
“Questa si chiama democrazia diretta: a rotazione sarete tutti rappresentanti del popolo” ci dicevano. Militanti con facce da Testimoni di Geova strappavano ai loro cari i cittadini designati in spregio alla Non-Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Per carità, bravissime persone, ma privi dei più basilari rudimenti di diritto costituzionale. La gente rapita era costretta a girare dei video e postarli su YouTube in cui enunciava i punti del loro programma, sottotesto:
“Aiuto, liberateci!” Più che un programma sembrava un testamento biologico.

In quel momento Giuseppe detto Beppe era il re del mondo. Tutti lo corteggiavano e lui se ne stava al suo balcone da ducetto a fare la preziosa. L’Italia era un paese che stava in equilibrio sulle minacce. Ognuno aveva un bottone rosso sotto la scrivania: Monti minacciava l’ira delle mistiche forze dei mercati, Berlusconi minacciava manifestazioni contro i giudici, Maroni paventava rivolte fiscali, Ingroia voleva arrestare tutta la classe dirigente preventivamente per gravi indizi di reato e Bersani? Bersani minacciava di sbranare chiunque avesse parlato di MPS tra le risate generali.

Cosa successe al nostro, quindi?
Iniziò tutto con delle strane telefonate minatorie. Una voce contraffatta lo chiamava ogni giorno: “Beppe, Beppe” ansimava. Poi riattaccava.
Un giorno il nostro ex salvatore uscì da casa.
“Buongiorno”, gli disse un tale.
Riconobbe la voce: era il mitomane del telefono. L’ex comico guardò dritto a sé e vide molta gente che lo guardava in cagnesco. Fece due passi indietro, provò a rientrare in casa, ma la chiave usb si ruppe. Uscì dal cancelletto a forma di hashtag mentre gli influencer camminavano dietro di lui a passo sempre più svelto. Dopo pochi passi, la folla inferocita cominciò ad inseguirlo. Beppe prese a correre terrorizzato con la faccia stravolta. Un gruppo di giornalisti correva insieme a loro. “Aiutatemi merde!” gridò Grillo.
“Con noi non ci parli, no?” risposero i giornalisti.
“Italiani! Se avanzo seguitemi e se indietreggio… com’era Beppe?” lo sfotteva un cronista.
Si narra che il tribuno trovò una macchina, chi si fidava di lui ci salì, e scappò via.
Il nostro Caronte sbandò, abbandonò la zattera e i passeggeri andarono ad auto-rappresentarsi nell’aldilà. Ecco tutto. Oggi nessuno affronta più la questione. Rivangarla è come dissotterrare un cadavere dopo un secolo per la prova del DNA.

Suona il telefono:
“Beppe, Beppe”. Brivido.
“Riconosco questa voce”, pensa Grillo tremante. “Cosa vuoi ancora da me?!”
“Beppe, sono io, Gianroberto, ti interesserebbe una serata a Pozzomaggiore?”